giovedì 31 dicembre 2015

ECOPRINCIPI IN PRATICA

Eccoci alla fine dell'anno. Da nuovi arrivati nel mondo dei blog abbiamo cercato di capire qual'è l'usanza in rete, insomma se si festeggia la ricorrenza e come. La tendenza comune è quella di riassumere i migliori post dell'anno passato in un unico articolo, ma dato che in Spazio Ibrido non pubblichiamo frequentemente, il numero dei nostri post annuale eguaglia quello mensile di altri. Insomma ammettiamolo non si può scegliere tra poco più di una decina di articoli! Dato però che il blog vuole essere la raccolta delle nostre idee affinché siano di aiuto ad altri abbiamo pensato che riferirci alla nostra ecologia in pratica poteva essere la chiave giusta per chiudere l'anno in bellezza.



Come progettisti crediamo di essere chiamati a preoccuparci anche del nostro futuro collettivo, dato che l'edilizia è un settore “pesante” con ripercussioni sia sull'ambiente che sulle persone che vivono nelle architetture costruite. Per questo siamo consapevoli che le nostre scelte devono avere una motivazione nella sostenibilità delle stesse. Questo secondo noi vale per tutti i progetti alle varie scale di lavoro. I riferimenti al costruire “verde” sono su tutte le riviste e web magazine che pubblicano come esempio i grandi progetti di noti architetti. Questo può far pensare che le tecnologie verdi e l'approccio sostenibile al costruire sia solo per pochi danarosi interventi che diventano così modelli da mostrare. Secondo noi per ogni tipo di progetto ci sono dei principi di sostenibilità ed ecologia che possono essere applicati con successo, senza che questo comporti spese aggiuntive, si tratta di cambiare le modalità operative e l'approccio alla progettazione. Noi lo abbiamo sintetizzato con 6 ecoprincipi che sono il filo conduttore del nostro modo di operare, sono alla base di ogni progetto e vengono perseguiti anche durante la realizzazione:

  • SENSIBILITA’ AL CLIMA E AL LUOGO, perché il sito è elemento fondamentale per costruire edifici sani, a basso consumo ed in armonia con i luoghi.
  • GESTIONE DELLE RISORSE, cioè attenzione all'uso di poca energia fossile, di materiali con provenienza locale, di materiali e tecnologie riciclabili/riutilizzabili.
  • QUALITA’ ENERGETICA, che significa richiedere meno energia rendendo gli edifici altamente efficienti e guadagnando gratuitamente e passivamente dal contesto ogni volta che sia possibile
  • RIDUZIONE IMPATTO AMBIENTALE, ponendo estrema attenzione all’intero ciclo di vita dei prodotti e delle risorse utilizzate, consigliando materiali durevoli, riciclabili o di seconda vita
  • QUALITA’ AMBIENTI INTERNI, utilizzando materiali biocompatibili, atossici o a basso contenuto di sostanze organiche volatili, perché l'architettura non è un contenitore neutro
  • SOSTENIBILITA’ ECONOMICA, ottenuta attraverso la valutazione e la scelta di soluzioni in continuo equilibrio tra le varie esigenze da soddisfare.

Ammettiamo che nella maggior parte dei casi “essere verdi” o “bio” o “eco” non è in cima alla lista delle richieste, a meno che non sia direttamente collegato al risparmio energetico (leggi risparmio in denaro verificabile in bolletta). Per questo si può pensare che siamo fanatici, ma per capirci meglio abbiamo selezionato 3 progetti completati questo anno e di varia dimensione, che secondo noi ben rappresentano quello che si può fare in termini di biocompatibilità ed ecosostenibilità anche con budget ristretti. 
 

Scuola Mongolia – progetto di concorso COOL School
Ampliamento di complesso scolastico in una regione della Mongolia particolarmente povera e con temperature particolarmente rigide. Il progetto ha posto particolare attenzione a temi quali Risorse locali, sostenibilità ambientale, sensibilità al clima, economicità, trasferimento tecnologico e replicabilità. Budget complessivo: $ 60.000

Antica casa classe A+ in borgo storico
Riqualificazione di un fabbricato in pietra ante 1700 attraverso interventi mirati al miglioramento delle prestazioni strutturali, energetiche e ambientali. Il progetto ha posto particolare attenzione a: inserimento nel contesto con estremo rispetto delle caratteristiche storico architettoniche, gestione delle risorse, qualità energetica (raggiungendo la Classe di efficienza A+), riduzione impatto ambientale, qualità ambienti interni, sostenibilità economica. Costo della ristrutturazione: 800 €/mq
 
ROLL
Poltrona ottenuta dal riciclo di materiali di scarto quali: paglia, tessuto di vela, legno.
Nuovo elemento di arredo comodo, economico, semplice da assemblare, esente da emissioni nocive e scomponibile a fine ciclo vita per la separazione delle parti e l’eventuale ulteriore riuso.
Gli ecoprincipi di riferimento sono stati: gestione delle risorse, riduzione impatto ambientale, qualità ambienti interni, sostenibilità economica. 


A questo punto sentiamo di dover ringraziare coloro che hanno collaborato con noi ed hanno condiviso i nostri principi, grazie anche a tutti coloro che hanno partecipato agli eventi da noi organizzati e che hanno ascoltato con interesse le nostre lezioni in corsi professionali, siamo lieti di poter essere stati di aiuto ad altri. 

Giulia Bertolucci







lunedì 2 novembre 2015

FINESTRA ZENITALE

La finestra a tetto, spesso sottovalutata, può essere utilizzata come elemento bioclimatico naturale.

La scorsa settimana durante un sopralluogo in cantiere con l'impresario per l'aggiornamento e la previsione di avanzamento lavori, abbiamo scattato varie foto per documentare la fase lavorativa. Ed ecco ancora una volta la finestra a tetto! E' strano ma solo ora ci siamo resi conto che i nostri progetti più recenti hanno questo elemento in comune. Grande o piccola che sia, a seconda della posizione, della grandezza dello spazio sottotetto, della dimensione della falda e dell'orditura della stessa, scegliamo sempre di mettere una finestra incassata in una falda della copertura. Certo niente di speciale, molti edifici hanno questo tipo di apertura, ma ci ha sorpreso il fatto che sempre più spesso ricorriamo a questo tipo di finestratura per i sottotetti, siano essi abitati oppure no.


Siamo sostenitori della estrema utilità di aperture di questo tipo, sia perchè possono costituire lo sbocco per la ventilazione interna alle abitazioni favorendo il ricambio di aria durante tutto l'anno e il raffrescamento soprattutto in estate, sia perchè – in caso di sottotetto abitato o di soppalco con doppio volume – forniscono un migliore illuminamento naturale degli ambienti con una qualità di luce molto superiore a qualunque altro sistema si possa pensare. Durante il giorno la luce proveniente dalla finestra a tetto muove lo spazio portando illuminazione diffusa e diretta all'interno degli ambienti, più di quanto possa fare una finestra posta in una parete verticale.

La luce naturale ha un effetto positivo sul metabolismo umano, ci rende di buon umore, favorisce l'apprendimento oltre a scandire il passare del tempo e delle stagioni. Tutti buoni motivi per avere grandi finestre e perchè no una finestra a tetto per i locali che spesso consideriamo meno importanti e poi finiscono per diventare uno studio o lo spazio gioco/cameretta dei figli.




In sostanza consideriamo la finestra a tetto come un vero elemento bioclimatico che naturalmente ci permette di captare venti prevalenti, smaltire l'aria calda o esausta, illuminare i locali. La possibilità di svolgere tutte queste funzioni correttamente è data dalla scelta della falda in cui posizionare l'apertura. Ad esempio nell'ultimo progetto (il cantiere del sopralluogo) possiamo sfruttare i venti estivi prevalenti da nord est per il raffrescamento naturale della casa, ponendo delle finestre a parete proprio su quel lato e una finestra a tetto sulla falda esposta a sud. Dove peraltro si creerà uno strato di aria calda che innescherà anche l'effetto camino favorendo l'espulsione dalla finestra inclinata.



E' chiaro che si deve porre estrema attenzione al momento della realizzazione per fare in modo che non diventi un punto di debolezza del tetto. A questo proposito verifichiamo con molta attenzione come viene isolato e impermeabilizzato il telaio della finestra e come viene realizzato il raccordo con l'isolamento del tetto, perchè non possiamo rischiare che una magnifica finestra a tetto diventi il punto da cui si infiltra l'acqua piovana o faccia condensa.

Inoltre preferiamo sempre serramenti che permettono la ventilazione a finestra chiusa perchè è un modo per espellere l'aria viziata senza necessità di un sistema impiantistico ausiliario e senza dover tenere la finestra aperta (vantaggioso soprattutto in inverno). 


Giulia Bertolucci architetto


mercoledì 23 settembre 2015

LE VERNICI ALL'ACQUA SONO INNOCUE?

Per il nostro benessere non possiamo trascurare il fatto che trascorriamo la maggior parte del tempo in ambienti interni (siano essi la casa, l'ufficio o la scuola) e che i dati sull'inquinamento domestico parlano di una qualità dell'aria interna alle case da 2 a 5 volte peggiore rispetto a quella esterna.



Ultimamente si pone molta attenzione all'isolamento dell'involucro, alla tenuta e alla sigillatura dei serramenti. Sarebbe opportuno anche chiedersi che tipo di materiali vengono utilizzati per le finiture interne e soprattutto che tipo di emissioni possono generare, poichè vernici, adesivi, e materiali da costruzione in genere possono causare un preoccupante aumento nella concentrazione di composti organici volatili (VOC) nell'aria, pericolosi anche per molto tempo dopo la loro posa. 
A questo riguardo molti pensano che una buona soluzione sia la vernice all'acqua, che viene erroneamente considerata “senza solvente” e quindi innocua.

I prodotti vernicianti a base di acqua contengono comunque una percentuale di solvente, ammessa anche dalla normativa nazionale, in recepimento di una direttiva comunitaria, finalizzata a limitare le emissioni inquinanti di composti organici volatili. 
Si dice solvente ogni sostanza capace di scioglierne un'altra per ottenere una soluzione. La pericolosità dei solventi è dovuta al fatto che non rimangono stabili nel prodotto finito, ma evaporano producendo VOC in quantità e contribuendo ad inquinare l'ambiente interno per molto tempo.
I solventi delle vernici all'acqua sono: isoparaffine, ragie minerali o benzine, a cui si aggiungono emulsionanti (es. ammoniaca), reticolanti (es. isocianati), conservanti (es. il più diffuso ed economico è la formaldeide). Tutti prodotti di origine petrolchimica. 

Ma allora c'è da chiedersi perchè vengono utilizzati nelle vernici. Di fatto perchè facilitano l'applicazione del prodotto, o perchè migliorano l'aspetto del film di finitura, o ancora perchè favoriscono l'adesione della vernice al supporto.

Indicativamente all'acqua vengono aggiunti dal 15 al 30% di solventi organici, a differenza delle vernici “classiche” che ne contengono dal 50 al 70%. Ecco perchè le vernici all'acqua sono da considerarsi meno pericolose delle altre, ma comunque non innocue. Inoltre alcuni tipi di solventi per le vernici all'acqua pongono nuovi problemi dal punto di vista tossicologico, sia per gli utenti che per i posatori. In un passato congresso della Società Italiana di Medicina del Lavoro e Igiene Industriale si riferiva delle seguenti patologie rilevate in imbianchini che utilizzavano vernici a base acquosa: disturbi oculari legati alla qualità del film lacrimale e irritazione della mucosa nasale in relazione all'intensità dell'esposizione ai prodotti vernicianti.

Per tutti questi motivi, per garantire la salubrità dell'aria interna dobbiamo scegliere prodotti almeno con etichetta Ecolabel. Dato però che non sempre questa è sufficiente per una garanzia di ecologicità e biocompatibilità del prodotto, sarebbe opportuno preferire prodotti a bassissime emissioni con il marchio Emicode EC1 (assegnato da laboratori indipendenti, sulla base di test di verifica con parametri e metodi univoci). A questo proposito è bene sottolineare che la certificazione Emicode dimezza, riducendo all'8% della miscela, la quantità limite di solvente consentita per legge nei prodotti all'acqua.
Biocompatibilità maggiore si ottiene con la scelta di vernici, pitture e smalti che sono ottenuti attraverso procedimenti naturali. 
Questi i possibili componenti, oltre all'acqua, dei prodotti di finitura veramente NON nocivi per l'uomo: olio e/o standolio di lino o di Thung; resina vegetale; cera di carnauba; ossidi e terre naturali; bianco titanio non trattato al cloro; sali di boro; oli essenziali di lavanda o agrumi; essiccativi a base di zirconio, calcio, cobalto in quantità inferiore allo 0,15%.

Infine sommando le sostanze prodotte dalle emissioni dei materiali di finitura con gli altri possibili inquinanti dell'aria interna (dai gas incombusti della cucina, ai prodotti della pulizia, alle muffe) risulta evidente che maggiore attenzione e cura andrebbe posta anche alla ventilazione dei locali e ai necessari ricambi d'aria.


Rodolfo Collodi architetto


giovedì 23 luglio 2015

TRE CRITICITA' DELLA CASA IN LEGNO

Ho parlato nel precedente post di tre punti di forza delle costruzioni in legno: basso impatto ambientale; resistenza al fuoco e al sisma; facilità di lavorazione, leggerezza e facilità di montaggio.
Adesso cerco di fare il punto sulle criticità di una casa in legno che devono essere conosciute per poterle gestire nel migliore dei modi in fase progettuale e realizzativa.



  • Il primo punto critico delle costruzioni in legno è l'acqua.
La pioggia, l'umidità di risalita, l'acqua di condensa nelle pareti, il vapore all'interno dei locali. L'acqua incide negativamente sulla durabilità del materiale, lo rende più vulnerabile agli attacchi degli xilofagi (funghi, muffe, insetti che si nutrono del legno). In un edifico con paramento in legno a vista, anche una gronda troppo piccola può determinare un degrado, che può manifestarsi solo con una decolorazione del materiale, oppure può nascondere un ristagno di acqua che favorisce un attacco di muffa, con un inizio di degradazione più consistente. Il consiglio è: tentare di avere sempre una sporgenza di gronda pari a 1/3 dell'altezza del lato da proteggere dalla pioggia battente.


Nel caso si voglia realizzare un edificio dalle forme/volumi puliti e con il legno esposto alle intemperie, una buona alternativa alle sporgenze di protezione sono le superfici di sacrificio. Porzioni esterne del paramento pensate per essere sostituite periodicamente.
Lavorando con il legno si devono realizzare degli edifici che siano già in qualche modo protetti dalle intemperie e dalle infiltrazioni d'acqua. Questo è vero anche nel caso di utilizzo di legno lamellare perchè, seppure più resistente grazie alle colle utilizzate, in presenza di infiltrazioni di acqua può comunque delaminarsi.
Il problema acqua non è limitato solo all'esterno, ma nell'ottica della durabilità del legno non si può trascurare l'umidità data dalla condensa interstiziale che si può creare all'interno della stratigrafia di parete. La normativa ne permette la presenza, ammesso che abbia la possibilità di asciugarsi, ma le condense vanno sempre attentamente controllate perchè di fatto oltre a compromettere la capacità di coibentazione dei materiali utilizzati, può essere negativa proprio per la struttura in legno che si trova all'interno della parete.

Aggiornamento: 
A seguito di una recente revisione la normativa non consente più la formazione di condensa interstiziale, in nessun caso.

  • Il secondo punto critico per una costruzione in legno, alla nostra latitudine, è il comfort termico estivo.
Nella realizzazione di un edificio leggero e fortemente coibentato come la casa in legno, è importante considerare la temperatura esterna delle varie stagioni, ma anche i carichi interni (soprattutto in estate) dati da persone e apparecchiature che si trovano all'interno della casa e che producono calore. Questo per il risparmio energetico, ma soprattutto per garantire il comfort abitativo. In generale la parte dell'involucro che effettivamente contribuisce a ridurre le temperature superficiali interne in estate, e ad attenuare la temperatura operante, è la massa termica interna.


Essendo l'involucro, di una casa in legno, leggero e poco massivo il parametro da prendere a riferimento è la capacita termica areica interna periodica perchè funzione della profondità di penetrazione dell'onda termica. Questo valore descrive la capacità effettiva di un componente edilizio di accumulare/immagazzinare il calore sul lato interno. Ecco allora perchè nelle case con involucro leggero diventa importante la successione di strati, resistivi e capacitivi, che preveda l'isolante termico preferibilmente posizionato verso l'esterno.
Per quello che riguarda invece le prestazioni invernali per il risparmio energetico c'è da dire che il legno è il materiale da costruzione con le migliori proprietà (prossime a quelle degli isolanti termici) e per questo può risultare più facile ottenere edifici a basso consumo e basso costo di gestione.

  • Il terzo punto cui fare attenzione è la salubrità interna.
Si è portati a pensare che le case in legno siano le più salubri dato che il materiale originario è naturale e non pericoloso per l'uomo. Di fatto il legno che viene installato non è mai allo stato naturale, ma solitamente è trattato, incollato, rifinito con prodotti che possono essere più o meno salubri o traspiranti.
Le case in legno sono realizzate quasi esclusivamente con elementi di legno lamellare, cioè composti da tavole incollate. Anche le pannellature utilizzate spesso per la rifinitura delle pareti sono in compensato o in OSB, entrambi materiali ottenuti tramite incollaggio.
Che tipo di colle sono e che problemi danno? Sono adesivi di tipo melamminico, ureico, poliuretanico. I primi due contengono formaldeide, mentre il terzo tipo contiene isocianati. Tutte queste sostanze possono produrre emissioni di composti volatili nocivi all'interno della casa che possono determinare allergie e reazioni a contatto con le vie respiratorie fino a manifestazioni cancerose. E' bene sapere che si tratta di adesivi molto resistenti agli agenti atmosferici e che assicurano la necessaria tenuta strutturale, pertanto non si possono evitare a meno che non si scelgano sistemi con giunzioni delle tavole con pioli di legno e senza colle.
A questi prodotti si aggiungono i preservanti del legno, utilizzati per prevenire l'attacco degli xilofagi. Sostanze la cui quantità, profondità di impregnazione ed efficacia del trattamento sono normate dalle UNI e pertanto non possono essere evitate.


Infine si devono considerare i vari trattamenti superficiali di finitura del legno da interni: vernici e pitture che spesso possono contenere degli essiccativi a base di piombo.
Che fare? Prima di tutto privilegiare, laddove possibile, finiture di tipo biocompatibile, cosiddette alternative, cioè oli o resine naturali, oli duri e oli cera dalla elevata resistenza ed elasticità basati su procedimenti ancora pressochè artigianali, ed esenti da essiccativi a base di piombo. In secondo luogo installare un sistema, anche basico, di ventilazione che permetta il costante rinnovo dell'aria.

Post tratto dalla lezione tenuta al corso specialistico Progettare Strutture in Legno (XI/2014)

Giulia Bertolucci architetto


giovedì 2 luglio 2015

TRE MOTIVI PER SCEGLIERE UNA CASA IN LEGNO

Anticamente, alle varie latitudini, laddove c'era disponibilità di boschi, la tecnologia costruttiva scelta era in legno. Con lo sviluppo industriale si è dato spazio al cemento armato e all'acciaio, perchè ritenuti più performanti e sicuri, e il legno, da allora, è stato utilizzato per finalità estetiche (scale, pavimenti, porte, arredi) o per i reintegri strutturali di solai antichi.
Oggi si assiste alla riscoperta del legno nelle costruzioni perchè materiale naturale, di facile lavorazione, rinnovabile e dalle molteplici proprietà.



  •  Il primo motivo per costruire una casa in legno è: la consapevolezza ambientale.
Le normative, da quelle generali a quelle locali, indicano la priorità della riduzione di produzione di CO2 e di conseguenza il risparmio energetico (ultimo obiettivo della comunità europea è proprio l'edificio ad energia quasi zero).
Di fatto però l'aspetto energetico non basta a valutare l'impatto che un fabbricato, e i suoi componenti, hanno sull'ambiente.
La tendenza verso la sostenibilità ambientale del costruito è confermata anche dal regolamento dei prodotti da costruzione in cui è stato inserito l'uso sostenibile delle risorse come uno dei requisiti necessari per le opere da costruzione. Per questo si parla di durabilità, di riciclabilità, di materie prime ecologicamente compatibili. A questo proposito il legno, se proveniente da gestione forestale sostenibile certificata (FSC o PEFC), è una risposta ottimale.

  • Il secondo motivo per scegliere una casa in legno è: la sicurezza strutturale.
Per anni il legno non è stato contemplato all'interno delle norme tecniche per le costruzioni. Oggi, grazie a nuove evidenze scientifiche (studi e prove effettuati dal CNR-IVALSA), siamo arrivati a capire che esso ha ottima resistenza strutturale (anche in caso di sisma) e ha una resistenza al fuoco pari o superiore ad altri tipi di materiali strutturali.
C'è da dire inoltre che il legno è un materiale leggero, per questo interessante soprattutto laddove c'è bisogno di poco carico sul terreno o in caso di soprelevazione, per evitare ingenti opere di rinforzo strutturale o di opere di sottofondazione dell'esistente.


Di cosa sono fatte le case in legno?
Non è legno massiccio, si tratta di legno lamellare. Un materiale composito costituito da tavole selezionate per uso strutturale, non soggette ai difetti tipici del legno massiccio (cipollature, presenza di nodi, la deformabilità ecc) , unite insieme a formare travi, pilastri, pannelli. Questo tipo di tecnologia permette di realizzare elementi di qualunque dimensione, lunghezza e forma. Diciamo che l'unica limitazione può essere solo la dimensione del trasporto eccezionale e le operazioni di posa in opera in cantiere.
Le tipologie di costruzione in legno sono tendenzialmente tre:
  1. strutture a telaio puntiformi; spesso utilizzate anche nei casi di autocostruzione, in abbinamento con tamponamento di materiali facili da trovare sul territorio, ad esempio balle di paglia
  2. strutture a pannelli, in cui il livello di flessibilità e modificabilità è minimo
  3. strutture miste, con robustezza maggiore tra le tre tipologie
(esiste anche un quarto tipo, dalle nostre parti - Toscana - meno tipico e meno utilizzato, che deriva dalle case fatte di tronchi )

  • Il terzo motivo per costruire una casa in legno è dato dall'industrializzazione: la facilità di costruzione e previsione di tempi e costi.
A seguito delle evidenze scientifiche si è molto sviluppato il settore della prefabbricazione in legno, con la produzione di elementi strutturali e modelli costruttivi che prevedono l'assemblaggio a secco. Questa caratteristica si ricollega al primo punto, poiché rappresenta la possibilità di realizzare una costruzione in bioedilizia, facilmente disassemblabile a fine vita e con separazione delle varie parti per un possibile riuso e riciclo, riducendo la quantità di materiale da smaltire in discarica. Trattandosi di assemblaggio, le lavorazioni sono facili, seppure debbano essere estremamente precise, e il cantiere risulta molto pulito. I lavori sono prevalentemente svolti in officina, e per questo si ribalta il sistema: non viene più presentato un progetto (magari poco definito) per le autorizzazioni amministrative per poi modificarlo, anche pesantemente, in corso d'opera. All'opposto, si tende a progettare tutto nel dettaglio in modo che in officina, con le macchine a controllo numerico, si possano produrre i pezzi da assemblare in cantiere. Questo comporta una inversione dei tempi, cioè una maggiore durata della fase di progettazione/produzione e una minore durata del cantiere, oltre che una maggiore prevedibilità dei tempi di costruzione e quindi anche dei costi.



In relazione alla questione dei costi c'è da dire, in base alla nostra esperienza, che non è assolutamente vero che la costruzione in legno sia più economica di una realizzata con tecnologia tradizionale in muratura, a parità di prestazioni raggiunte. Per questo abbiamo verificato con alcuni clienti che, se l'unico obiettivo è la riduzione della spesa di realizzazione, la scelta definitiva spesso non ricade sulla tecnologia in legno.

Oggi il legno sembra una nuova scoperta, e viene sempre più spesso associato con l'idea di bioarchitettura. Questa corrispondenza in realtà non è così diretta, poiché per essere considerato bioarchitettura ad un edificio non basta il semplice fatto di essere di legno. In seguito ti dirò meglio cosa intendo.

Post tratto dalla lezione tenuta al corso specialistico Progettare Strutture in Legno (XI/2014)


Giulia Bertolucci architetto


lunedì 8 giugno 2015

BIOCLIMATICA: ACCUMULO SOLARE ISOLATO

La concezione solare passiva prevede l'integrazione nella struttura di elementi captanti, che possono essere a guadagno diretto – come finestre solari e serre solari convettive – o a guadagno indiretto – come serre solari di accumulo, muro di Trombe-Michelle, accumuli isolati .
L'accumulo solare isolato è un sistema di captazione passiva dell'energia solare che abbiamo costruito in Perù per il progetto Inti Yatrai Wasi. Si tratta di un dispositivo bioclimatico che garantisce un guadagno indiretto, utile per riscaldare l'interno del locale laboratorio.



Trovandoci in una zona di estrema povertà ci siamo chiesti come fosse possibile raggiungere le migliori condizioni di comfort, sfruttando gratuitamente le risorse locali e senza impoverire il contesto.
Partendo dalla convinzione che alcune funzioni, spesso demandate agli impianti, possono essere trasferite all'edificio, pensandolo come un organismo che interagisce con il cambiamento delle condizioni climatiche, abbiamo valutato, attraverso simulazioni, alcune soluzioni di sfruttamento passivo solare che fossero integrate nella costruzione. In pratica abbiamo lavorato per rendere il più possibile efficiente l'edificio che stavamo costruendo attraverso interventi strutturali e non impiantistici.

Come funziona l'accumulo solare isolato.

Il trasferimento di energia dal collettore all'ambiente o all'accumulo, e dall'accumulo all'ambiente avviene solo attraverso la convezione e l'irraggiamento.
L'accumulo deve essere composto da: una camera esterna, esposta al sole, in cui viene scaldata l'aria; un accumulo per immagazzinare il calore prodotto; un sistema di distribuzione dell'aria scaldata.
L'aria riscaldata nel collettore, diventa meno densa, tende a spostarsi verso l'alto mettendosi in movimento; l'aria più calda trasferisce la sua energia all'accumulo isolato o direttamente alla stanza, qui si raffredda e ricade per essere ripresa dal collettore. Il ciclo continua fintanto che il collettore rimane sufficientemente caldo.




Come lo abbiamo realizzato con materiali facili da trovare e a basso costo.
All'esterno del laboratorio Inti Yatrai Wasi è stata predisposta una camera, cioè uno spazio cuscinetto, dove l'aria viene riscaldata grazie all'apporto solare che attraversa uno strato trasparente (lastre di resina ondulata e/o pellicola di plastica) ed il cui effetto è amplificato grazie alla presenza di una lamiera di base dipinta di nero, posata in due strati con interposto uno strato di terra, per aumentare l'inerzia (accorgimento utile in caso di cielo coperto).

All'interno del fabbricato è stato creato un solaio comprendente, dal basso verso l'alto: un sistema di canali di distribuzione dell'aria, in modo da garantire uno scambio diretto con il locale laboratorio da riscaldare, realizzati con mattoni cotti perchè posti a contatto con il terreno; un soprastante strato di accumulo con pietre miste che invece garantisce la possibilità di sfruttare l'inerzia del materiale per immagazzinare il calore rilasciato dall'aria e poterlo poi sfruttare in orari serali; un pavimento in tavole di legno sostenute da una struttura lignea leggera, posata in modo da non essere a contatto con il letto di pietre.
Le pietre sono contenute da una rete in modo da permettere la massima permeabilità all'aria.
La camera esterna è collegata agli strati del solaio attraverso condotti in plastica che attraversano il muro perimetrale, posti sia a livello delle canalizzazioni in basso che a quello dell'intercapedine tra letto di pietre e pavimento.

All'interno del locale laboratorio sono presenti delle griglie a pavimento che possono essere regolate manualmente per permettere l'ingresso di aria calda direttamente dal collettore o per agevolare il ricircolo dell'aria attraverso il letto di pietre.



(tutte le immagini in questi mix sono di Valentina Bonetti)

Da una verifica empirica in loco il dispositivo funziona molto bene ed ha già destato l'interesse dei lavoratori presenti. Purtroppo, per problemi locali nello sviluppo del progetto non è possibile proseguire con l'azione di monitoraggio prevista.


Giulia Bertolucci architetto


venerdì 15 maggio 2015

TECNOLOGIA APPROPRIATA

Una tecnologia è appropriata quando è commisurata al contesto sociale, culturale, ambientale, economico, organizzativo in cui viene utilizzata, quindi non solo quando risponde alle funzioni per cui è stata messa a punto.


Si ritiene che uno dei motivi determinanti la condizione di povertà di molti paesi sia la arretratezza tecnologica e che le innovazioni tecniche siano il motore dello sviluppo economico. Di fatto il modo in cui le innovazioni determinano lo sviluppo non è uniforme. Per questo trasferire nei paesi poveri tecnologie nate altrove ha spesso fallito, mettendo in evidenza come la tecnologia dipenda strettamente dalla conoscenza e dal livello di formazione di una popolazione.
E' lecito allora dire che le tecnologie proposte non sempre rispondono in maniera adeguata alle esigenze reali delle popolazioni in cui si pretende di inserirle e utili riflessioni in merito si possono dedurre dal pensiero gandhiano. Elemento chiave della economia per Gandhi è la autosufficienza. Per questo egli insisteva sulla necessità di fare largo uso di beni prodotti nel proprio territorio e promuoveva la ricerca di tecnologie dolci e sostenibili, l'impiego di soluzioni a piccola scala e sistemi cooperativi.


Non esiste uno schema valutativo della appropriatezza di una tecnologia applicabile, pertanto nell'ambito delle tecnologie appropriate le scelte devono prendere in considerazione tutti gli aspetti che ruotano ai bisogni delle persone, per arrivare a proporre scelte che mettano in primo piano gli aspetti ambientali, climatici, antropologici, sociali, economici, di disponibilità di materie prime e di energia, tenendo conto del livello tecnico e culturale dei destinatari.

Il progetto Inti Yatrai Wasi nasce nel 2010 proprio a seguito di una attenta analisi dei bisogni dei beneficiari che ha permesso di riflettere sulla necessità di giungere alla autonomia di gestione da parte della comunità locale e quindi ci ha sollecitato a tenere conto della prospettiva di praticabilità del progetto a medio e lungo termine.



Il progetto si basa sull'utilizzo di risorse umane, materiali ed energetiche reperibili sul posto, che siano a basso costo e di facile gestione, nella tutela del contesto ambientale in cui si opera e ponendo attenzione ai bisogni della comunità locale. 
In sintesi:
1_cantiere scuola con campesinos e volontari - per far apprendere pratiche innovative e migliorative per il comfort domestico e la salute, derivate da tecniche tradizionali locali
2_impiego di sistemi costruttivi non meccanizzati - struttura in adobe
3_uso di materiali naturali locali e recuperati - legno, terra, paglia, plastica riciclata, lamiera
4_applicazione di sistemi attivi e passivi a basso costo per lo sfruttamento dell'energia solare - accumulo inerziale delle pareti, accumulo solare isolato per la produzione di aria calda, pannelli solari termici per la produzione di acqua calda fatti con bottiglie di plastica riciclate
5_formazione e divulgazione - creazione di manualetti formativi illustrati e in lingua madre
6_impulso a nuovi canali di microimprenditoria - indicazioni per la realizzazione di piccole serre solari a gestione familiare destinate alla coltivazione di ortaggi per una maggiore varietà alimentare


Giulia Bertolucci architetto


giovedì 23 aprile 2015

LA NATURA NON SI RICICLA

La Giornata della Terra è l'occasione per sensibilizzare ed educare al rispetto del pianeta e per promuovere stili di vita più sostenibili, per noi è l'occasione giusta per parlare del nostro approccio progettuale e di alcuni micro progetti che nel tempo abbiamo fatto.



Ormai è chiaro: dobbiamo conciliare la finitezza delle materie e dell'energia con i nostri impatti ambientali. Ma ridurre gli impatti ambientali non significa necessariamente ridurre i consumi e gli acquisti; significa riqualificare gli edifici, cioè ridurne gli impatti attraverso l'efficientamento, l'innovazione e la ricerca, e significa anche riutilizzare e riciclare la materia.
La letteratura scientifica imputa all'edilizia l'impiego di oltre il 40% delle risorse naturali. Sappiamo che in termini energetici la fase di uso degli edifici genera impatti rilevanti che hanno portato agli adempimenti ed obblighi di efficientamento energetico; ma interessante, quanto in realtà poco approfondita (anche nella normativa), è l'efficienza di flussi di materia durante le varie fasi dell'edificio (costruzione, uso e dismissione).

A livello generale tra le misure individuate per la riduzione dell'impatto ambientale troviamo l'informazione e sensibilizzazione dei cittadini alla produzione sostenibile e riduzione dei rifiuti, anche attraverso agevolazioni economiche.
Per la gestione dei rifiuti la priorità è la prevenzione del rifiuto stesso e la facilitazione del riutilizzo della materia, ancor prima che diventi scarto, e quindi ancor prima della fase di riciclo o eventuale smaltimento. In sostanza l'obiettivo dovrebbe essere prevenire i rifiuti, eventualmente riutilizzarli, riciclarli o compostarli, al limite prevedere un recupero di energia dalla combustione degli stessi per non arrivare mai alla necessità di smaltimento in discarica.
Purtroppo ancora oggi la prevenzione è poco applicata: in Italia circa il 65% dei rifiuti è conferito in discarica, un 35% è avviato a riciclo, un 10-12% è inviato a combustione (senza recupero energetico), pochissimi sono i casi di impegno sul riuso e prevenzione del rifiuto.

Scommettendo sulla possibilità di compiere il ciclo di gestione della materia senza occuparsi di smaltimento, cioè pensando di chiudere il cerchio attraverso la prevenzione, il riuso e il recupero della materia, si ha un notevole cambio di prospettiva anche nel rapporto tra uomo e materia, fin'ora lineare: nascita/estrazione; vita/utilizzo; morte/smaltimento. Il cambio sta nella visione circolare della gestione della materia dove non esiste più la morte della stessa, ma il riuso e riciclo in una sequenza continua (un po' come avviene in natura).
 
 
Dal canto nostro siamo consapevoli dell'importanza dell'azione dei singoli e del fatto che alla fine la responsabilità del pianeta è solo nostra. Come consumatori che fanno delle scelte preferiamo sempre prodotti riciclabili o di seconda vita, sia in senso generale che nel campo edilizio.
Solitamente scegliamo tecnologie e materiali che permettono la posa a secco e quindi la disassemblabilità, con il conseguente reimpiego o riciclo a fine vita del fabbricato.



Nell'ambito del recupero di materia negli anni abbiamo portato a termine qualche piccolo progetto in cui elementi di scarto sono stati riutilizzati, riciclati e valorizzati conferendo nuova vita e nuovo uso. Come? Realizzando complementi di uso comune come lampade da barattoli e contenitori, sia in vetro che in cartone; poltrone con paglia, scarti di legno e kevlar (materiale di cui sono costituite alcune vele delle imbarcazioni); supporto per PC ottenuto da un cartolare da ufficio ormai rovinato, rivestito con uno scampolo di stoffa, ecc.



Le possibilità di riutilizzo dei materiali sono molteplici, con la fantasia e un po' di manualità è possibile realizzare di tutto.

 
architetto Giulia Bertolucci










mercoledì 25 marzo 2015

ACQUA RISORSA A RISCHIO

Ogni anno il 22 marzo è la Giornata Mondiale dell'Acqua. Per il 2015 il tema centrale è: acqua e sviluppo sostenibile, con particolare riferimento al problema dell’acqua potabile.
Come può essere l'acqua potabile un problema crescente? E' la domanda che ha strutturato una mia recente lezione riguardo alla gestione della risorsa idrica. Il fatto è che sopravvalutiamo la quantità di acqua che abbiamo a disposizione, senza conoscerne realmente lo stato di emergenza.

Dal 1900 il consumo di acqua è andato incrementando. A questo consumo ha corrisposto una restituzione in ambiente di acque inquinate e spesso non più utilizzabili. In pratica andiamo via via perdendo una fetta sempre più ampia di risorsa “buona” che non viene reintegrata. L’ONU ha recentemente ribadito il rischio di perdita per l’umanità di oltre il 40% delle riserve idriche potabili entro il 2030. In realtà già adesso gran parte della popolazione mondiale non dispone di acqua pulita (controllata o sanificata).
Eppure l'acqua è vita, è uno dei beni più preziosi in grado di trasformare qualsiasi cosa al suo passaggio; gli esseri umani stessi sono composti per il 90% da acqua, quindi non possiamo più permetterci di sottovalutarla e darla per scontata. Lo sviluppo della vita sul nostro pianeta dipende da essa; le comunità e le città stesse sono sorte in prossimità di corsi d'acqua e si sono sviluppate secondo la sua disponibilità; per questo motivo anticamente era rappresentata come una dea.

 
Forse la nostra disattenzione dipende dal fatto che siamo abituati a vedere il globo terrestre ricoperto per il 70% da acqua, ma dobbiamo riflettere che la maggior parte di questa è salata e non potabile. Approfondendo si scopre che solo lo 0,1% dell'acqua presente sulla terra è potabile.
Dato che parlare in senso generico e globale spesso non aiuta alla comprensione del problema, ho controllato i dati dell'ultimo rapporto dell'ARPA Toscana (annuario della Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) nel quale è riportato lo stato dei corpi idrici a livello regionale e le analisi affermano che il 42% dei corsi d'acqua toscani è inquinato chimicamente. Inoltre facendo riferimento alle classi di qualità con A1 ottima, A2 sufficiente, A3 mediocre e A4 pessima, tra tutti i monitoraggi in Toscana non risulta presente acqua eccellente, ma solo sufficiente o di qualità inferiore. Ecco perché localmente le amministrazioni tendono ad aumentare sempre più il livello di disinfettante nell'acqua distribuita, per renderla idonea al consumo umano. Ancora approfondendo i dati dell'ARPA Toscana si rileva che gli inquinanti presenti sono per lo più provenienti da attività antropiche.



Complessivamente il 70% delle acque consumate sono impiegate in agricoltura, il 20% nell'industria e solo il 10% in ambiente domestico, ma è anche vero che, tra tutti gli usi, il 95% non abbisogna di acqua potabile. E' opportuno allora parlare di acqua idonea all'uso specifico, cioè acqua di qualità inferiore che può essere impiegata laddove non c'è necessità di potabilità, ad esempio in ambito domestico è possibile utilizzare acqua non potabile per il giardino, la manutenzione degli spazi esterni, lo smaltimento dei reflui.



Dobbiamo quindi depurare gli scarichi in modo da ottenere risorsa adatta a specifici usi seppure non potabile.
In questo senso giocano un ruolo importante i sistemi di fitodepurazione che riescono in modo efficace, semplice e sostenibile a depurare le acque di scarico, permettendo anche un successivo riutilizzo in loco. In un prossimo post approfondiremo i sistemi e la tecnica costruttiva.


Rodolfo Collodi Architetto


giovedì 12 marzo 2015

L'ERBA DEI GIGANTI

Il Bambù si sta facendo strada nella vita di tutti i giorni: dai tessuti al cibo, dalle medicine ai pavimenti, questa pianta così versatile continua a stupire. Di fatto si tratta di una graminacea, proprio così il bambù è un'erba e non un albero.
Nel nostro continuo approfondimento riguardo a tecniche e materiali edili non convenzionali, ecosostenibili e biocompatibili, abbiamo partecipato ad un primo workshop sul bambù italiano nel 2011 e ad un secondo pochi giorni fa.


Bambù Italiano

Esistono oltre 1200 specie di bambù nel mondo, con così tante variazioni che può trovarsi sia in aree temperate che in climi tropicali o sub tropicali; elemento comune a tutte le specie è la facilità di coltivazione. Per questi motivi è molto diffuso come materiale da costruzione da centinaia di anni in molte zone della terra. E' resistente e flessibile, necessita di 8/10 anni di crescita per ottenere un prodotto utilizzabile ai fini costruttivi, è estremamente facile da lavorare, seppure richieda solo strumenti manuali, permette di costruire intere strutture.

Di fatto però è ancora da molti considerato un materiale per popolazioni povere, e quindi si pensa che non possa garantire le condizioni di sicurezza e comfort che vengono richieste oggi dalle costruzioni. E' certamente vero che in Italia, questo come altri materiali naturali, non è contemplato nelle norme tecniche per la realizzazione di strutture portanti, seppure abbia delle notevoli prestazioni, perchè non esiste un sistema di calcolo riconosciuto per questo tipo di materiale. Per avere una idea di quelle che sono le potenzialità strutturali ed estetiche del bambù si deve guardare all'Asia e all'America Latina.


Opere di Simon Velez

Le canne possono essere utilizzate tali e quali per strutture portanti, oppure per realizzare scenografie da interni ed esterni, arredi ed altri oggetti artigianali, ma possono anche essere lavorate per ottenere pannelli o travi lamellari. In pratica tutto quello che si può realizzare con il legno può essere ottenuto anche con il bambù. La combinazione della forma cilindrica, con l'alto contenuto di silice e l'orientamento dei tessuti vascolari lo rendono un materiale unico anche a paragone con il legno, la terra, il cemento o l'acciaio. Infatti il bambù ha una resistenza a compressione e trazione eccellente e per alcune specie è doppia rispetto alla tenuta dell'acciaio e mantiene sempre una estrema flessibilità che permette di lavorare il materiale anche con forme ardite, sia tramite l'utilizzo di canne intere che ridotte in striscie. Anche la NASA ha utilizzato il bambù, per la sua estrema leggerezza e resistenza, come materiale da costruzione per applicazioni spaziali.



Il Singapore’s Future Cities Laboratory sta portando avanti uno studio finalizzato a verificare il potenziale uso del bambù in sostituzione alle armature in acciaio del cemento armato, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove, pare assurdo, attualmente si utilizza il 90% del cemento e l'80% dell'acciaio consumato dal settore costruzioni.

Certo il bambù ha anche alcune limitazioni da tenere inconsiderazione al momento della progettazione e realizzazione di un'opera: il suo alto contenuto di zucchero rende la pianta soggetta ad attacchi di parassiti, che possono essere scongiurati con un idoneo trattamento (naturale e non necessariamente tossico) al momento del taglio; le canne hanno una notevole resistenza, ma molta attenzione si deve porre nelle giunzioni al fine di trasmettere i carichi nel modo corretto e per non indebolire la canna stessa con connessioni eccessivamente invasive.


Considerando il peso e la resistenza del bambù, e anche il poco sforso necessario per capitalizzare queste proprietà, si può dire sicuramente che questa erba gigante è un ideale materiale da costruzione. Inoltre guardando ai veri costi ecologici del settore delle costruzioni il bambù ha sempre una impronta ecologica inferiore ad ogni altro materiale convenzionale; è più accessibile e facile da lavorare rispetto alla maggior parte dei consueti materiali utilizzati in edilizia; comporta una minore emissione di CO2 per la produzione e, se si utilizza il bambù italiano, è possibile anche abbattere l'inquinamento dovuto ai trasporti. E' economicamente e ambientalmente sostenibile nonché biocompatibile.

(immagini dei due workshop cui ho partecipato)

Giulia Bertolucci architetto


giovedì 19 febbraio 2015

QUANDO LO "SPIFFERO" E' SALUTARE PER LA CASA

Accade sempre più spesso che le case siano afflitte dal problema della muffa negli ambienti interni.

Questo costituisce un problema da non trascurare in ambienti chiusi. Dapprima può creare solo sgradevoli macchie scure, ma con il peggiorare delle condizioni e il proliferare del fenomeno può arrivare a produrre un odore caratteristico, pungente e fastidioso, ma soprattutto può provocare allergie o problemi alle vie respiratorie.
La muffa può dipendere da un difetto strutturale (ponte termico, isolamento termico non efficace, eccessiva umidità da infiltrazione) o da cause accidentali (scarsa esposizione solare, insufficiente ventilazione).
Recentemente si è presentato il caso di una villa singola di due piani costruita nel 2007, con manifestazioni fungine in alcune stanze e crediamo che sia esemplare di una edilizia recente in cui chi ha realizzato l'opera non ha tenuto in dovuta considerazione l'involucro, considerandolo solo un contenitore senza che questo abbia la dovuta efficienza dal punto di vista energetico e di salubrità ambientale.
Per individuare le cause scatenanti di questo fenomeno e dare indicazioni di eventuali interventi correttivi, a seguito di un sopralluogo, abbiamo effettuato un monitoraggio ambientale. Nel nostro caso il rilevamento ha evidenziato che la manifestazione fungina è da ricondurre a muffa per condensa superficiale. Precisamente si tratta di sviluppo di muffa sulle pareti interne degli ambienti dovuto ad una condensa del vapore d'acqua presente nell'aria. Due i problemi sostanziali: la assoluta mancanza di isolamento termico di involucro e una ventilazione non efficace.



Può accadere infatti che, seppure si operino ripetuti ricambi di aria durante la giornata, non si riesca a risanare, ma solo ad arginare il problema. Ecco allora che viene spontaneo pensare alle case dei nostri nonni caratterizzate da spifferi fastidiosi, ma salutari per il continuo ricambio di aria che questi garantivano.
L'importanza del ricambio di aria è forse più chiaro se si pensa ad alcuni elementi che determinano le condizioni di comfort all'interno degli ambienti: temperatura, purezza dell'aria, umidità interna. Il ricambio costante dell'aria garantisce il “lavaggio” continuo degli ambienti con un effetto benefico anche per le superfici. 


Per contro le case dei nonni avevano condizioni ambientali che non corrispondono più agli standard di comfort desiderati oggi. Inoltre la consapevolezza dell'importanza del risparmio energetico non può che farci riflettere. In una casa isolata termicamente le perdite di calore causate dagli spifferi possono costituire anche il 30-40% delle perdite di calore totali. Per questo non si può pensare di tornare ai vecchi cari spifferi, ma gli edifici oggi devono essere dotati di sistemi che permettano di garantire la opportuna ventilazione senza perdite di calore e senza provocare discomfort. 

Rodolfo Collodi Architetto


giovedì 29 gennaio 2015

LA CITTA' HA IMPATTI SULL'AMBIENTE E SULLA NOSTRA SALUTE?

Gli ambienti urbani sono caratterizzati spesso dal sovraccarico edilizio, dalla incongrua disponibilità di spazi verdi fruibili, dall’irrazionale distribuzione di servizi essenziali, dalla mortificazione del senso di identità dei luoghi, dal rumore, dall’inquinamento atmosferico e visivo, dall’affollamento e dall’eccessivo riscaldamento nel periodo estivo. Queste situazioni sono favorevoli all’insorgenza di numerosi disturbi e patologie fisiche e psichiche.


L’ambiente può influire direttamente o indirettamente sulla salute. La relazione tra l’individuo e diversi fattori ambientali è una delle determinanti fondamentali dello stato di salute e può dare luogo a diversi stati di benessere o di malattia.
Questo è l'assunto da cui è partito il gruppo di lavoro nazionale a cui ho partecipato, coordinato da ISDE Italia, per la redazione del Position Paper in tema di Sostenibilità dell'ambiente abitato pubblicato da ENEA.

Considerando che circa la metà della popolazione mondiale (3,4 miliardi di persone) vive in aree urbane e il numero potrebbe raddoppiare entro il 2050 e che l’urbanizzazione determina consumo e cambiamento delle caratteristiche del suolo, se il consumo di suolo continua ad espandersi, le aree urbanizzate potrebbero occupare fino al 7% della superficie disponibile terrestre nei prossimi vent’anni.
Ma i suoli “sigillati” da cemento e asfalto difficilmente potranno tornare ad essere produttivi.

Secondo il Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo, l'Istituto Nazionale di Urbanistica e Legambiente in Italia ogni giorno scompare sotto il cemento una superficie pari a circa 100 ettari (in pratica, dagli 8 ai 10 mq al secondo).
Anche il 10° Rapporto ISPRA 2014 sulla qualità dell'ambiente urbano testimonia che la situazione è sempre più drammatica, con molte città (purtroppo non solo le maggiori e più note) che hanno consumato suolo dal 30 fino ad oltre il 60%. Un dato tra tutti: Roma oltre 33.000 ettari e Milano 11.000 ettari ormai persi.
Allora è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il suolo/territorio è una risorsa limitata e va trattata con ogni cura. Si dovrebbe riflettere sul fatto che per scavare 50 cm di terreno basta un colpo di ruspa, mentre per rigenerarne 10 cm occorrono 2000 anni.

Le aree urbane se da un lato offrono l’opportunità di vivere in un contesto che offre maggiori possibilità di accesso ad una molteplicità di servizi, dall’altro presentano rischi per la salute e nuove sfide sanitarie. La salute, infatti, intesa come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia” è determinata da una molteplicità di fattori che ricadono anche al di fuori del dominio strettamente biomedico e sui quali la città gioca un ruolo determinante. Negli ultimi 150 anni la ricerca, in continuo sviluppo sul tema, ha chiaramente dimostrato che il modo in cui le città sono pianificate e gestite produce sostanziali differenze nella salute dei propri abitanti.



L’abitato sostenibile sotto il profilo sociale, economico ed ambientale, si compone di tre elementi, interconnessi: il territorio che contiene lo spazio urbanizzato, l’area urbana e l’edificio in essa contenuto. In un certo senso, si potrebbe dire che la nuova città sarà sostenibile quando essa, con il suo territorio, favorirà un abitare sostenibile, aperto a nuovi stili di vita, a nuovi saperi, a nuovi valori, il cui centro sia occupato dall’uomo abitante, non solo dal consumatore (di risorse) o dal produttore (di rifiuti).

Con il termine “città sane” si indicano città che creano e migliorano continuamente l’ambiente fisico e il contesto sociale, mettendo le persone nelle condizioni di sostenersi a vicenda per realizzare e sviluppare al massimo tutte le attività della vita.
Lo sviluppo urbano diventa così una forma di prevenzione primaria che promuove comportamenti sani attraverso: un sistema di trasporto che incoraggia la mobilità pedonale e ciclabile, un’organizzazione funzionale della città che garantisce l'autonomia a ciascuna sua parte, un progetto di aree verdi che risponde alle esigenze di tutti i cittadini ed è indirizzato al benessere e l'interazione sociale.



All'interno dell'ambiente abitato un edificio dovrebbe considerare la relazione non più solo con il contesto ambientale, ma anche sociale e storico. Questo perché l’effettiva qualità non è riconducibile alla somma dei componenti, ma è determinata dalle relazioni che tra questi si stabiliscono.

Nel concreto, anche per la costruzione dei singoli fabbricati, non è più sufficiente parlare genericamente di sostenibilità, soprattutto riducendo il concetto di sostenibilità a quello di efficienza energetica.
Il miglioramento stesso della qualità dei singoli edifici, dal punto di vista della sicurezza, del benessere e della tutela dell’ambiente, non dipende solamente da nuove tecniche e materiali, bensì da un modo nuovo di pensare e progettare. Perchè oltre al consumo di suolo il settore edilizio è responsabile, in Europa, del 40% del consumo energetico totale e rappresenta la principale fonte emissiva di CO2 nell’Unione Europea. Ma non finisce qui, gli edifici producono ogni anno 450 milioni di tonnellate di rifiuti, cioè più di un quarto di tutti i rifiuti prodotti (anche perchè sono ancora pochi i materiali edili che possono essere riutilizzati o riciclati). Per questi motivi intervenire in edilizia presenta un potenziale notevole per quanto riguarda il risparmio energetico e la riduzione dell'impatto generale sull'ambiente.

In questa prospettiva è possibile allora dire che le preoccupazioni ambientali dovranno guidare le scelte per l'energia, la salubrità dei materiali, l'habitat confortevole, i rifiuti, la trasformabilità, spostando l'attenzione dalle necessità meramente tecniche-funzionali a quelle umane di salute, di relazione e di qualità di vita, che partono dall’edifico per coinvolgere tutta l’area urbana ed il suo contesto territoriale.

L’umanità dipende dall’ambiente in cui vive; non può modificarlo prescindendo da tale dipendenza e alterando gli equilibri che la regolano.


Giulia Bertolucci architetto