giovedì 22 luglio 2021

STRUTTURE IN LEGNO PER CASE IN PAGLIA

Con l'espressione casa in paglia si intende una casa in cui l'isolamento delle pareti è in paglia. E “lo scheletro” della casa di cosa è fatto? Per forza in legno? Perché? E quanti tipi di casa in legno&paglia esistono? Qual è il migliore? Vediamo di chiarirci un po’ le idee.

Questo articolo scritto dagli amici di Casa Giusta professionsti nella costruzione di case in paglia segue il precedente relativo ai vari modi di utilizzare la paglia per costruire (La paglia per costruire la tua casa). 


“Metodo Nebraska”: pareti in paglia autoportanti

Dicevamo: casa in paglia = casa isolata con la paglia...niente si dice in merito alla struttura portante, lo “scheletro”. Ebbene, cominciamo col dire che questo potrebbe essere costituito dalla paglia stessa! Se immaginiamo le balle (ballette o balloni) come mattoni (“blocchi in fibra vegetale”, se vogliamo essere sofisticati), non ci è difficile immaginare che si potrebbe tirar su muri così come si fa con i mattoni. Muri...che “stanno in piedi da soli”. 

Effettivamente è stato fisicamente provato e testato che pareti costituite da sole balle, cioè senza alcuna struttura verticale in legno o altro materiale, possono di per sé costituire elemento portante dell’edificio. Prova ne sono edifici dei primi anni del secolo scorso ancora abitati negli Stati Uniti (la tecnica prende appunto nome dallo Stato, il Nebraska, in cui sono stati costruiti i primi esemplari siffatti). Più recentemente, anche in Italia sono stati realizzati edifici con “struttura portante in balle di paglia”. 

Dal 2009 però la normativa antisismica è cambiata, rendendo praticamente necessario combinare alla parete in balle di paglia una struttura portante opportunamente testata o riconosciuta, procedura mai attuatasi per questo sistema.



Quali materiali per la struttura?

Parlavamo appunto di materiali (e tecniche) riconosciuti per legge come validi per strutture portanti: muratura in laterizio, in pietra, calcestruzzo armato, acciaio e naturalmente legno. 

Il fatto che ad un edificio isolato in paglia si associ in modo automatico e pressoché esclusivo il legno come materiale per la struttura, è dovuto a ragioni culturali, affatto tecniche: generalmente, chi vuole/progetta/costruisce una casa in paglia non ha in testa il cemento (magari giusto per le fondazioni).
In questo articolo tratteremo di strutture in legno per case in paglia, parlando cioè di “sistemi costruttivi legno-paglia”.

Sistemi costruttivi legno-paglia 

Passiamo quindi in rassegna i tipi di strutture in legno esistenti e per ognuno di essi l’opportuna combinazione con i “tipi” di paglia che si possono avere in cantiere: ballette, balloni, paglia sfusa (di cui abbiamo parlato nell’articolo La paglia per costruire la tua casa).

Fachwerk
Il termine, tedesco, trova corrispettivi nel francese “colombage”, inglese “half-timbering”, italiano “a graticcio” e designa quel tipo di costruzione molto caratteristico in cui elementi lignei relativamente piccoli costituiscono una intelaiatura orizzontale, verticale e diagonale a vista, che crea dei setti triangolari e rettangolari tamponati con un graticcio o una cannicciata di rami sottili rivestita di argilla su entrambi i lati, o a volte con un impasto di ciottoli o laterizi.

Le tecniche di tamponamento più idonee sono: 

  • terra paglia (che prevede di imbibire la paglia in una miscela di acqua argillosa) 
  • paglia sfusa con cassero (eventualmente pannello di paglia pressata)



Travi&Pilastri
E’ il sistema “trilitico” classico
, che si può vedere anche in calcestruzzo armato come pure in acciaio. A differenza del platform frame che vedremo sotto, consta di elementi ben più radi e di sezione più importante (esempio: pilastri di sezione 20x25 a distanza di 4 metri l’uno dall’altro).
Gli elementi possono essere in qualsiasi tipo di legno (lamellare, KVH, massiccio).
Se il sistema è stato pensato avendo bene a mente le peculiarità della posa delle ballette, allora si può anche ben sposare con queste. Sarà probabilmente necessaria una “struttura ausiliaria”, funzionale alla posa delle ballette.
Se invece il sistema è stato “spensieratamente” progettato, alto è il rischio che i costi lievitino enormemente a causa delle difficoltà di messa in opera create da… “una struttura tra le balle”.

Se si volesse abbinare ad un tamponamento in balloni, il nostro caldo suggerimento è di ipotizzare la struttura a vista all’interno della casa e lasciare che i balloni siano posati come mattoni giganti senza alcun “disturbo”.

Molto interessante, da un punto di vista di fattibilità ed economicità, può risultare utilizzare questo come mero scheletro per poter “giocare” con una esile struttura ausiliaria idonea all’insufflaggio di paglia sfusa.


“Parete piena”
Questa espressione non è tecnica, ma rende bene l’idea. In questa categoria abbiamo riunito un sistema antichissimo e uno alquanto recente. La caratteristica che li accomuna è quella per cui il sistema costituisce al contempo struttura e tamponamento. Si crea, per l’appunto, una parete piena “in un colpo solo”.

Il Blockbau, che ha origini addirittura nella preistoria, è diffuso ancora oggi in vaste aree geografiche dell’America e dell’Europa.
Travi di legno massiccio vengono sovrapposte orizzontalmente per formare le pareti. Negli spigoli di parete sono opportunamente intagliate per incastrarsi l'una trave di una parete con la corrispettiva trave della parete adiacente.
Il sistema nasce come “compiuto in sé” data anche la sua peculiare resa estetica, per cui ci risulta difficile pensare ad un cappotto esterno. Qualora si presentasse la necessità, valgono le stesse considerazioni che si possono fare per le strutture in X-lam. Vediamole subito.

L’X-lam (si dovrebbe leggere “Cross-lam”, abbreviazione di Cross laminated...timber = legno laminato/lamellare incrociato) è, per dirla semplicisticamente, un po’ come un pannello di multistrato formato gigante. O, vista da un’altra prospettiva, è un po’ come una trave lamellare “estesa” a tutta la parete.

L’MHM (Massiv Holz Mauer= parete in legno massiccio) è un po’ come l’X-lam però fatto con legno massiccio anziché lamellare, ed altre tecniche di assemblaggio dei vari strati.


Trattandosi di una parete continua, per quanto riguarda l’isolamento dobbiamo più correttamente parlare di “cappotto termico” piuttosto che di tamponamento. Si apre dunque un capitolo differente, che merita di essere discusso a parte.
Da un punto di vista fisico-tecnico, ciò è fattibile con ballette, con balloni, con paglia sfusa debitamente contenuta da pannelli o altro.
La variabile maggiormente condizionante nella scelta di quale tecnica adottare, è probabilmente il costo che, va anche detto, non dovrebbe essere un problema per chi ha scelto di costruire in X-lam.

Platform frame
In italiano conosciuto come “sistema a telaio”, consta di elementi verticali piuttosto ravvicinati il che consente quindi l’utilizzo di sezioni inferiori (esempio: montanti di sezione 10x14 con interasse 70 cm). Il sistema verticale di parete così formato è interrotto ad ogni piano, dal solaio. Per irrigidire la parete creando un effetto “pannello” è frequente l’uso di pannelli di osb, di fibrogesso, oppure di tavole di legno grezzo disposte a 45°.
Gli elementi possono essere in qualsiasi tipo di legno (lamellare, KVH, massiccio).
E’ senza dubbio il sistema più utilizzato per le costruzioni isolate con ballette di paglia.

In particolare, il passo e la sezione dei montanti viene adattato alle dimensioni delle ballette.
Frequente ad esempio l’uso di montanti in lamellare di profondità 36 cm (se le balle sono posate secondo il lato corto) ad un passo di ca. 1 metro, per ospitare una balletta in orizzontale sopra l’altra. Si tratta poi di affrontare questioni come controventature e finiture, per cui chi utilizza pannelli di osb, chi tavolato a 45°, su cui apporre sistemi per aggrappo di intonaco/rasatura.


Oltre ad adattamenti di platform frame come quello sopra citato, ci sono anche sistemi nati ad hoc per le ballette, come il canadese Greb, ideato in particolare per la posa ad opera di personale non specializzato. Tutti gli elementi (montanti verticali e correnti orizzontali) sono costituiti da legname di identica sezione (4x10 nella versione originale). I montanti sono disposti in due file “esterne” alle ballette, creando cioè un “corridoio” entro cui le ballette vengono posate. I montanti stessi costituiscono poi le guide per casserare e colare una malta nei 4 cm dentro e 4 cm fuori.
Platform frame è infine la tecnica principe per le prefabbricazioni in legno e così pure per le prefabbricazioni di pannelli o pareti in legno-paglia.

Qual è il sistema migliore?

La domanda sorge spontanea. La risposta deluderà i più: Dipende.
Non esiste un sistema migliore in assoluto
(altrimenti, prima o poi tutti si sarebbero uniformati ad esso). Ci sono ditte che per ovvie ragioni hanno deciso di puntare su una gamma ristretta se non un solo sistema, ottimizzando al massimo. Ma non è detto che per quel nostro progetto tale sistema sia il più adatto. Possono influenzare ragioni di gestione di cantiere, di tempistiche. Oppure condizioni ambientali in situ possono far escludere alcuni sistemi.
Le variabili in gioco sono tante e le offerte sul mercato sono sempre di più, per fortuna. Noi professionisti delle costruzioni in paglia offriamo la nostra consulenza anche in tal merito.


Giacomo Mencarini (Casa Giusta)



giovedì 8 luglio 2021

LA PAGLIA PER COSTRUIRE LA TUA CASA

Case in paglia...ma quale paglia? Ma...la paglia...proprio quella del contadino? Così com’è? Non la trattate?
In questo articolo vediamo quale paglia si utilizza per costruire e in quali forme essa può presentarsi in cantiere.
E comunque sì, è proprio quella del contadino, così com’è!

In questo blog abbiamo già parlato in passato delle case in paglia, delle caratteristiche, dei costi e della durata (articolo Costruire in paglia); adesso ospitiamo un articolo scritto dagli amici di Casa Giusta professionsti nella costruzione di case in paglia.
 

La paglia, sottoprodotto della coltivazione dei cereali (di fatto è lo stelo della pianta secca), una volta raccolta dal campo viene così stoccata:
ballette: dimensione indicativa 35x45x100 cm, peso tra i 12 e i 25 kg
balloni: da 70x70x200 cm e oltre, peso 2-2.5 quintali
rotoballe

Cosa ci è utile per costruire e come?

Ballette e Balloni
E’ stato fisicamente provato e testato che pareti costituite da sole ballette (e ancor di più da soli balloni), ovvero senza alcuna struttura verticale in legno o altro materiale, possono di per sé costituire elemento portante dell’edificio. Esistono infatti edifici, anche in Italia, con “struttura portante in balle di paglia”. 
Dal 2009 però la normativa antisismica è cambiata. Questa non vieta la possibilità di progettare e realizzare edifici ascrivendo alle balle capacità strutturali, ma la consente a patto di una procedura di test alquanto onerosa. In pratica, dimentichiamoci per un bel po’ la possibilità di costruire edifici in balle di paglia “autoportanti” in Italia.  
E’ pertanto necessario avere una struttura portante da combinare alla parete in balle di paglia.


In alto esempio costruzione in ballette; in basso costruzione con balloni da un cantiere di Atelier Werner Schmidt
  



Sono valide le seguenti linee guida di progettazione:
  • Balloni: “meno ostacoli tra le balle”, meglio è. Ovvero: la costruzione di una parete in balloni “fila liscia” tanto più quanto tra un ballone e un altro non ci si deve imbattere in altri elementi come pilastri, travi, controventi.
  • Ballette: “il legno solo dove è funzionale alla posa, non di più non di meno”. Naturalmente, bisogna avere esperienza per capire dove è funzionale e dove no. Altrimenti, la posa delle ballette di paglia in parete diventa un incubo.
Se dunque per i balloni pressoché qualsiasi struttura, che non sia completamente esterna alla parete, risulta fastidiosa, per le ballette può esistere una struttura in legno che ne agevola la posa e una che la ostacola.

Pannelli di paglia pressata  
A livello industriale, appositamente creati per l’edilizia, sono disponibili sul mercato pannelli di paglia pressata. Trattasi di pannelli rigidi, di spessore 4 e 6 cm, alti anche oltre 2.5 mt. 
Possono risultare molto comodi come pareti divisorie (se comparati alla struttura metallica+pannelli cartongesso). 
Possono anche essere utilizzati come casseri a tenere per pareti esterne (da valutare con accortezza l’uso nella facciata esterna) o come pannellatura orizzontale in un solaio di interpiano, data la loro discreta resistenza meccanica. 
Trattandosi di un prodotto industriale con una sua lavorazione, il costo non è un fattore da trascurare, a differenza di ballette, balloni e paglia sfusa.

Esempi di pannelli in paglia pressata

Paglia sfusa  
All’inizio e alla fine, c’è sempre lei: la paglia “sfusa” o “sciolta”. 
Per molti addetti ai lavori che usano le ballette, questa è il residuo della lavorazione in cantiere. E chi non è mai passato da un cantiere in balle di paglia non ha idea di quanto scarto si produca quotidianamente. Si sta parlando anche di 3-4 big bags al giorno. 
Si può preventivamente progettare l’utilizzo come riempitivo isolante per pareti divisorie (operazione semplice che però richiede molto tempo di posa, da valutare attentamente quindi a seconda del costo della manodopera addetta). 
Sempre come riempitivo entro due casseri, si può utilizzare in tutte quelle situazioni di pareti perimetrali in cui la posa delle ballette è ardua se non impossibile (zone piene di passaggi di tubi, aree da tamponare “triangolari” come alla sommità delle pareti-timpano, etc). 
In alternativa si prendono accordi con ippodromi, stalle, aziende orticole etc. vicine al cantiere per uno “smaltimento” intelligente.

Paglia sfusa, residuo di lavorazione in cantiere

 Altrimenti, la paglia sfusa è l’elemento costitutivo della tecnica “terra-paglia”, che prevede di imbibire la paglia in una miscela molto liquida di acqua e argilla, lasciarla un poco asciugare per poi inserirla entro casseri. E’ invalsa la consuetudine di associare questa tecnica più al “mondo” delle case in terra e quindi spesso non è nemmeno menzionata quando si parla delle case in paglia.


Prospettive future già in corso

In conclusione merita menzionare un uso della paglia sfusa di recentissima introduzione nel mercato edilizio, quello che ne prevede la posa tramite la tecnica di insufflaggio. Si annoverano ancora pochissimi casi in tutto il mondo, ma è certo che entrerà a far parte della gamma dei materiali naturali standard da insufflare e, data l’artigianalità della lavorazione con le ballette, si può addirittura sospettare che soppianterà quest’ultima.

Ad oggi (luglio 2021) ci risulta che in Italia una sola ditta abbia previsto di utilizzare la tecnica di insufflaggio per pareti perimetrali con il materiale paglia nei propri cantieri: CasaGiusta. A parità di costo di materiale, i tempi di posa tra ballette e insufflaggio sono di 12 a 1.



Giacomo Mencarini (Casa Giusta)


martedì 9 febbraio 2021

SUPERBONUS NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

Stiamo fronteggiando gli effetti del cambio climatico e le normative ci chiedono di progettare nuovi edifici più efficienti e ristrutturare l’esistente affinché sia meno energivoro. Per stimolare la riqualificazione di tutto il patrimonio edilizio esistente sono concesse sostanziose detrazioni fiscali. Nell’ultimo anno è stato varato anche un ulteriore potenziamento con il Superbonus che porta la detrazione fino al 110% per alcuni interventi virtuosi.

Non entro nel merito delle storture generate dalla comunicazione propagandistica che ha fatto credere al mito della “ristrutturazione gratis della casa”.


Perché l’agevolazione fiscale del 110% mette a rischio la salute?

L’Ecobonus incentiva l’efficientamento energetico attraverso due strumenti principali “trainanti”: l’isolamento dell’involucro e la sostituzione dell’impianto termico; a cui si possono aggiungere interventi “trainati” sempre con la stessa finalità.

L’isolamento agisce sulla conducibilità termica dell’involucro permettendo di ridurre le dispersioni.
L’azione sull’impianto termico permette di sostituire il generatore e tutto il sistema di emissione con soluzioni più efficienti, che significa meno dispendiose e più ambientalmente sostenibili perché riducono le emissioni di CO2.
Questi due tipi di intervento agevolati però non prendono assolutamente in considerazione altri parametri che devono essere invece valutati affinché il miglioramento non sia solo per l’edificio, ma l’obiettivo finale sia il benessere della persona e il mantenimento della salute.

Faccio subito un esempio:

Prendiamo un edificio anni ‘70, non isolato, con caldaia non efficiente e i classici termosifoni. E’ il soggetto perfetto su cui applicare le soluzioni migliorative agevolate con l’Ecobonus potenziato. Una nuova caldaia a condensazione, il cappotto esterno e nuovi infissi portano l’edificio in una classe energetica migliore, garantendo una notevole riduzione dei consumi e delle emissioni.
Si avranno temperature, superficiali e dell’aria, più uniformi, questo significa miglior comfort?
Non proprio
, perché il comfort dipende anche da una serie di altri fattori tra cui l’umidità relativa, che a sua volta influisce sulla qualità dell’aria interna e sullo stato di benessere. Il bilanciamento ottimale è intorno al 50-60%, in caso di umidità maggiore si avrà una percezione più estrema: in estate si sentirà più caldo, al contrario in inverno si sentirà più freddo; ma in caso di umidità più bassa del 40% si avrà un effetto negativo sulla qualità dell’aria interna, che troppo secca potrà causare problemi alle vie respiratorie. Se le nostre mucose si asciugano troppo, il nostro corpo non può difendersi al meglio dagli agenti nocivi inalati, rimanendo quindi più esposto alle malattie e ai disturbi delle vie aeree.

Allora qual’è la scelta da fare? Aggiungere la ventilazione.

In base alla normativa dovremmo garantire ricambi d’aria pari a 0,3-0,5 volumi orari per mantenere condizioni ottimali indoor. Possiamo ventilare naturalmente attraverso l’apertura delle finestre, ma anche questa semplice azione avrebbe bisogno di calibratura, perché tenere la finestra aperta troppo a lungo non aiuta a diminuire la possibilità di condense e la formazione di muffe (per approfondire puoi leggere anche eliminare i problemi di muffa), oppure possiamo installare un impianto che garantisca la costante qualità dell’aria indoor.


La ventilazione è importante sia per il mantenimento della qualità dell’aria, sia perché nel bilancio termico dell’edificio è sempre più rilevante man mano che si rendono le case più efficienti. Se la ventilazione in un vecchio edificio non coibentato incide sul totale delle dispersioni solo per un 10%, in uno energeticamente migliorato arriva a pesare per un 50% delle perdite e anche fino al 70% in una casa passiva.
La ventilazione naturale quindi è doppiamente importante, eppure non è tra gli interventi incentivati dall’Eco e Superbonus, quindi se si guarderà solamente all’efficienza dell’edificio e alle lavorazioni ammesse alla detrazione fiscale non si privilegeranno scelte necessarie per il comfort interno, il benessere delle persone e il mantenimento della salute.

Insomma c’è l’alta probabilità che, riqualificando un edificio con la sola finalità di massimizzare la spesa detraibile, si passi da un patrimonio edilizio poco confortevole, perché poco efficiente, ad un patrimonio edilizio poco confortevole, perché afflitto da muffe e sostanze nocive da cui è più difficile difendersi perché poco evidenti, ma non per questo meno dannose.

E’ vero che per accedere alla detrazione Superbonus si devono rispettare anche i Criteri Ambientali Minimi, ma questo fa ancora riferimento a prestazioni energetiche e di riduzione dell’inquinamento ambientale dovuto ai rifiuti in fase di produzione e smantellamento dei vari materiali e componenti. Niente viene detto riguardo alla qualità dell’aria interna.

Sono incentivati gli infissi, ma in quanti sono consapevoli che la sostituzione delle finestre se da un lato migliora la tenuta termica del fabbricato, dall’altro acuisce i problemi legati ad un ridotto ricambio dell’aria? Spesso dare risposte troppo specifiche e circoscritte a un problema genera altri problemi. Il risparmio energetico infatti ha spesso peggiorato la qualità dell’aria indoor grazie alla maggiore facilità di proliferazione di muffe, o alla maggiore concentrazione di sostanze organiche volatili nell’aria interna.

Conclusioni

Il fatto che l’edificio consumi di meno non è garanzia di salute per le persone che ci vivono. L’Ecobonus infatti pone dei limiti prestazionali da raggiungere che non tengono minimamente in considerazione la qualità dell’aria interna agli edifici ristrutturati, questo significa che se ci si limita a raggiungere tali parametri con l’unico obiettivo di rientrare nelle categorie di detrazione, e di massimizzare la spesa detraibile, non si privilegeranno scelte per il benessere e la salute.

Un altro aspetto su cui riflettere, che caratterizza questo Superbonus, è la velocità. I tempi sono stretti, la scadenza dell’agevolazione è vicina e questo può indurre alla fretta togliendo spazio all’analisi e all’approfondimento, cosa che invece è assolutamente necessaria per poter scongiurare i rischi dell’efficientamento puro e semplice. A parità di prestazione esistono vari materiali che offrono risposte diverse riguardo alla traspirabilità, alla igroscopicità, alla emissione di voc, e devono essere valutati attentamente, perché la qualità ha bisogno di tempo.

E’ necessario quindi non lasciarsi trascinare dal mito “ristrutturazione gratis” e valutare le agevolazioni fiscali come opportunità indubbiamente da cogliere, ma sempre facendo attenzione a bilanciare le scelte tra efficienza dei fabbricati e benessere delle persone.


Se hai apprezzato questo articolo, ti chiedo di condividerlo affinché sia utile anche per altri. Grazie 

Giulia Bertolucci architetto


Giulia Bertolucci
architetto,
molto attiva in ambito associativo e nel proprio ordine professionale, da sempre interessata alla bioarchitettura si occupa di biocompatibilità e sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e qualità dei materiali dell'architettura.

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giovedì 9 luglio 2020

MATERIALI A CONFRONTO: INTONACO DI CALCE O DI CEMENTO

Se devi fare un nuovo intonaco questo articolo ti può aiutare nella scelta ottimale. L’ intonaco è solitamente considerato solamente una rifinitura, in realtà svolge più funzioni e può avere un impatto notevole sia sulla qualità dell’aria indoor sia sull’ambiente.

Questo articolo ti aiuterà a scegliere l' intonaco interno più adatto alle tue esigenze.

intonaco calce intonaco cemento

In questo Post NON ti parlerò degli aspetti tecnici più conosciuti come le composizioni e gli additivi che nel corso dei secoli hanno caratterizzato le malte, tipo il coccio pesto, la pozzolana o più recentemente cellulosa, amido o fumo di silice, ma vedremo come possiamo scegliere l' intonaco più adatto alle tue esigenze attraverso l’analisi delle caratteristiche fisiche e di recenti ricerche scientifiche.

Quali sono le funzioni di un intonaco interno?
L’ intonaco interno è uno strato funzionale che serve a coprire/uniformare la muratura e gli impianti, ma non deve essere solo solido e durabile.
Nella bioedilizia l'edificio viene considerato la terza pelle. Come l’abito, nostra seconda pelle, viene scelto prima di tutto perché confortevole e non perché resistente, allo stesso modo l’ intonaco, componente della nostra terza pelle e strato più a contatto con noi, dovrebbe essere scelto soprattutto per le condizioni di comfort e salubrità che ci garantisce, non solo per la sua durata.
Eppure le cose più importanti che spesso vengono ignorate sono proprio il poter garantire comfort termico, igrometrico, la salubrità ed ecosostenibilità.

Come scegliere il materiale più adatto alle tue esigenze?
Ho preso a riferimento 4 materiali e rispettive combinazioni per ottenere 6 tipologie di intonaci più comuni nella formulazione standard:
Intonaco di cemento (con quantità più o meno elevate di calce e gesso)
Intonaco di cemento bianco (con quantità più o meno elevate di calce e gesso)
Intonaco di calce
Intonaco di calce e gesso (con quantità più o meno elevate di calce e gesso)
Intonaco di gesso
Intonaco di argilla cruda

confronto intonaci tabella1Ho messo a confronto i principali parametri di riferimento (vedi tabella) come massa, permeabilità al vapore, conducibilità termica, resistenza a compressione. Da questi dati non emergono valori e caratteristiche particolarmente migliori che potrebbero far scegliere un prodotto rispetto ad un altro. Esempio: la resistenza a compressione che si poteva immaginare spiccatamente superiore per il cemento rispetto agli altri, in realtà non è preponderante per l’ intonaco. Anche riguardo alla resistenza alla diffusione del vapore le differenze non sono cosi significative (tieni conto che la minore resistenza in assoluto è = 1 e un materiale come l’ intonaco con spessore di 3 cm costituisce freno vapore con valori superiori a 67; quindi a prescindere dalla composizione gli intonaci sono tutti permeabili).
Arrivato a questo punto, per le informazioni che ho esaminato, l'unico motivo per cui potrei scegliere un prodotto rispetto ad un altro è il prezzo.

Ma vediamo ora le altre caratteristiche importanti.

L' intonaco può assolvere alle funzioni di comfort e salubrità?
Con l'introduzione degli obbiettivi di riduzione dei consumi energetici si è andati verso edifici sempre più sigillati, perdendo progressivamente il controllo dell' umidità relativa all'interno delle abitazioni. Temperatura e umidità dell’aria sono due parametri di fondamentale importanza per la definizione del comfort all’interno di un’abitazione.
L’ umidità relativa dell’aria provoca una sensazione di benessere se compresa tra il 30 e il 65%, in concomitanza con un valore di temperatura intorno ai 20°C. Tassi di umidità più alti, soprattutto se accompagnati da temperature elevate possono generare discomfort. Inoltre i livelli di umidità relativa sono fondamentali per la salubrità dell'aria nei locali confinati.

A questo proposito una serie di interessanti ricerche universitarie si sono interrogate su questo tema; è stato riscontrato che "Il Moisture Buffer Value" (MBV, valore di assorbimento dell’ umidità) si dimostra essere un parametro interessante per la caratterizzazione dei materiali dal punto di vista della loro interazione con l’ umidità dell’aria degli ambienti interni.

Le ricerche hanno dimostrato come la scelta dell’ intonaco interno con elevate performance di assorbimento e rilascio di umidità (effetto spugna) può consentire di migliorare le prestazioni termoigrometriche in termini di comfort e di risparmio energetico per la climatizzazione.
Studi specifici inoltre dimostrano possibili risparmi del 2-3% sulla climatizzazione invernale e dal 5 al 30% per la climatizzazione estiva.

Quali parametri esistono per scegliere un intonaco per migliorare comfort e salubrità, considerando anche l’impatto ambientale?
Parametri importanti per definire il comfort sono certamente:
- la massa che ha l’effetto di equilibrare il clima interno in estate grazie all'inerzia (quello che si chiama anche effetto “volano”) e riesce ad ammortizzare gli sbalzi di temperatura tutto l’anno
- MBV pratico che definisce le performance di assorbimento e rilascio di umidità ed è suddiviso in 5 classi che vanno dal peggiore, cioè negligente, poi limitato, moderato, buono, fino al massimo che è eccellente.

Per quanto riguarda la salubrità i parametri possono essere molti, ma certamente la composizione dell’ intonaco può dare importanti indicazioni.

In riferimento all'impatto ambientale due importanti parametri ottenuti grazie all'analisi LCA (ciclo di vita di un materiale) riassumono le caratteristiche di un intonaco:

- GWP -100 (Global Warming Potential) che rappresenta il potenziale di riscaldamento globale, è la quantità di kg di CO2 che viene emessa per quantità di prodotto

- MJ Energia incorporata che comprende il totale dell’energia primaria non rinnovabile necessaria per produrre l' intonaco

confronto intonaci tabella2

Ma quali sono le caratteristiche che emergono dal confronto tra i vari intonaci?

1_Massa:
Il miglior peso specifico è quello dell' intonaco in argilla cruda che con una massa elevata può aiutare ad avere l’effetto di equilibrare il clima interno in estate e inverno, nella misura di circa 1/4 in più del cemento e 2/3 in più del gesso. 


2_Controllo umidità (MBV):
Migliori come performance di assorbimento e rilascio di umidità spiccano la calce e l'argilla cruda (e in genere i materiali di origine naturale come il legno e la canapa), in grado di controllare egregiamente la quantità di umidità negli ambienti, passivamente senza aver quasi bisogno di sistemi di ventilazione meccanica. La capacità di questi materiali di assorbire l’ umidità in eccesso negli ambienti è 4-5 volte superiore rispetto al cemento.

3_Salubrità
L'unico materiale con criticità spiccate risulta essere il cemento. Da attenta analisi delle schede di sicurezza risulta che le rocce con cui viene prodotto il cemento Portland, non il bianco, (vedi articolo di approfondimento) contengono cromo esavalente solubile in quantità superiori a 0,0002%, che come forse sai risulta essere cancerogeno, per questo le case produttrici sono costrette ad aggiungere additivi in grado di abbattere la cancerogenicità del cromo esavalente trasformandolo in cromo trivalente. Questi additivi hanno efficacia che decade nel tempo, per questo i cementi hanno una data di scadenza di circa 3 mesi

4_Impatto ambientale
La produzione dei leganti di gesso, calce e cemento (bianco e Portland) hanno processi simili in quanto vengono ottenuti attraverso la cottura di pietre selezionate
con caratteristiche specifiche (Ca(OH)2, C2S + Ca(OH)2, C2S, C3S + Ca(OH)2 ) da cui si ottengono i diversi leganti, in base anche alla temperatura di cottura (tra i 500 e i 1500 C°). Per questo alcuni intonaci richiedono molta più energia in fase di produzione rispetto ad altri.

5_Potenziale di riscaldamento globale (GWP)
I valori della CO2 in tabella sono valori standard per gli intonaci. Alcuni cementifici riescono a produrre con valori anche inferiori rispetto a quelli in tabella, ma ad oggi un intonaco di cemento ha emissioni di CO2 di circa 4 volte superiori rispetto ad uno di calce e 10 volte superiori rispetto ad uno di argilla.

6_Energia incorporata
Vista la diversa produzione, il cemento Portland risulta essere il legante più energivoro di tutti, il doppio rispetto ad uno di calce e circa 2600 volte maggiore rispetto ad uno di argilla.


confronto intonaci tabella riassuntiva
Conclusioni

Non fermandosi alle prime analisi si possono scoprire fattori di notevole importanza che possono orientare la scelta dell' intonaco per la tua abitazione. Come hai visto le migliori prestazioni variano a seconda del tipo di intonaco, sta quindi al progettista, a chi ti consiglia, scegliere il prodotto più adatto al tuo caso e non fermarsi al più diffuso o quello più facile da usare.


Sperando che questo articolo sia stato utile e interessante, ti chiedo di condividerlo affinché sia utile anche ad altri. Grazie

Rodolfo Collodi architetto


Rodolfo Collodi 
architetto
Libero professionista, socio qualificato Istituto Nazionale di BioARchitettura, presidente della sezione INBAR di Lucca dal 2015.
Docente in corsi e convegni INBAR e di altri numerosi enti nazionali, sui temi della gestione delle risorse, del risparmio energetico e della certificazione energetica.
Nel corso degli anni ha prestato la sua opera all'interno di tavoli di lavoro provinciali e regionali per la modifica dei regolamenti edilizi ai fini dell'incentivazione dell'edilizia sostenibile. All'interno dello Studio associato di progettazione  Architettura x Sostenibilità, si occupa di sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e certificazione energetica, nonché di qualità dei materiali dell'architettura.
Svolge attività di ricerca, in collaborazione con ditte e associazioni, per la costruzione di edifici in balle di paglia e case in terra cruda.
Autore della ultima revisione del Sistema nazionale di Certificazione Energetico Ambientale, comunemente definito Marchio INBAR.

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giovedì 18 giugno 2020

CEMENTO: EMISSIONI CO2 E CROMO ESAVALENTE

I materiali edili, essendo inerti, da molti vengono considerati innocui. In realtà hanno un notevole impatto sulla salute delle persone e sull’ambiente, per questo è necessaria una maggiore attenzione da parte di progettisti, costruttori e committenti al momento della scelta. Prendiamo in considerazione un materiale molto amato in edilizia: il cemento. Sapevi che il cemento contiene Cromo esavalente? Sapevi che il cemento è uno dei maggiori responsabili delle emissioni di CO2 al mondo?

cemento emissioni CO2 e cromo esavalente

Impatto sull’ambiente: cemento ed emissioni CO2


Il calcestruzzo (il cui legante è il cemento) è il materiale artificiale più utilizzato al mondo. È secondo solo all'acqua come risorsa più consumata sul pianeta. Ma sebbene il cemento - ingrediente chiave del calcestruzzo - abbia plasmato gran parte del nostro ambiente costruito, va detto che esso ha anche una pesante impronta di carbonio: è la fonte di circa l'8% delle emissioni mondiali di anidride carbonica (CO2). Se l'industria del cemento fosse un paese, sarebbe il terzo per emissioni inquinanti, dopo Cina e Stati Uniti. (fonte: The Guardian)

Il cemento è il materiale fondamentale per la maggior parte delle costruzioni. Di fatto è il principale materiale in tutto il mondo per la realizzazione di palazzi, parcheggi, ponti, dighe; sia perché si può produrre quasi ovunque, sia perché ha qualità strutturali ideali nonostante i noti problemi di durabilità legati alla interazione con le armature in acciaio, e nonostante le conoscenze attuali ci permettano di usare altri materiali da costruzione più sostenibili.

Se è vero che il cemento e il calcestruzzo sono stati usati per costruire fin dall’antichità, quello che oggi utilizziamo (cemento Portland) è frutto di un’evoluzione moderna, di un processo di cottura e macinazione di calcare e argilla brevettato all'inizio del XIX secolo. La produzione comporta l'estrazione della materia prima - che causa inquinamento atmosferico sotto forma di polvere - e la cottura con l'uso di forni che richiedono grandi quantità di energia. Nel complesso l’intero processo chimico di produzione del cemento emette livelli incredibilmente alti di CO2.

Se da un lato le aziende hanno migliorato l'efficienza energetica nella produzione utilizzando materiali di scarto per la combustione, è innegabile che l’industria debba cercare di rivedere tutto il processo di produzione del cemento, non solo riducendo l'uso di combustibili fossili.
C’è poi da dire che la produzione di cemento richiede enormi quantità di acqua, pari a circa un decimo della quantità totale utilizzata nel settore industriale.

Ma ci sono altri impatti sull’ambiente e sulle persone che forse sono ancora meno conosciuti.

produzione cemento
Impatto sulle persone: cemento e Cromo esavalente

Il contenuto di Cromo VI nel cemento è legato principalmente alle materie prime e ai combustibili impiegati nel processo produttivo. Purtroppo però non può essere controllato agendo direttamente su questi due componenti, quindi per mantenere il livello di Cromo esavalente nel cemento al di sotto del limite imposto dalla norma, le aziende provvedono con l’aggiunta di additivi che funzionano come “riducenti”. Questi additivi sono: solfato stannoso e solfato ferroso, prevalentemente sotto forma di polveri. L’efficacia di questi agenti riducenti è influenzata dalle condizioni di conservazione del cemento (ventilazione, umidità, temperatura) ed è limitata nel tempo. Per questo motivo il cemento deve essere sempre conservato in luoghi freschi e asciutti, garantendo l’integrità delle confezioni; inoltre sull’imballaggio del cemento o dei preparati contenenti cemento deve essere riportata la data di confezionamento, le condizioni e il periodo di conservazione, cioè la scadenza!

Alla scadenza il cemento non perde le sue caratteristiche prestazionali, ma per essere utilizzato dovrà essere nuovamente additivato con riducenti del Cromo esavalente per essere impiegato in “sicurezza”. ( Aitec)

Nonostante la limitazione del contenuto di Cromo VI è sempre raccomandabile l’uso di particolari accortezze nella manipolazione del cemento bagnato (fondamentale quindi l’uso di guanti e al termine delle lavorazioni anche se si sono usati guanti è buona regola lavarsi le mani con acqua tiepida e sapone neutro). Questo perché il contatto diretto con il cemento bagnato può avere conseguenze sulla pelle: da irritazioni dovute all’alcalinità del materiale fino a fenomeni allergici dovuti proprio al Cromo esavalente. E’ giusto ricordare infatti che si tratta di un “agente cancerogeno (gruppo 1 IARC) dotato anche di effetti tossici non cancerogeni per esposizioni croniche attraverso differenti vie (inalatoria, per ingestione, per contatto cutaneo)” (fonte:ISDE- Associazione Medici per l’Ambiente Italia)

Il contenuto di Cromo esavalente nel cemento è regolamentato in Italia dal 2005 con un Decreto del Ministero della Salute di recepimento della relativa direttiva Europea. In particolare il cemento e i preparati contenenti cemento non possono essere commercializzati o utilizzati se contengono, una volta mescolati con acqua, oltre lo 0,0002% (2 ppm) di Cromo VI rispetto al peso totale del materiale a secco.

cemento emissioni CO2 e cromo esavalente

Conclusioni

Non rimane altro da aggiungere se non ribadire che è importantissimo prestare estrema attenzione alle scelte progettuali e realizzative. Per questo è sempre opportuno rivolgersi a chi conosce i materiali edili e può correttamente valutarne la pericolosità. Per quello che riguarda il cemento è sicuramente opportuna una sua limitazione all’uso esclusivamente strutturale dove non si possa svolgere la stessa funzione con altri materiali, e porre molta attenzione alle fasi di cantiere sia per la salute degli operatori che per il corretto smaltimento dei residui.


Sperando che questo articolo sia stato utile e interessante, ti chiedo di condividerlo per la sensibilizzazione del maggior numero di persone. Grazie

Giulia Bertolucci architetto



Per approfondimenti sul tema degli impatti del cemento sul territorio e le comunità consiglio il libro "Le conseguenze del cemento" di Luca Martinelli di cui ho parlato QUI

Giulia Bertolucci
architetto,
molto attiva in ambito associativo e nel proprio ordine professionale, da sempre interessata alla bioarchitettura si occupa di biocompatibilità e sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e qualità dei materiali dell'architettura.

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giovedì 4 giugno 2020

ERRORI DA EVITARE PER ISOLARE IL TETTO

E' sempre corretto isolare il tetto e realizzare una copertura ventilata?
E' capitato poco tempo fa che un cliente mi abbia posto questa domanda riguardo ad un intervento proposto da alcune ditte. Ormai è ampiamente chiaro che il tetto va isolato, ma non sempre è la cosa giusta da fare, capita che alcune ditte suggeriscano di fare il tetto ventilato, considerandolo come qualcosa di “innovativo”, senza pensare che l'abbinamento tra le due tecniche non è sempre corretto. Infatti per questo cliente la soluzione sarebbe stata solo uno spreco di soldi, vediamo perché.

errori da evitare per isolare tetto

Prima di rispondere alla domanda devono essere chiari 4 aspetti fondamentali.

1) Il tetto è la superficie disperdente che in inverno contribuisce maggiormente alle perdite di calore per la sua estensione, forma e posizione. 

Vari sono i componenti che concorrono alle dispersioni tramite l'involucro edilizio; ci sono le pareti, il tetto, le finestre, i pavimenti e la ventilazione, tutti questi possono variare in funzione della zona, urbana o meno, degli ombreggiamenti e delle condizioni di ventilazione della zona. In particolare il tetto può incidere sulle dispersioni totali di un fabbricato tra il 15 e il 30%, a seconda della tipologia di edificio. 

dispersioni termiche

2) Il tetto in estate è la superficie sulla quale irraggiamento solare incide maggiormente. Per spiegare meglio ti mostro una simulazione riguardo all'irraggiamento solare in Wh/mq nelle varie ore del giorno, per tutto l'arco dell'anno e per diverse inclinazioni. Nei grafici l'area blu corrisponde alle ore notturne, la parte celeste ha una radiazione solare da 158 a 316 Wh/mq, quella rossa da 316 a 474 Wh/mq, mentre il rosso più scuro ha valori di radiazione superiori a 474 Wh/mq.

irraggiamento solare

I primi tre grafici corrispondono alla situazione in caso di esposizione a sud e inclinazione di 0°(tetto piano), 30° e 60°. Da questi si capisce come all'aumentare della pendenza diminuisce il picco massimo estivo e allo stesso tempo l’irraggiamento si distribuisce più uniformemente durante tutto l'arco dell'anno.
I tre grafici in basso invece mettono a confronto il possibile irraggiamento di superfici verticali rivolte sia verso sud, che verso est ed ovest. Da queste è chiaro che le facciate hanno l'irraggiamento quasi dimezzato rispetto a quello della copertura.

Quindi in estate un qualsiasi tetto esposto ad irraggiamento solare può raggiungere temperature molto elevate, fino a 70°C, specialmente un tetto piano, di conseguenza può portare ad un elevato surriscaldamento dei locali sottostanti (se non isolati correttamente).

3) Non si può generalizzare parlando di tetto, le tipologie di copertura non sono tutte uguali e sono cambiate molto nei secoli: era consuetudine nella tradizione che l'ultimo piano delle abitazioni ospitasse dei locali non abitabili che venivano utilizzati a servizio degli ambienti principali, (ho visto sottotetti in zone urbane utilizzati per allevamento animali da cortile). Si tratta di ambienti areati o areabili che aiutavano in inverno ad asciugare le infiltrazioni di pioggia e in estate a ridurre il surriscaldamento estivo. Nell'ultimo secolo è diventata consuetudine abitare anche i sottotetti, grazie all'introduzione di nuove tecnologie che hanno permesso di ottenere maggior comfort per mezzo di impermeabilizzazioni più efficaci per tutte le tipologie di copertura, tetti piani compresi.
tipologie di tettoTenendo conto solo di soluzioni senza isolamento si possono individuare 4 tipologie:
A) Copertura non isolata, non ventilata
1) sottotetto abitato
2) sottotetto NON abitato
È la tipologia più semplice dove ci sono solo gli elementi strutturali, e non è presente né lo strato termoisolante, né quello di ventilazione.

B) Copertura non isolata ma ventilata
1) sottotetto abitato
2) sottotetto NON abitato
Prevedono la sola presenza di uno strato di ventilazione, che può essere posto al di sotto del manto di coppi o tegole, oppure ottenuto con la ventilazione dei locali sottotetto.


4) Che cosa è il tetto ventilato e come funziona?
Il tetto ventilato ha la funzione principale di riuscire a ridurre carichi termici estivi (il surriscaldamento) e aiutare la trasmigrazione del vapore acqueo dall'interno verso l'esterno riducendo i rischi di condense interstiziali e di conseguenza ridurre la possibilità di insorgenza delle muffe. L'importanza ed efficacia di questa soluzione tecnica è dimostrata da molti studi universitari (vedi il post dedicato al Tetto ventilato).

Conclusione
Detto questo ora posso rispondere in 4 modi diversi alla domanda da cui sono partito: E' corretto isolare il tetto e realizzare una copertura ventilata?

1) SI, se ho un tetto con falde inclinate e sottotetto abitabile è consigliato isolare il tetto e realizzare una copertura ventilata (le caratteristiche le trovi indicate nel post dedicato al tetto ventilato)

2) NO, se ho un tetto a falde inclinate con sottotetto non abitabile e non ventilato (soffitta chiusa) è consigliato realizzare un tetto ventilato e mettere l'isolamento sul pavimento della soffitta.

3) NO, se ho un tetto con falde inclinate (oppure piano) e sottotetto non abitabile, ma ventilato (ad esempio la classica soffitta con aperture in facciata), è consigliata una copertura non ventilata in falda, ed è ottimo il mantenimento della ventilazione della soffitta, ma per migliorare le prestazioni e ridurre la dispersione di calore l'isolamento andrebbe posto sul pavimento della soffitta stessa.

4) SI, se ho un tetto piano con sottotetto abitabile è opportuno isolare il tetto e ancora meglio si può realizzare una copertura ventilata, ma artificialmente.



Come vedi hai il 50% delle possibilità di sbagliare e il mio cliente si trovava nella situazione n. 3) con tetto a falde inclinate e sottotetto non abitabile ma ventilato, la soluzione che gli era stata proposta da altri di isolare le falde del tetto e realizzare una camera di ventilazione era SBAGLIATA perché aveva già la soffitta ventilata. E’ come comprare un cappello di lana perché si ha freddo alla testa e indossarlo sopra un cappello di paglia, non porta alcun beneficio, anzi sarebbe una spesa INUTILE.

Esistono diverse tecniche per migliorare l'isolamento termico del tetto, un esperto è in grado di individuare la migliore soluzione per la tua casa.
Spesso si pensa di spendere meno facendo da soli, ma è opportuno farsi aiutare da tecnici competenti.



Se hai apprezzato questo contributo informativo e pensi possa interessare altri, condividilo. Grazie.



Rodolfo Collodi architetto


Rodolfo Collodi 
architetto
Libero professionista, socio qualificato Istituto Nazionale di BioARchitettura, presidente della sezione INBAR di Lucca dal 2015.
Docente in corsi e convegni INBAR e di altri numerosi enti nazionali, sui temi della gestione delle risorse, del risparmio energetico e della certificazione energetica.
Nel corso degli anni ha prestato la sua opera all'interno di tavoli di lavoro provinciali e regionali per la modifica dei regolamenti edilizi ai fini dell'incentivazione dell'edilizia sostenibile. All'interno dello Studio associato di progettazione  Architettura x Sostenibilità, si occupa di sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e certificazione energetica, nonché di qualità dei materiali dell'architettura.
Svolge attività di ricerca, in collaborazione con ditte e associazioni, per la costruzione di edifici in balle di paglia e case in terra cruda.
Autore della ultima revisione del Sistema nazionale di Certificazione Energetico Ambientale, comunemente definito Marchio INBAR.

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giovedì 30 aprile 2020

RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA CON MATERIALI ISOLANTI TERMORIFLETTENTI


Devi isolare termicamente la casa? Ma non puoi farlo dall’esterno perché la facciata ha dei vincoli o perché ti trovi in una plurifamiliare in cui gli altri condomini non vogliono intervenire? Ti potrà aiutare conoscere gli isolanti termoriflettenti.
Oggi si parla di efficientamento dell’involucro con materiali innovativi, sia per costituzione che per il principio di funzionamento, e che garantiscono un risultato di tutto rispetto in grado di accedere anche al bonus fiscale.


Materiali isolanti termoriflettenti

La maggior parte dei materiali isolanti ha dei pro e dei contro, non tutti si adattano a tutte le esigenze. Ci sono materiali più adatti alla nuova costruzione e altri indicati anche per la ristrutturazione, alcuni si possono utilizzare all’esterno e altri sono più indicati per essere posati all’interno delle murature.
 
Quali sono le caratteristiche principali dei termoriflettenti? 
I termoriflettenti sono materiali isolanti particolari la cui efficacia è garantita dalla loro capacità di riflettere il calore e non dallo spessore.
Si dividono in due macrocategorie:

  • i multistrato composti da film di alluminio riflettenti, alternati ad ovatte o materassini in PE espanso 
  • i multistrato a bolle d’aria con doppia lamina di alluminio, eventualmente accoppiati anche a materiali espansi
Principio di funzionamento 
Dal punto di vista termico il calore si trasmette sempre dal corpo più caldo a quello più freddo, ma i materiali isolanti termoriflettenti non assorbono il calore, essi lo riflettono grazie a superfici lucide in alluminio, basso emissive. 
Per capirci il funzionamento è come nel thermos o nelle coperte termiche. Il sistema è isolante perché le superfici termoriflettenti limitano il passaggio di calore. Esse permettono di respingere il calore proveniente dall’esterno e allo stesso tempo di contenere le dispersioni riflettendo il calore interno.

E’ importante poi precisare che queste superfici termoriflettenti devono lavorare sempre a contatto con una intercapedine d’aria in modo da massimizzare la prestazione aumentando notevolmente il potere isolante dell’aria stessa.

materiali isolanti termoriflettenti riqualificazione energetica

Cosa sono le superfici basso emissive? 
Emissività è la capacità di un materiale di irraggiare energia, o meglio di riflettere il calore.
Le superfici basso emissive sono quelle capaci di riflettere l’energia irraggiata fino anche al 98%.
L’emissività va da 0 a 1:
0 quando un corpo riflette totalmente il calore
1 quando un corpo assorbe completamente il calore

La maggior parte dei materiali edili usati (mattoni, calcestruzzo, legno, intonaco) ha caratteristiche alto emissive. Per fare un esempio:
Alluminio lucido ha emissività pari a 0,003, cioè riflette il 97% del calore
Laterizio ha emissività pari a 0,9 cioè prossimo a 1, quindi assorbe tutto il calore che lo irradia.

Come influisce l’emissività sul potere isolante? 
Ricordando che maggiore resistenza termica corrisponde a maggiore isolamento termico, il valore di emissività è importante perché influisce sulla resistenza termica di una intercapedine d’aria. Per fare un esempio la resistenza termica dell’aria in intercapedine di 2,5 cm confinata tra un muro di mattoni e un materiale multiriflettente può essere anche di 4 volte superiore della resistenza dell’aria in intercapedine di pari spessore, ma confinata tra due muri di mattoni.

L’emissività della parete varia in base a diversi fattori:
  1. la direzione del flusso di calore
  2. lo spessore dell’intercapedine d’aria
  3. la temperatura dell’intercapedine 
  4. l’emissività delle facce adiacenti all’intercapedine
La norma di riferimento per i materiali termoriflettenti è la UNI 16012 del 2012. Si applica a tutti i prodotti da isolamento termico che devono una parte delle loro proprietà termiche alla presenza di una o più superfici riflettenti, basso emissive, e alle eventuali intercapedini d’aria associate.


materiali isolanti termoriflettenti posa


Come si posa l’isolamento termoriflettente? 
La particolarità dei materiali termoriflettenti (solitamente in rotoli) è che non devono essere posti a contatto con le superfici, essi devono essere applicati su supporti, per questo il metodo corretto di posa è predisporre una listellatura applicata sul muro, dello spessore di 2,5 cm - che poi costituisce lo spessore dell’intercapedine d’aria. Sulla listellatura viene fissato il materiale termoriflettente, su di esso poi viene disposta la sottostruttura (che crea un’ulteriore strato d’aria interno) per i pannelli parete (cartongesso o gessofibra).

Conclusioni
In base all’esperienza diretta, viste le caratteristiche principali e in base anche a valutazioni di biocompatibilità e sostenibilità ambientale, per noi di Studio AxS i pro e contro di questo tipo di isolamento termico possono essere così sintetizzati:

VANTAGGI

  • Adatto sia alle ristrutturazioni che alle nuove costruzioni. 
  • Ottimo rapporto costi-benerfici-spessore (Il basso spessore permette di facilitare anche la soluzione dei punti critici come l’imbotte delle finestre). 
  • Lo spessore totale di questa applicazione può essere di circa 7-8 cm finito. 
  • Ottimo per isolare e migliorare la trasmittanza della parete rientrando anche nei parametri per la detrazione fiscale (Bonus per efficientamento termico). 
  • Salubre poiché è neutro nei confronti delle persone. 
  • Disassemblabile a fine vita, elemento importante da considerare dal punto di vista ambientale. 
SVANTAGGI
  • Essendo composto da lamine di alluminio costituisce barriera vapore che se messa all’esterno della muratura può portare a rischi di condense interstiziali.
  • Posato nella parte interna delle abitazioni non porta contributi positivi alla regolazione dei carichi interni e dell’umidità relativa.
  • Le lamine metalliche creano una schermatura magnetica e quindi non è consigliabile rivestire l’intera superficie dell’involucro (accorgimento suggerito anche da alcuni produttori).
  • Alluminio materiale energivoro in fase di produzione.


Sperando che questo articolo sia stato utile e interessante, ti chiedo di condividerlo affinché sia utile anche ad altri. Grazie

Giulia Bertolucci architetto



Giulia Bertolucci
architetto,
molto attiva in ambito associativo e nel proprio ordine professionale, da sempre interessata alla bioarchitettura si occupa di biocompatibilità e sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e qualità dei materiali dell'architettura.

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giovedì 23 aprile 2020

ECONOMIA CIRCOLARE IN EDILIZIA

Hai mai pensato che fosse possibile costruire una casa interamente con materiali di recupero?
Ti pare un’idea assurda che può funzionare solo per piccole rimesse attrezzi, ma non per una casa?

Il 22 aprile ricorre la Giornata della Terra. Occasione, riconosciuta dall’ONU, per sensibilizzare tutti al rispetto del pianeta e per promuovere stili di vita più sostenibili, giunta al 50 anno. Questa l'occasione giusta per parlare di Economia Circolare in edilizia, un tema importante visto l'impatto che le costruzioni hanno sul territorio, sulle risorse, sulla salute delle persone. 

 villa Welpeloo Superuse
img.credit: Archilovers


Applicare i principi di economia circolare all’edilizia significa porre attenzione al ciclo di vita dell'edificio, dei componenti, dei materiali, andando a capire come le cose s’influenzano reciprocamente.
I problemi ambientali e i rifiuti in costante aumento hanno portato a riflettere su come conciliare la finitezza delle materie e dell'energia con i nostri consumi e i corrispondenti impatti ambientali.

La spinta verso questo tema arriva da una strategia internazionale che dal 2001 ha iniziato a introdurre gli acquisti verdi e dal 2014 parla esplicitamente di Economia Circolare , di chiudere i cicli, di recuperare prodotti e materia.

Perché è importante parlare di economia circolare in edilizia?
Attualmente tra il 15 e il 40% del contenuto delle discariche sono scarti da attività edilizia, ma il futuro non può veder crescere a dismisura i siti di stoccaggio rifiuti.
Tra i rifiuti provenienti dall’attività edilizia il 90% potrebbe essere sfruttato come risorsa, riducendo gli impatti ambientali e allo stesso tempo riattivando l’economia del settore, creando anche nuovi filoni di mercato.

L'indirizzo comune è quello di potenziare le filiere del riciclo e del riuso, ma la priorità dovrebbe essere la prevenzione del rifiuto stesso e la facilitazione del riutilizzo della materia, ancor prima che diventi scarto da smaltire. Purtroppo ancora oggi pochissimi sono i casi di impegno sul riuso e prevenzione del rifiuto.

Che cosa è la Economia Circolare?

Economia Circolare è il modello di sviluppo che applicato all’edilizia pone l'attenzione al ciclo di vita dell'edificio, dei componenti e dei materiali nel tentativo di ridurre sprechi e scarti. In questo sistema ciò che ha origine naturale, biologica, è destinato ad essere reimmesso in ambiente (ciclo biologico), mentre ciò che viene prodotto con polimeri, leghe e altri materiali di sintesi deve essere progettato e realizzato nell'ottica del riuso e della sua rivalorizzazione anche per più volte (ciclo tecnico) senza divenire subito scarto.
L’attuale modello economico lineare si basa sul possesso, consumo e scarto delle risorse e presenta due problemi principali: da una parte, la quantità di risorse consumate e l’energia utilizzata per trasformarle in prodotti, dall’altra il volume di rifiuti prodotto.

La Economia Circolare cerca di risolvere questi problemi con l’estensione della vita utile dei prodotti, attraverso la produzione di beni di lunga durata, in cui le materie prime vergini sono sostituite da materie di recupero da altri prodotti (quindi riduzione anche delle risorse estratte dalla terra) e dove i cicli di produzione sfruttano energie da fonti rinnovabili.
Si tratta di un ripensamento complessivo e radicale del modello produttivo in cui elementi chiave sono la riduzione dell’uso di risorse non rinnovabili, l'aumento delle possibilità di riciclo dei rifiuti e l'uso di materiali composti da materie prime rinnovabili.

Parole chiave per l'edilizia: DISASSEMBLABILITA', RICICLABILITA', RIPARABILITA' DELLE VARIE PARTI DI UN EDIFICIO. 

economia circolare
img.credit: Archilovers

In questo modello l'obiettivo non è più solo la riduzione dei consumi e delle emissioni, non è più solo una questione d'impianti, ma di tutto il bilancio di materiali e tecnologie necessari per costruire un edificio, con l'obiettivo di giungere al vero impatto zero. 

E’ possibile costruire una casa interamente con materiali di recupero?

Upcycling è un termine che forse avrai già sentito e significa riutilizzare oggetti o materiali di scarto creando nuovi prodotti della stessa qualità, se non addirittura migliori dell'originale.
Come studio ci siamo cimentati molto spesso in questa tecnica costruendo accessori e arredi come lampade e poltrone.

Upcycling e’ possibile anche per interi edifici, e i risultati possono essere molto interessanti come nel caso della villa Welpeloo a Rotterdam, in cui i materiali utilizzati sia per la struttura che per l’involucro efficiente sono frutto del recupero e riuso di parti di macchinari, di strutture e di prodotti in disuso di varia origine. Nello specifico la struttura della casa è composta da elementi metallici recuperati dai grandi macchinari di un’azienda dismessa che si trovava nei dintorni del cantiere, che verificati, riadattati e assemblati nuovamente hanno permesso di garantire la stabilità necessaria; il rivestimento esterno è costituito dal legno ottenuto dallo smontaggio di bobine per cavi elettrici abbandonate; l’isolamento è ottenuto con gli scarti di una produzione locale di caravan. In totale si ha il 60% di materiali di recupero per gli esterni e addirittura il 90% per l’interno.
Tutto ciò che ancora possedeva un’utilità non è stato smaltito in discarica ma è divenuto “mattone” per un nuovo ciclo costruttivo, con un nuovo uso: una nuova casa. 

economica circolare superuse
img. credit: Archilovers , Dash-journal

Trovare il modo di riusare uno scarto è virtuoso, ma rimane comunque una pratica che tenta di riparare a fine ciclo vita, mentre progettare un oggetto o un prodotto affinché non diventi scarto, è il salto di qualità da fare. Molto interessante in questo senso è l'esperienza della Heineken con la WOBO (world bottle) . Una bottiglia di birra che una volta esaurito il contenuto, grazie alla sua forma scatolare poteva essere usata come mattone per costruire piccoli edifici.


Conclusioni

Ridurre l’ impatto ambientale non significa necessariamente ridurre i consumi e gli acquisti; significa riqualificare gli edifici, cioè ridurne gli impatti attraverso l'efficientamento, e significa anche riutilizzare e riciclare la materia.
La economia circolare mira proprio a compiere il ciclo di gestione della materia senza occuparsi di smaltimento. E’ un notevole cambio di prospettiva: l’approccio lineare deve divenire circolare, in una sequenza continua di usi e riusi successivi (un po' come avviene in natura).

Nell’ottica della circolarità sarebbe importante applicare con metodo il sistema di demolizione selettiva finalizzata al recupero di materiali e componenti, con conseguente riduzione dei rifiuti da inviare a discarica. Ma ancora meglio è prevenire lo scarto utilizzando prodotti pensati per essere riutilizzati più volte, preferendo:

  • materiali di seconda vita,
  • sistemi costruttivi a secco che permettono il disassemblaggio della costruzione con possibilità di separazione e recupero dei componenti per il loro reimpiego
  • materiali e prodotti edili naturali che possono essere reimmessi in ambiente.



Se questo articolo ti è piaciuto e pensi possa interessare anche ad altri, ti chiedo di condividerlo, Grazie

Giulia Bertolucci architetto 




Avevo affrontato l'argomento anche qui:
La natura non si ricicla   e   Rifiuti in edilizia: un metodo geniale





Giulia Bertolucci
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giovedì 9 aprile 2020

SI FA PRESTO A DIRE TETTO VENTILATO

Ti hanno proposto un tetto ventilato ma non è chiaro come funziona?
Sempre più spesso aziende e professionisti propongono il tetto ventilato come una copertura innovativa, ma molte imprese non sanno come realizzarlo e incontrano difficoltà ad applicarne le regole, poche ma fondamentali affinché sia sicura l’efficacia della ventilazione.
Per chi realizza case in legno forse è più comune costruire tetti ventilati, ma ho riscontrato difficoltà a far realizzare un tetto ventilato ad imprese più abituate alle costruzioni in mattoni e cemento.

Tetto ventilato

Di per sé il tetto ventilato è semplice, ma ci sono degli accorgimenti e delle regole da rispettare affinché la ventilazione sia innescata e porti i benefici voluti. In alcuni paesi europei addirittura esistono delle linee guida per la corretta realizzazione dei tetti ventilati. Insomma non è una cosa che si può improvvisare altrimenti l’insuccesso è certo.

Il sapiente utilizzo dei moti convettivi all’interno di intercapedini era una pratica impiegata anche in passato proprio con la finalità di:
  • proteggere le murature da avverse condizioni climatiche, separandole dall’ambiente esterno mediante strati di rivestimento distanziati dal muro stesso (tipo scandole di legno o lastre di ardesia);
  • migliorare le condizioni di comfort interno, soprattutto nella stagione estiva.
L’attenzione a tutte le variabili che entrano in gioco è ciò che determina il corretto o nullo funzionamento della ventilazione del tetto, per questo vari sono gli studi e le ricerche sul tema.

Ad esempio l’Università di Pisa con uno specifico gruppo di ricerca ha individuato un metodo analitico per le applicazioni di progettazione al fine di studiare le prestazioni energetiche delle strutture ventilate. Il metodo, attraverso 5 parametri adimensionali, sarebbe in grado di fornire i criteri utili per la scelta delle caratteristiche più adatte da usare in caso di parete o tetto ventilato sia con ventilazione forzata che con ventilazione naturale.

Ma uno studio più specifico è dell’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia in cui un gruppo di ricerca ha approfondito esclusivamente il funzionamento dei tetti ventilati a falda inclinata.
In particolare il gruppo di lavoro ha studiato la ventilazione naturale innescata nella cavità dei tetti inclinati ed ha approfondito l’influenza dell’inclinazione del tetto e delle caratteristiche della cavità sul moto d’aria al fine di capire: come, le condizioni di temperatura nella cavità di ventilazione, sono correlate alle caratteristiche della cavità stessa; come il flusso d'aria attraverso la cavità è influenzato dalle caratteristiche della cavità; in che misura la differenza termica guida il flusso d'aria nella cavità.

In estrema sintesi la ricerca ha osservato che la temperatura e le condizioni di flusso nello strato di ventilazione del tetto sono dipendenti sia dall'altezza della cavità che dall'inclinazione del tetto.
  • Maggiore inclinazione delle falde e maggiore altezza della cavità di ventilazione produce un decremento delle temperature dell'aria nella cavità stessa. 
  • Maggiore inclinazione delle falde provoca un aumento di velocità dell'aria, ma l'aumento dell'altezza della cavità non ha lo stesso effetto. 
  • L’aumento della velocità dell’aria nella cavità permette di ridurre significativamente la temperatura nella cavità stessa favorendo quindi il controllo del surriscaldamento.

Tetto ventilato cantiere

Da tutti i rilevamenti si deduce che una possibile altezza ottimale della cavità d'aria, in un tetto a pendenza intorno a 15°, per massimizzare la velocità della ventilazione nella cavità, sia di circa 4,8 cm. Quindi l’altezza della cavità di ventilazione è in relazione alla pendenza del tetto: all’aumentare della pendenza può ridursi lo spessore della cavità; ma, per capirsi, un tetto nordico dalla pendenza molto accentuata può avere una cavità di 3 cm, non certo un tetto di pendenza tradizionale alle nostre latitudini. D’altro canto le prove di laboratorio hanno mostrato che all’aumentare dello spessore della camera di ventilazione la spinta, cioè la possibilità di innesco del moto d’aria e la velocità dell’aria stessa, viene ridotta anche di due terzi.

Esistono in commercio dei materiali isolanti integrati con distanziatori che dovrebbero garantire la ventilazione, in realtà si parla di microventilazione che non sempre è sufficiente ed efficace per contenere il surriscaldamento del tetto.

Utilità di un tetto ventilato

Il tetto ventilato si basa sull’innesco e utilizzo dei moti convettivi di aria al di sotto del manto di copertura al fine di ridurre i carichi termici estivi, evitando l’esposizione diretta degli strati inferiori dell’edificio alle alte temperature e il conseguente surriscaldamento, e inoltre aiutare la trasmigrazione del vapore acqueo dall'interno verso l'esterno, smaltendo l’umidità in eccesso all’interno del pacchetto di copertura, riducendo i rischi di condense interstiziali e di conseguenza ridurre la possibilità d’insorgenza di muffe e marcescenze.

Funzionamento del tetto ventilato

Lo strato superiore della copertura, soggetto all’incidenza diretta dei raggi solari, si surriscalda e trasferisce calore alla lama d’aria sottostante, il cui aumento di temperatura innesca un moto convettivo e, quindi, la ventilazione stessa.
Le forze che inducono l’aria a muoversi attraverso la cavità sono la pressione e la variazione termica.
Come dimostrato l’efficacia della copertura ventilata dipende dallo spessore dello strato d’aria che, se eccessivo, può determinare una diminuzione della velocità del fluido e impedire l’innesco del necessario moto convettivo.

Conclusioni

Per essere efficace, cioè veramente ventilato, un tetto deve avere le seguenti caratteristiche:
  • uno spessore dedicato alla circolazione dell’aria, posto all’estradosso dello strato isolante costituito da una camera di spessore relazionato all’inclinazione e alla lunghezza della falda del tetto (indicativamente con pendenza inferiore a 15°, intercapedine di altezza circa 8 cm; con pendenza superiore a 15° altezza intercapedine di circa 5 cm)
  • una bocchetta di entrata in gronda almeno 200 cmq per metro e una di uscita in colmo (DIN4108-3)
  • la superficie della cavità meno scabrosa possibile per non interferire con il flusso d’aria

Sperando che questo articolo sia stato utile e interessante, ti chiedo di condividerlo affinché sia utile anche ad altri. Grazie

Rodolfo Collodi architetto 


Rodolfo Collodi 
architetto
Libero professionista, socio qualificato Istituto Nazionale di BioARchitettura, presidente della sezione INBAR di Lucca dal 2015.
Docente in corsi e convegni INBAR e di altri numerosi enti nazionali, sui temi della gestione delle risorse, del risparmio energetico e della certificazione energetica.
Nel corso degli anni ha prestato la sua opera all'interno di tavoli di lavoro provinciali e regionali per la modifica dei regolamenti edilizi ai fini dell'incentivazione dell'edilizia sostenibile. All'interno dello Studio associato di progettazione  Architettura x Sostenibilità, si occupa di sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e certificazione energetica, nonché di qualità dei materiali dell'architettura.
Svolge attività di ricerca, in collaborazione con ditte e associazioni, per la costruzione di edifici in balle di paglia e case in terra cruda.
Autore della ultima revisione del Sistema nazionale di Certificazione Energetico Ambientale, comunemente definito Marchio INBAR.

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martedì 31 marzo 2020

MATERIALI EDILI E CAMBIAMENTO CLIMATICO


Nella scelta di materiali edili si è portati a pensare che la principale e forse unica caratteristica da cercare sia la solidità e durabilità nel tempo. Oggi, nell’epoca del cambiamento climatico, è necessario fare un salto di qualità andando a selezionare materiali da costruzione anche in base al loro impatto globale sull’ambiente e la salute delle persone. In questo articolo vi mostro l’approccio più corretto che applichiamo per scegliere materiali edili con la minor impronta ecologica.

Tutti ormai sappiamo che la temperatura media globale è in aumento e sta avvenendo un mutamento dei modelli meteorologici. Le evidenze scientifiche mostrano che il riscaldamento globale in atto da decenni, è dovuto principalmente all’aumento delle concentrazioni di gas serra causate prevalentemente dalle attività umane.

materiali edili e CO2

I comportamenti quotidiani allora sono importanti.

Ad esempio ogni Italiano emette 6,3 tonnellate di CO2 all’anno considerando le emissioni dovute alla mobilità, all’alimentazione, all’energia elettrica consumata, al riscaldamento e a tutti gli altri consumi come abbigliamento, arredi, attività nel tempo libero, vacanze.

Cosa abbiamo a disposizione per compensare tutte queste emissioni di CO2?
Potremmo fare affidamento alla capacità di assorbimento delle foreste?

Sì potremmo, ma 1kmq di foresta assorbe 6 tonnellate di anidride carbonica e per assorbire tutta la CO2 Italiana ci vorrebbero 60.000.000 di Kmq di boschi, però sul nostro territorio ne abbiamo solamente 120.000 kmq. Significa che per assorbire tutta la CO2 che produciamo servirebbero 500 volte i boschi italiani.

Allora è palese che si debbano ridurre drasticamente le emissioni CO2 ed è anche necessario prevedere un adattamento al cambiamento climatico già in atto. Per questo la comunità internazionale, nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite, si è prefissata di limitare l’aumento della temperatura media globale a massimo 2°C, meglio se 1,5°C.

Credo sia evidente che il cambiamento climatico determina una serie di fatti collegati tra loro, in cui siamo tutti coinvolti: gelate fuori stagione o siccità straordinarie che incidono sulla produzione agricola con perdita di interi raccolti, alluvioni che devastano intere comunità, ondate di calore che contribuiscono a peggiorare l’inquinamento atmosferico con conseguente aumento di patologie respiratorie, perdita di flora e fauna, riduzione della disponibilità di risorse preziose come acqua e suolo. Tutti fatti che hanno una ricaduta pesante non solo sull’ambiente ma anche a livello sociale ed economico.

Quali sono le indicazioni a livello internazionale per ridurre le emissioni CO2?

Il quadro 2030 per il clima e l'energia adottato dal Consiglio Europeo nel 2014 (rivisto nel 2018) comprende vari obiettivi per il periodo dal 2021 al 2030:
  • la riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 (la precedente riduzione da raggiungere entro il 2020 era del 20%)
  • una quota di almeno il 32% di energia rinnovabile
  • un miglioramento almeno del 32,5% dell'efficienza energetica.
In particolare la riduzione di almeno il 40% delle emissioni di gas serra consentirà all'Unione Europea di andare verso un'economia a basse emissioni di carbonio e di rispettare gli impegni assunti nel quadro dell'accordo di Parigi del 2015 (COP21).

Noi questo ormai l’abbiamo capito e progettiamo mettendo al primo posto il risparmio energetico e conseguentemente riducendo le emissioni di gas serra. D’altronde abbiamo norme e regolamenti che sollecitano al risparmio energetico, e incentivi per applicare soluzioni a bassi consumi e ridotte emissioni in atmosfera. Abbiamo anche sistemi di certificazione che tengono in alta considerazione la riduzione della quantità di CO2 emessa da un edificio.
CO2 emessa materiali edili
Grafico 1: (fonte: Climate summit – Architecture for emergency)

Cos’altro potremmo o dovremmo fare?

La CO2 emessa da un edificio viene misurata sul ciclo di vita dell’edificio stesso che è stimato in un periodo di oltre 50 anni. Facciamo allora una riflessione assieme: se oggi costruiamo un edificio, il 100 % della CO2 emessa sarà dovuta ai materiali edili e al processo costruttivo, dopo 50 anni l’impronta di carbonio vedrà ridursi l’incidenza dei materiali da costruzione e aumentare invece l’importanza delle emissioni dovute al funzionamento dell’edificio (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione). Il problema è che non abbiamo 50 anni. Per raggiungere l’obiettivo di contenimento dell’innalzamento della temperatura terrestre entro 1,5 °C abbiamo tempo solo fino al 2030, cioè 10 anni. Quindi ricalibrando la valutazione ai soli primi 10 anni di vita di un edificio risulterà evidente che i materiali scelti incidono sull’impronta di carbonio dell’edificio in modo considerevole (almeno per ¾ del totale) rispetto al peso delle emissioni CO2 dovute alla gestione. (vedi grafico 1)

Se si riflette sul fatto che nel mondo occidentale la costruzione, ristrutturazione, gestione degli edifici corrisponde a circa la metà di tutte le nostre emissioni di CO2 , allora il lavoro di scelta accurata dei materiali edili in base anche all’energia in essi incorporata (cioè la CO2 emessa in fase di produzione) è indispensabile per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità globali.

Per questo si può dire con certezza che i materiali hanno un notevole potenziale di riscaldamento globale. E’ quindi fondamentale considerare la CO2 emessa dagli edifici in fase di uso, ma anche la CO2 incorporata nei materiali edili.
Come professionisti di Studio AxS siamo molto attenti a questo tema ed abbiamo svolto un nostro approfondimento proprio sulle emissioni di CO2 da parte dei materiali edili. Abbiamo individuato alcuni gruppi di prodotti da involucro per i quali abbiamo calcolato la quantità di CO2 equivalente in base alle caratteristiche del prodotto, all’unità di riferimento, agli EPD forniti dalle aziende produttrici. Si tratta di materiali strutturali e isolanti di tre tipi diversi.
I dati ottenuti sono riassunti nel grafico qui sotto.

materiali edili CO2 incorporata

Questo tipo di valutazioni assume sempre più rilevanza se si considera che la Commissione UE ha recentemente aperto un procedimento per innalzare l’obiettivo di riduzione delle emissioni inquinanti al 2030, portandolo dall’attuale 40% ad almeno il 50-55% (sempre riferiti ai livelli del 1990). Questa proposta sarebbe in linea con quanto previsto dalla Climate Law, cioè “legge sul clima” presentata a inizio marzo 2020 e che punta a conseguire l’azzeramento delle emissioni di CO2 entro il 2050. Questa ulteriore riduzione si renderebbe necessaria dato che per contenere il riscaldamento globale entro la soglia critica di 1,5°C, entro il 2030 le emissioni dovrebbero essere ridotte del 7,6% all’anno. Un drastico cambio di passo se paragonato con quanto avviene attualmente: in Europa negli ultimi cinque anni le emissioni sono diminuite appena dello 0,25% annuo.

Conclusioni

Sappiamo che questo tipo di considerazioni non sono comuni, ma riteniamo che siano fondamentali per tutti i livelli della progettazione e realizzazione di edifici. A livello generale ci sono le informazioni e le conoscenze necessarie ed è opportuno che sia i professionisti, sia le imprese e gli investitori si attivino, perché se veramente vogliamo continuare a vivere su questo pianeta a condizioni tollerabili, allora dobbiamo necessariamente pensare di rispettarne i limiti individuando nuovi modelli di vita, pensando che ciò che facciamo ha un impatto per molti anni a venire, costruendo edifici e città con una visione più ampia che tenga in considerazione l’impatto globale sull’ambiente e sulla salute delle persone.


Sperando che questo articolo sia stato utile e interessante, ti chiedo di condividerlo per la sensibilizzazione del maggior numero di persone. Grazie

Giulia Bertolucci architetto


Giulia Bertolucci
architetto,
molto attiva in ambito associativo e nel proprio ordine professionale, da sempre interessata alla bioarchitettura si occupa di biocompatibilità e sostenibilità ambientale degli interventi edilizi, risparmio energetico e qualità dei materiali dell'architettura.

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