giovedì 29 dicembre 2016

COME MIGLIORARE LA QUALITA' DELL'ARIA E RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2

La fine dell'anno è solitamente il momento in cui ognuno riflette su quanto fatto per capire se possiamo congratularci con noi stessi o per trovare nuovi modi per fare meglio in futuro.
Ti sei mai chiesto quanta CO2 produci con i tuoi spostamenti?
Se è vero che l'edilizia ha un notevole impatto ambientale sia in fase di costruzione, che di gestione, che di smaltimento, è vero anche che il comportamento delle persone incide moltissimo sia sulla corretta gestione di un edificio sia sul contenimento delle emissioni di gas serra in generale dovuti agli spostamenti.

 mobilità sostenibile

A questo proposito voglio prendere spunto dal report “Verso una mobilità pulita e intelligente”, recentemente pubblicata, per riflettere sull'impatto dei miei spostamenti in termini di CO2 emessa durante l'anno.

Ogni anno l'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) pubblica “Segnali”, un rapporto che riassume i temi di interesse sia per il dibattito ambientale che per il grande pubblico. L'edizione del 2016 ha come tema centrale i trasporti e la mobilità.

In sintesi cosa dice il Report Europeo?
I trasporti collegano persone, culture, luoghi, merci, servizi e per questo possono contribuire a migliorare la qualità della vita, ma hanno anche un ruolo decisivo nel plasmare il modo in cui viviamo. Grazie alla mobilità oggi ci è possibile percorrere quotidianamente tratte più lunghe rispetto al passato e possiamo acquistare prodotti che solo alcuni decenni fa non sarebbero stati disponibili. Tuttavia, il nostro attuale modello di trasporti ha un notevole impatto negativo sull’ambiente e sulla salute umana, generando un quarto delle emissioni di gas serra dell’Unione Europea, causando inquinamento atmosferico (metalli pesanti e miscele varie di idrocarburi, di idrossidi di azoto, di monossido di carbonio ecc), inquinamento acustico e frammentazione degli habitat. A questo si aggiunge una vulnerabilità intrinseca dovuta sia alla dipendenza dalle fluttuazioni dei prezzi del carburante, poiché il 90 % del petrolio necessario è importato, sia alle variazioni e all’instabilità del mercato globale dell’energia.


mobilità sostenibile 2

Se è vero che i mezzi di trasporto sono sempre più efficienti, per ogni chilometro percorso consumano meno carburante e rilasciano meno inquinanti rispetto al passato, è anche vero però che il numero di veicoli su strada è in continuo aumento e anche le distanze percorse sono sempre maggiori. Secondo le stime della Commissione europea, la domanda di trasporti, già significativamente alta, tenderà a crescere in futuro: il trasporto passeggeri avrà un incremento del 50% entro il 2050 e il trasporto merci dell'80 % rispetto al 2013. Anche per l'Italia la previsione non è diversa. Tra l'altro ti sarà sicuramente capitato di leggere o sentire al TG di città grandi e piccole, magari anche la tua, che a causa di superamenti del livello di criticità della qualità dell'aria pongono periodicamente divieti di circolazione.
Ecco perché l’Unione europea guarda con interesse alla decarbonizzazione del settore dei trasporti. Ma il procedimento sicuramente richiede tempo.

In generale cosa si può fare per migliorare la qualità dell'aria e ridurre le emissioni di CO2?
È necessaria una combinazione di misure, tra cui una migliore pianificazione urbana, miglioramenti tecnologici, un uso più ampio dei carburanti alternativi. In termini di mobilità, è necessario creare reti di trasporto ben costruite per garantire ad esempio che la città e il suo immediato intorno sia percorribile a piedi e in bicicletta.
Le persone dovrebbero essere in grado di spostarsi facilmente e in modo leggero, non solo nel loro quartiere ma anche in zone a distanze comprese tra i 5 e i 10 chilometri. Si può arrivare anche a 20 Km con una rete di piste idonea e con una bicicletta ben mantenuta (non è necessario che sia professionale).

Come compiere delle scelte ecologiche tra le varie possibilità di trasporto?
Esistono diverse opzioni di trasporto: dagli spostamenti a piedi alle auto elettriche, ai treni ad alta velocità. Ma alcune soluzioni sono più ecologiche di altre e scegliere quella che genera la minore quantità di emissioni non è sempre facile. Un modo semplice per misurare l’impatto ambientale è prendere in considerazione le emissioni di CO2 per passeggero a chilometro percorso.

grammi CO2


Come si possono calcolare le proprie emissioni di CO2?
Io ho fatto così: in base a quanto riportato nel rapporto dell'Agenzia Europea per l'Ambiente dove vengono prese in considerazione diverse modalità di trasporto, utilizzando il numero medio di passeggeri per ciascuna modalità, ho calcolato le emissioni correlate ai chilometri percorsi in auto e con gli altri mezzi che ho utilizzato.

Durante l'anno capita a tutti di fare spostamenti più o meno lunghi, viaggi di lavoro e per svago, nel mio caso in base ai vari impegni lavorativi in città, che solitamente sbrigo a piedi o in bicicletta entro i 7 km di distanza o in auto per distanze maggiori, e calcolando i viaggi fatti in treno e aereo ho ricostruito la mappa dei km percorsi. In totale nel 2016 ho percorso 18000 km, di cui 7000 km a piedi o in bicicletta con conseguente nessuna emissione di CO2, 2000 km in aereo, circa 1700 km in treno, ma soprattutto altri 7300 km in auto singola o di gruppo con conseguente significativa produzione di CO2. In sintesi la mia produzione annuale di anidride carbonica è di 1400 kg. Dato che la cifra in se può apparire poco significativa ho calcolato la corrispondente quantità di alberi necessaria per compensare il mio impatto ambientale. Il risultato è che sono necessari 47 grandi alberi per pareggiare il conto con l'ambiente. Questo corrisponde circa a 470 mq di bosco se si considera un grande albero ogni 10 metri quadrati.

Ovviamente non possiedo un bosco. A dire la verità ho solo un piccolo giardino, un francobollo direi. Quindi è evidente che dovrò fare miglioramenti nel 2017 per quello che riguarda l'impatto dei miei spostamenti di lavoro e di svago prediligendo ancora di più la mobilità leggera e i mezzi meno inquinanti.


Verifica anche tu la tua impronta di carbonio attraverso questo foglio elettronico per calcolare le tue emissioni di CO2 e fammi sapere il risultato.

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Giulia Bertolucci architetto

giovedì 8 dicembre 2016

COME INDIVIDUARE I COSTI NASCOSTI DI UNA CASA

Scegliere la casa in cui vivere comporta un ingente investimento di denaro e pazienza, per questo prima di spendere è bene fare tutte le valutazioni del caso per poter scegliere in modo consapevole. Hai intenzione di comprare casa o affittarne una? Allora ti consiglio di leggere attentamente l'attestato di prestazione energetica perchè quello ti dirà molto della casa che ti interessa.

costi gestione casa

Incidenza dei costi di gestione di una casa:
mutuo 53%; riscaldamento 16%; tasse 7%; energia elettrica 5%; gas 4%; manutenzioni 4%; acqua 3%; telefono 2%   
    (img. credits: AxS)

La norma ha reso obbligatorio allegare all'atto di compravendita o di affitto l'attestato di prestazione energetica. Gli annunci immobiliari devono obbligatoriamente dichiarare la classe energetica dell'immobile. Ti consiglio di prestare molta attenzione alla classificazione dell'immobile che ti interessa perché ti può rivelare costi nascosti che dovrai sostenere in seguito.

Documentandoti hai sicuramente capito che la classe energetica A è la migliore dal punto di vista dei consumi e la G all'opposto è la peggiore, ma se ti chiedessi: la classe B ha consumi più bassi della D? Forse risponderesti che la prima è meglio della seconda. Non è sempre vero, perché all'interno delle varie classificazioni esistono diversi livelli di consumi e può accadere che una casa classe B abbia consumi più alti rispetto ad una classe C o D.

Questo dipende dal sistema di certificazione. La normativa italiana definisce i limiti delle classi energetiche in base al rapporto tra la superficie disperdente e il volume dell'edificio. Questo porta ad avere scale di classificazione diversa, con limiti di riferimento per l'EPi differenti, a seconda che si tratti di appartamenti, case a schiera, case singole ecc.
Inoltre per la stessa classe G, sempre la più energivora, esiste un valore limite e non un intervallo di riferimento, per cui si possono avere diversi livelli di consumo e quindi diversi costi annuali in bolletta.

Attenzione però la classe energetica da sola non ti dice quanto consuma un edificio, ma il numerino che è scritto a fianco, espresso in kWh/mq anno, certamente sì. Mi riferisco all'EPi che dal 2012 deve essere esplicitato assieme alla classe energetica anche negli annunci immobiliari. Attraverso quello, con una trasformazione, è possibile quantificare il costo di riscaldamento e produzione di acqua calda sanitaria annuale.

Cos'è l'EPi? Per esteso è l'indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale ed è un parametro utilizzato proprio per valutare l'efficienza energetica di un edificio. Nello specifico esprime il consumo totale di energia primaria per il riscaldamento invernale. Questo indice infatti tiene conto del rapporto tra l'energia necessaria per portare un ambiente alla temperatura di 18°C e la sua superficie utile o volume.

Un utile esempio:
ho preso degli annunci immobiliari della mia città e li ho messi a confronto.
Ho selezionato 4 case con caratteristiche identiche, cioè tutti appartamenti posti in zona residenziale, prossimi al centro storico, nella stessa fascia di prezzo e la stessa dimensione (tra 50 e 60 mq), identica tipologia d'impianto di riscaldamento ma con classi energetiche e consumi diversi.

confronto costi classi energetiche
La prima cosa, forse scontata, che salta all'occhio è la notevole differenza in termini di costi di gestione tra classe energetica A, classe C e classe G.

La seconda cosa importante è che le due classi G non sono identiche, cioè i due appartamenti non hanno lo stesso valore di EPi, anzi sono notevolmente diversi. Di conseguenza saranno molto diversi i costi di gestione, cioè la bolletta energetica. Questo significa che nel primo caso la spesa stimata in bolletta sarà oltre i 1000 euro l'anno, mentre per il secondo caso saranno inferiori ai 700 euro l'anno. Da notare che sto parlando di spese per un appartamento medio piccolo, tra 50 e 60 mq. Ovviamente a parità di caratteristiche, all'aumentare della superficie i costi della bolletta aumentano notevolmente.

Per farti capire bene l'importanza del valore EPi ho scelto di non mettere in gioco altre variabili valutando case identiche, ma deve essere chiaro che questo è il valore da guardare in ogni caso in cui tu voglia valutare il costo aggiuntivo per il mantenimento di una casa.

Proseguendo con l'esempio: gli appartamenti selezionati rientrano tutti nella fascia di prezzo tra i 140 e i 150.000 euro, è possibile quindi fare un'ipotesi di mutuo. Supponendo di fare un mutuo a tasso fisso per trent'anni, la rata annuale sarebbe intorno ai 7000 euro a cui aggiungere le spese di gestione tra cui quella per la bolletta energetica che può variare da oltre 1000 euro/anno per il classe G a circa 170 euro/anno per la casa classe A. In sostanza è come incrementare il mutuo del 14% per il classe G e solo del 2% per il classe A. Questo ovviamente è un dato molto semplificato che non considera l'aumento del prezzo dell'energia che si potrà verificare nei trent'anni, l'inflazione, gli interessi, il tasso di rendimento interno ecc, ma mi serve per evidenziare che ci sono costi spesso sottovalutati in fase di acquisto di una casa e che hanno un peso notevole negli anni.
Conclusioni:

Nella scelta della casa dove vivrai certamente hanno un notevole peso considerazioni legate agli aspetti estetici e percettivi, lo stato di manutenzione, le condizioni di salubrità, la vicinanza con il posto di lavoro o la scuola dei figli, ma di sicuro riflettere sul tema dei costi di gestione ti permette di fare una scelta più consapevole per il tuo futuro.

Certamente ti consiglio di richiedere l'attestato di prestazione energetica PRIMA dell'atto di transazione (acquisto o affitto che sia non importa) in modo che tu possa visionare il documento e capire i consumi stimati e quali sono gli interventi raccomandati. Così potrai farti un'idea di quanto ti costerà in futuro l'immobile, sia in mantenimento/gestione sia per le migliorie. Se non ti senti sicuro devi farti assistere da un professionista specializzato che sappia veramente capire la correttezza delle informazioni che vengono fornite e interpretare i dati.

Inoltre non ti puoi fermare a considerare solo la cifra che pagheresti per l'acquisto della casa, ma è meglio valutare anche il costo che dovresti sostenere annualmente per la bolletta energetica. Questo ha ancora più impatto se lo aggiungi al costo annuale del mutuo che probabilmente farai per l'acquisto.


Rodolfo Collodi architetto



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giovedì 24 novembre 2016

COME RICONOSCERE I MATERIALI SOSTENIBILI?

E' molto diffusa l'esigenza di comunicare le prestazioni ambientali, così tutto sembra sostenibile o viene dichiarato tale, ma è possibile misurare la sostenibilità? Sulla base di quali valori un prodotto, un edificio, un servizio, un'attività può essere dichiarato sostenibile? Sul mercato esistono fin troppe etichette ecologiche che non si riesce più a capirne il reale valore e l'affidabilità.

materiali sostenibili?


Per quello che riguarda la salute e la salubrità ci sono degli indicatori, dei segnali che riconosciamo e ci dicono che un alimento o un prodotto è ammalorato: muffa, cattivo odore, acidità ecc.
Ma la sostenibilità come si valuta?

Basandomi sul fatto che gli edifici non devono essere solamente efficienti energeticamente , ma sostenibili, oggi condivido un po' di riflessioni e informazioni che forse porteranno anche a successivi sviluppi del tema.

In edilizia i prodotti disponibili sono moltissimi, ma per la maggior parte di questi non è chiaro il rispetto della sostenibilità ambientale, aggiungo anche che gli elementi per orientarsi di fronte a tutto questo sono purtroppo scarsi e fuorvianti. Quante volte infatti hai pensato che “naturale” fosse sinonimo di buono per l'ambiente e sano per l'uomo?
In realtà presupporre che un prodotto sia innocuo perché di provenienza naturale è un comportamento abbastanza miope.
Poi esiste il fenomeno definito “greenwashing”, cioè la pratica di mentire volontariamente, finalizzata a costruire un'immagine positiva, di un prodotto o azienda, sotto il profilo dell'ecosostenibilità allo scopo di distogliere l'attenzione dai difetti del prodotto o dell'azienda stessa proprio in riferimento a fattori ambientali. Fenomeno tra l'altro affatto trascurabile dato che le statistiche riportano una tendenza all'aumento nell'uso di false eco-etichette.
L'ottimo sarebbe conoscere nel dettaglio le caratteristiche dei vari prodotti edili che si decide di utilizzare e imparare a leggere le composizioni dichiarate sulle schede tecniche.
Dato però che non sto parlando di alimenti so che non sempre tutti i componenti sono dichiarati quindi nel dubbio ci si può affidare a certificazioni ambientali.

Da un punto di vista generale per la valutazione della sostenibilità sono utili i metodi dell'Impronta ecologica, Impronta Idrica, Impronta di Carbonio; per gli edifici ci vengono in aiuto le certificazioni energetiche e ambientali (LEED, ITACA ecc); per quello che riguarda i prodotti si possono ricercare le etichette ecologiche.

Come orientarsi?

Considerata la grande quantità di prodotti disponibili un criterio per orientarsi verso la scelta giusta può essere quello di optare per materiali che abbiano ottenuto un riconoscimento di qualità, meglio se da parte di un ente terzo. Ho aggiunto questa ultima specifica perché è importante sapere che, dei tre tipi di etichetta ecologica che esistono, una è autocertificata dal produttore. Importante anche ribadire che le “ecolabels” sono tutte di tipo volontario, cioè non esiste una norma che ne imponga l'applicazione per i prodotti messi in commercio, ma solo una norma che stabilisce i criteri per l'assegnazione. L'unica etichetta imposta è il “marchio CE” per i prodotti che vengono commercializzati nella comunità europea che però non è relativo al rispetto di requisiti di sostenibilità ambientale.

Di marchi ecologici ne esistono molti per cui è lecito chiedersi: forniscono le stesse informazioni? Sono confrontabili? Sono equivalenti? Sono tutti validi allo stesso modo sul mercato nazionale o internazionale?

Qui cominciano le questioni perché di marcature ecologiche ne esistono di tre tipi, tra di loro non equivalenti, peraltro tutte di tipo volontario. Si tratta delle etichettature di tipo 1, tipo 2 e tipo 3.

etichette ecologiche   

In sostanza esistono:
  • Etichette di Tipo 1 (UNI EN ISO 14024:2001) che vengono assegnate sulla base di un'analisi applicata a tutte le fasi di vita di un prodotto e che tiene in considerazione molteplici criteri e limiti di soglia, diversi a seconda della categoria di prodotto esaminato. Queste etichette possono essere emesse da organismi indipendenti (privati o pubblici) diversi dal produttore, fornitore, distributore o acquirente. Il marchio di qualità ecologica riconosciuto a livello europeo è l'Ecolabel, applicato a prodotti e servizi (non ad edifici!), ne certifica il ridotto impatto ambientale nell'intero ciclo di vita, dall'estrazione delle materie prime fino alla produzione, utilizzo e smaltimento, in relazione a: consumo di energia, inquinamento di acqua e aria, protezione dei suoli, produzione di rifiuti, gestione e risparmio delle risorse naturali, sicurezza ambientale, protezione della fascia di ozono, protezione della biodiversità. L'ente di riferimento in Italia per il rilascio della marcatura Ecolabel è Ispra.

  • Etichette di Tipo 2 ( UNI EN ISO 14021:2002) sono autocertificazioni emesse da parte di produttori, importatori o distributori di prodotti, senza che vi sia l’intervento di un organismo indipendente di certificazione. Queste auto-dichiarazioni riguardano generalmente un singolo aspetto del prodotto: contenuto di materiale riciclato, riuso, riciclo. Trattandosi di dichiarazioni non soggette a convalida da enti terzi la responsabilità relativa al loro impiego è tutta di coloro che la utilizzano. L’assenza di un organismo indipendente di certificazione non implica la non scientificità di tali auto-dichiarazioni, in quanto la norma prevede comunque che debbano essere verificabili, cioè deve essere messa a disposizione la documentazione su cui queste si basano. Uno dei simboli più comuni è il “Ciclo di Moebius”, che indica la “riciclabilità” di un prodotto, se invece il simbolo è associato ad una percentuale allora indica il “contenuto riciclato” di un prodotto. In realtà non è però del tutto chiaro perché il simbolo può infatti riferirsi anche solo all’imballaggio fatto di materiale riciclato o riciclabile.

  • Etichette di Tipo 3 (UNI EN ISO 14025:2006) sono dichiarazioni ambientali basate su parametri stabiliti, presentate in forma chiara e confrontabile, in modo che si possa fare un parallelo tra prodotti diversi ma appartenenti alla stessa categoria e sono sottoposte a un controllo indipendente. Tra di esse rientra la dichiarazione ambientale di prodotto EPD (Environmental Product Declaration) che consiste in una scheda di prodotto, registrata dallo Swedish Environmental Management Council, relativa ai potenziali impatti ambientali associati all’intero arco del ciclo di vita di un materiale o prodotto, il tutto valutato con una metodologia stabilita secondo la norma ISO. Nello specifico ad oggi sono rari i prodotti dotati di EPD e comunque non sono di interesse per i consumatori finali.
  

Conclusioni

In tutta sincerità è bene dire che l'Ecolabel, nonostante sia riconosciuto a livello europeo, non è molto utilizzato dalle ditte del settore edile che devono sostenere un costo per ogni certificazione. Tutto questo si traduce in una scarsità di offerta sul mercato di prodotti per edilizia marcati. Per individuare i prodotti che hanno la marcatura ecolabel è possibile consultare il sito europeo di Ecolabel  oppure il sito italiano dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA, ma una volta individuato il prodotto che serve io consiglio di verificare e richiedere il certificato alla ditta perché i siti potrebbero non essere aggiornati e il certificato potrebbe non essere più valido. Come mi è recentemente capitato sia per piastrelle che per pitture murali da interni.
Per quello che riguarda le etichette di tipo 2 in edilizia non le reputo di qualche utilità, sono da considerare poco più che informazioni sintetiche riportare sull'imballaggio di un prodotto, ma non danno garanzia di sostenibilità.
Le dichiarazioni ambientali di prodotto DAP o EPD sarebbero auspicabili, probabilmente in un futuro si svilupperanno visto la crescente richiesta in altri paesi europei, ma ad oggi sono ancora molto rare.

A questo devo aggiungere che con l'esperienza ho sperimentato che esistono sul mercato prodotti notevolmente superiori in termini di salubrità, benessere e anche sostenibilità ambientale rispetto a quelli marchiati. Solo la conoscenza dei materiali e la lettura critica delle informazioni fornite può ad oggi dare maggiore certezza di rispetto ambientale e qualità indoor.



Giulia Bertolucci architetto


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AGGIORNAMENTO: Se sei interessato puoi trovare un aggiornamento sui marchi NaturePlus ed AnabIcea nell'articolo "riconoscere subito i materiali ecologici"



giovedì 10 novembre 2016

ELIMINARE I PROBLEMI DI MUFFA

Si può morire a causa della muffa? Anni fa è arrivata anche in Italia la notizia di due vip morti nella loro casa a Beverly Hills a distanza di pochi mesi uno dall'altra. Quelle che potevano apparire come morti sospette, dovute ad eccesso di farmaci o di droghe, in realtà si sono rivelate causate da una muffa (probabilmente quella che negli Stati Uniti è nota come muffa killer o muffa nera tossica) che aveva causato problemi polmonari fino a divenire letale.


Img credits: 123RF Immagini Royalty Free

Inizio col dire che in generale c'è già la consapevolezza che gli edifici sono responsabili di un notevole consumo di energia e risorse, con una conseguente produzione di rifiuti ed emissioni inquinanti in atmosfera. Forse quello che è meno comune è la consapevolezza che gli edifici influiscono sulle condizioni di salute e benessere delle persone che vi si trovano all'interno, questione ancor più importante se si considera che trascorriamo oltre il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi (casa, lavoro, scuola, svago) e solo il 6-8% all'aperto (Fonte:OMS).

Ho già parlato in “3 elementi chiave per una casa sana” e in “I rischi nascosti dei pavimenti”di quelle che sono le cause di inquinamento indoor e sopratutto ho parlato dei composti organici volatili. Ma per quello che riguarda la qualità dell'aria interna, oltre ai VOC, ci sono altre sostanze considerate inquinanti indoor, si tratta delle fibre, del radon e delle muffe. Oggi voglio parlare proprio di queste ultime.

Le muffe, così come i funghi, gli acari e i batteri, proliferano se c'è un livello elevato di umidità negli ambienti interni. Quindi per prevenire la crescita di questi organismi l'obiettivo è controllare l'umidità interna, cioè:
  • prevenire e controllare l'umidità di risalita
  • mantenere l'umidità dell'aria al di sotto del 60%
  • controllare i fenomeni di condensa superficiale e interstiziale
  • curare attentamente la ventilazione dei locali.
Andiamo per gradi:

La quantità di umidità che si trova all'interno degli ambienti dipende dal vapore acqueo che producono le attività che vi si svolgono all'interno. Ricordando che ognuno di noi produce fino a 1 litro e mezzo di vapore acqueo al giorno, ma se facciamo la doccia ne produciamo un litro in più, e se facciamo il bucato ed usiamo l'asciuga biancheria si può arrivare a produrre fino a 3 litri e mezzo di vapore acqueo, allora è chiaro perché in un'abitazione ci sarà più umidità in cucina o bagno piuttosto che in soggiorno. Inoltre da qui si capisce anche che l'umidità nei vari ambienti non è mai costante perché il contenuto di vapore acqueo nell'aria interna cambia in base all'utilizzo degli ambienti stessi, cioè in base alle attività che vi si svolgono, al numero di persone presenti ecc. Se l'umidità supera il 50-60% allora si deve prevedere la possibilità di smaltire l'eccesso.


Img credits: Stefania Verona

Come si smaltisce l'eccesso di umidità dell'aria interna?

Molti parlano della traspirazione delle pareti come la soluzione ideale, ma non dicono mai che di fatto questa possibilità è molto ridotta e soprattutto dipende dai materiali che vengono scelti per costruire e rifinire gli edifici. I materiali hanno differente permeabilità al vapore acqueo e anche un diverso comportamento per ciò che riguarda la igroscopicità (quello che viene definito effetto spugna) cioè la capacità di assorbire un eccesso di umidità ambiente per poi restituirlo nel momento in cui i livelli sono rientrati nella norma. Esempio: volendo sfruttare questa proprietà gli intonaci di calce o di argilla sono ottimi, per niente consigliabili invece le finiture a cemento.
La traspirabilità e igroscopicità dei materiali è spesso sottovalutata. Oggi si prendono a riferimento di qualità le prestazioni indicate dalle norme per quello che riguarda il risparmio energetico, ma la composizione di una parete, anche la migliore per tenuta termica, può favorire il proliferare delle muffe.

Il modo migliore per smaltire l'umidità interna è areare gli ambienti e ricambiare l'aria attraverso l'apertura delle finestre in ogni stagione, oppure tramite un impianto di ventilazione meccanica. Nonostante esistano due filoni di pensiero riguardo alla casa interpretata come sistema aperto, tipicamente mediterraneo, o come sistema chiuso ed energeticamente ottimizzato, tipicamente nordico, il tema della ventilazione è comunque importante perché permette la regolazione dei livelli di umidità interna e quindi il controllo della proliferazione delle muffe, e anche lo smaltimento degli altri inquinanti indoor.

La ventilazione tramite le finestre è considerato sicuramente il modo più economico, ma per ottenere veramente la riduzione della proliferazione delle muffe si deve rispettare una regola: aprire le finestre, per poco tempo, più volte nella giornata.
Può accadere infatti che seppure si aprano le finestre al mattino per areare non si riesca ad impedire la formazione delle muffe.
Da cosa può dipendere? Ecco un esempio: siamo in inverno, al mattino arieggiamo la casa mentre facciamo la colazione e ci prepariamo ad uscire. Diciamo che le finestre stanno aperte circa mezz'ora. In questo tempo è vero che l'aria viene ricambiata, ma è vero anche che le superfici si raffreddano e nel momento in cui la finestra viene richiusa il riscaldamento scalda prima l'aria e poi le superfici. Si verifica così una notevole differenza di temperatura tra le superfici e l'aria che quindi tende a condensare sui muri e le altre superfici. La condensa che si forma favorisce la proliferazione delle muffe. Ecco perché la regola migliore è arieggiare frequentemente durante la giornata per pochi minuti. In questo modo non si determina quel salto termico tra l'aria interna e le superfici e quindi non si verifica la condensa superficiale.

Come ottenere il ricambio d'aria costante quando non si è sempre a casa?

La soluzione idonea è proprio un impianto di ventilazione meccanica controllata che permette il costante smaltimento delle sostanze inquinanti e il controllo del livello di umidità interna.
Attenzione però che quando si parla di ventilazione meccanica non si intende solo quella a doppio flusso e magari con recuperatore di calore. Si può scegliere una ventilazione meccanica a flusso semplice caratterizzata da qualche bocchetta di estrazione e qualche griglia di immissione, per avere la garanzia del costante ricambio d'aria e controllo degli inquinanti interni e del livello di vapore acqueo (quindi delle muffe), senza compromettere le prestazioni termiche e senza generare correnti d'aria fastidiose.

E' bene dire però che la differenza di temperatura tra l'aria e le superfici si può verificare anche per cause costruttive, non solo per l'errata ventilazione. Il fenomeno di condensa infatti è frequente anche in quei punti freddi della costruzione - i ponti termici - che si manifestano in assenza di isolamento termico o in punti geometricamente più esposti di un edificio. Laddove si verifichino condense superficiali così determinate, oltre a ventilare correttamente, si deve prima di tutto intervenire sull'involucro dell'edificio per risolvere i punti critici.


Img credits: Opuscolo Ufficio Federale Svizzero della sanità pubblica

Riassumendo

Si può morire per la muffa? Non so. Chi ha dovuto correre all'ospedale con il proprio figlio in stato di shock a causa della muffa o di spore inalate direbbe di sì!  Di certo le spore inalate possono causare infiammazioni a livello polmonare, possono portare ad asma ed allergie (con sintomi simili al raffreddore e per questo spesso scambiati per tali). Può apparire scontato dire che la gravità dipende dall'estensione del problema e dalla frequenza di esposizione, ma è certo che in casi più delicati (soggetti sensibili, bambini, anziani, ammalati) la tossicità delle muffe può causare affezioni croniche importanti.
Per questo si deve prevenirne la proliferazione o eliminare i problemi di muffa in casa al primo manifestarsi, verificandone la causa e quindi intervenendo sull'isolamento dell'involucro, oppure sul controllo dell'umidità interna e sulla ventilazione.


Giulia Bertolucci architetto


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Ti potrebbe interessare anche: "Quando lo spiffero è salutare per la casa"

Ultimo suggerimento: per approfondimenti puoi leggere la guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità proprio sull'umidità e le muffe. 


 

giovedì 13 ottobre 2016

COME DEPURARE LE ACQUE DI SCARICO IN MODO ECOLOGICO

Hai una casa lontano dalla linea della fognatura pubblica? Hai una casa in zona agricola senza opere di urbanizzazione? Hai un agriturismo? Vuoi essere meno impattante sull'ambiente?
Se ti trovi in uno di questi casi non puoi non valutare l'opportunità di fare una fitodepurazione delle tue acque di scarico per poterle reimmettere nell'ambiente senza doverti collegare alla fognatura pubblica!




E' incredibile ma ancora una volta la natura ci viene incontro per metabolizzare le nostre schifezze.
Già nell'antichità si era a conoscenza della capacità delle piante di influire sulla qualità delle acque e di ridurre una parte degli inquinanti presenti. Purtroppo i corsi d'acqua e le zone lagunari o gli stagni erano anche portatori di insetti e per questo sono stati ritenuti zone poco salubri, da bonificare. Oggi però abbiamo compreso realmente quanto efficaci possono essere le piante per la depurazione delle acque. Esse permettono di ridurre le quantità di inquinanti dovute al metabolismo umano e di reimmettere in ambiente delle acque depurate, spesso in modo migliore rispetto a quelle ottenute con i classici depuratori.

Ma la fitodepurazione si può usare solo in aperta campagna?

No, infatti esistono interi quartieri e paesi e città che depurano in modo ecologico le proprie acque di scarico grazie all’utilizzo delle piante. Ecolonia oppure Berlino possono essere buoni esempi. L'intero quartiere di Potsdamerplaz (di cui vedi le foto in questo post) realizzato in ampliamento della capitale tedesca ha un sistema di lagunaggio, integrato con gli edifici e con gli spazi pubblici, per l'affinamento delle acque raccolte. Queste una volta depurate e rivitalizzate attraverso fontane, vengono riutilizzate per irrigazione e altri usi compatibili, infine reimmessa nel fiume Sprea.



Ma è difficile realizzare un impianto per depurare le acque di scarico in modo ecologico?
La risposta è sostanzialmente NO, ma si devono applicare degli accorgimenti per fare in modo che tutto funzioni. Tutto questo vale ovviamente se lo vuoi realizzare in autonomia. Nel caso contrario hai due possibilità: la prima è chiamare una ditta specializzata che farà tutto il lavoro, la seconda è acquistare un kit con tutti i componenti.

Per decidere quale strada seguire (autocostruire o appaltare) ti può essere utile sapere in cosa consiste una fitodepurazione.

Brevemente, dato che in rete si trovano già molte informazioni, posso dire che un impianto di fitodepurazione è un sistema abbastanza semplice in cui il connubio tra suolo e piante permette di sviluppare condizioni ideali per i processi depurativi, riproducendo quello che avviene in maniera naturale. Si tratta di un letto ottenuto tramite uno scavo impermeabilizzato con un telo (tipo polietilene ad alta densità) o con bentonite sodica, su cui viene disposto e livellato uno strato di ghiaia di varia pezzatura, il più possibile permeabile all’acqua e ai liquidi, in cui le piante sono messe a dimora, risultando con le radici immerse. In questo tipo di impianto il refluo percola attraverso la ghiaia fino alla base delle radici e, grazie ad un legame sia fisico che chimico con gli inerti, sia alle piante, sia ai batteri che si sviluppano nell'apparato radicale, viene filtrato, depurato e reimmesso in ambiente.
L’efficacia depurativa delle piante è data sia dall'assorbimento di alcuni inquinanti, sia perché riescono a mantenere permeabile il substrato permettendo lo sviluppo di batteri aerobici in grado di depurare la maggior parte degli inquinanti.

schemi: sopra sistema flusso superficiale; sotto sistema a flusso sommerso

Per quanto riguarda le tecniche di fitodepurazione esistono diversi sistemi classificati a seconda di come il refluo entra e scorre nell'impianto e della tipologia di piante. Si tratta di sistemi a macrofite galleggianti o radicate, che a loro volta si dividono in due gruppi: a macrofite radicate sommerse o emergenti.
In base allo scorrimento del refluo quelli che garantiscono una minore efficacia nel trattamento depurativo sono i sistemi a flusso superficiale libero (ad esempio piccoli laghi, o letti di fitodepurazione in cui il liquido passa in superficie), che possono anche portare insetti; maggiore efficacia invece hanno quelli a flusso sommerso, sia orizzontale che verticale, che necessitano inoltre di minor spazio.
Nei sistemi a flusso sommerso il refluo entra nell'area di fitodepurazione, passa tra le radici delle piante (senza sviluppare cattivi odori o attirare insetti), attraversa tutto il letto (scorrendo orizzontalmente o percolando verticalmente) e fuoriesce depurato con un abbattimento di BOD, COD, SS, N e P.

Come è facile da immaginare anche la scelta delle piante è importante ai fini della riuscita e dell'efficacia dell'impianto.

A grandi linee i criteri per la selezione delle piante più adatte si possono riassumere in:
  • adattabilità al clima locale e resistenza ad eventuali condizioni avverse,
  • elevata attività di fotosintesi,
  •  elevata capacità di trasporto dell'ossigeno, 
  • resistenza alle concentrazioni elevate di inquinanti e capacità di assimilazione degli stessi,
  •  resistenza alle malattie, 
  • semplicità di coltivazione e gestione.

La pianta più diffusa e utilizzata per la depurazione è la canna palustre, molto resistente, facile da trovare sul territorio (è addirittura considerata pianta infestante), caratterizzata anche dalla capacità di portare molto ossigeno alle radici.
Le altre specie sono ad esempio il giunco di palude, oppure la mazza sorda, o ancora la lenticchia d’acqua, quest'ultima si incontra spesso in bacini o fossi ed è efficace soprattutto per la depurazione dei metalli pesanti. In realtà, nel momento in cui il letto di depurazione dovesse essere anche decorativo, ad esempio quando è vicino o integrato all'abitato, è possibile utilizzare piante idonee alla depurazione e anche ornamentali, che offrono fioriture da marzo a ottobre, come l'iris d'acqua, la canna indica, la talia dealbata, la menta d'acqua, il giacinto d'acqua, la calla,ecc.

 

Questa tipologia di impianto può essere utilizzato sia come trattamento secondario, posto a valle di un trattamento primario che preveda una sedimentazione del refluo e un degrassamento, oppure come trattamento terziario a valle di impianti di depurazione tradizionali in cui l'effluente non raggiunge i limiti imposti dalla normativa.
A seguito di un trattamento di fitodepurazione il refluo è depurato, la sua qualità rientra sicuramente nella tabella 4 del D. Lgs 152/2006 e pertanto può essere raccolto per l'uso in irrigazione, oppure può essere conferito in corpi idrici superficiali (torrenti, fiumi, fosse vicinali ecc), o disperso nel terreno.

Come si dimensiona l'impianto di fitodepurazione?

La progettazione, nonostante l'apparente semplicità, necessita di attenzioni sia per evitare il verificarsi di corto circuito o intasamento idraulico, sia per assicurarsi che il refluo rimanga nel letto almeno una settimana e non passi velocemente andando allo scarico prima dei tempi necessari.

Per quello che riguarda il dimensionamento dei letti per la depurazione naturale esistono delle indicazioni da seguire, diverse a seconda che si tratti di impianti a flusso superficiale o a flusso sommerso. In linea generale si può dire che la superficie minima per il corretto funzionamento è di 20 mq, anche se per il flusso sommerso si può dettagliare meglio in base alla tipologia di scorrimento del refluo. In caso di flusso orizzontale si devono prevedere 5 mq per ogni abitante equivalente, mentre per quello verticale 4 mq ad abitante equivalente. In realtà incidono sul dimensionamento anche la frequenza di utilizzo dell'impianto, cioè se deve servire delle residenze costanti oppure solo stagionali. Mentre per quanto riguarda la profondità del letto influisce sicuramente la tipologia di piante che si scelgono; c'è una ricca letteratura in merito, ma anche qui volendo dare una indicazione generale possono essere giusti dai 70-80 cm e oltre.

Conclusione:

L'impianto di depurazione ecologico si può integrare perfettamente sia in contesti bucolici che urbani. Le piante, se scelte e collocate correttamente, non devono essere rimpiazzate o sostituite, e per il corretto funzionamento non sono necessari apporti elettrici, riducendo così anche i costi di gestione relativi solo alle sporadiche manutenzioni.
Scegliere di depurare con sistemi ecologici non è solo per chi ha stili di vita alternativi, ma lo stesso D.Lgs 152/2006 - Testo Unico sull'Ambiente considera gli impianti di fitodepurazione come trattamento appropriato degli scarichi e promuove il ricorso alla depurazione naturale sia per agglomerati fino a 200 abitanti equivalenti, sia per agglomerati fino a 25000 abitanti equivalenti, in questo secondo caso come trattamento di affinamento.


Rodolfo Collodi architetto

Per approfondimenti ti consiglio la Guida ISPRA


giovedì 29 settembre 2016

L'ACQUA CHE CI BASTA

Il nostro pianeta è sempre raffigurato come un globo ricoperto per il 70% da acqua.
Questa caratteristica ci basta per credere che la risorsa idrica sia praticamente illimitata?

A ben guardare la maggior parte (circa 97%) è acqua salata, un 2,5% circa è costituito dalle acque superficiali, dalle falde in profondità e dai ghiacciai, mentre la porzione disponibile a cui tutti attingiamo per il consumo è soltanto lo 0,1%.

Ma allora come riusciamo a vivere disponendo solo di questa piccolissima percentuale?

Grazie al ciclo idrologico naturale di evaporazione e condensazione, che permette a una quantità finita di acqua di muoversi in un ciclo infinito e di essere utilizzata più volte. La quantità di acqua che si muove all'interno di questo ciclo e la effettiva riutilizzabilità della stessa dipende però dal comportamento umano, cioè da come restituiamo la risorsa all'ambiente.

Generalmente ci si rende conto della sua limitatezza specialmente nei periodi estivi, quando è più evidente che il forte sfruttamento della risorsa pura da parte dell'industria e dell'agricoltura determinano, in alcune zone, scarsità di acqua, ponendo attenzione alla crescente conflittualità d'uso tra i fabbisogni umani e quelli produttivi, e alla necessità di conservazione dei minimi vitali dei corpi idrici.


Infografica riassuntiva, fonte Stockholm International Water Institute (SIWI)

I nostri consumi

Per quanto riguarda gli utilizzi domestici la quantità (media globale) stimata procapite, cioè per abitante equivalente, è pari a 250 litri al giorno:
  • 40% per il bagno
  • 20% altri usi sanitari
  • 10% lavaggio stoviglie
  • 6% usi in cucina
  • 6% lavaggio auto, giardinaggio e altro
  • 12% per il bucato
  • solo 1% reale consumo potabile.

Osservando questi dati è evidente che la quantità di risorsa pregiata di cui abbiamo effettivamente bisogno è quella relativa all'uso potabile, più alcuni usi sanitari, lavaggio stoviglie e cucina (totale 37%), per tutto il resto potremmo non utilizzare acqua potabile bensì una risorsa di qualità meno pregiata, ma comunque adatta all’uso specifico perché depurata.

Se confrontiamo i consumi domestici con l'effettivo utilizzo di acqua dolce potabile anche in altri settori scopriamo che la parte domestica rispetto al totale incide solo per poco meno del 10%, mentre l'industria richiede consumi dal 20 al 25% del totale e l'agricoltura utilizza il 70% della risorsa potabile. A questo poi si devono aggiungere gli sprechi, cioè le perdite da rubinetti e impianti, nonché le perdite dalle condotte di distribuzione sul territorio che arrivano quasi al 50%.

Inoltre le previsioni di crescita demografica e produttiva globale ci dicono che avremo come conseguenza un aumento dei consumi complessivi pari al 18% nei paesi industrializzati e del 50% per i paesi in via di sviluppo. Questo potrà portare quasi la metà della popolazione mondiale ad avere problemi di scarsità di acqua.


VIDEO

Prospettiva di disponibilità dell'acqua potabile

Abbiamo visto che a livello globale la quantità di acqua dolce disponibile è ridotta rispetto al totale delle acque sul pianeta, e che da sempre non abbiamo fatto attenzione al controllo dei consumi, aumentando sempre più la domanda in ogni settore.  
Mettendo in relazione i dati sui consumi in continua crescita e i dati di qualità della risorsa che viene restituita in ambiente, possiamo avere una previsione riguardo alla disponibilità di acqua potabile cui andiamo incontro. La prospettiva peggiore che viene paventata vede il 2050 come il momento in cui arriveremo all'esaurimento dell'acqua dolce potabile disponibile.

Per questo si deve cercare di ridurre i consumi di acqua potabile attraverso:
  1. la eliminazione delle perdite,
  2. l'ottimizzazione impiantistica,
  3. la depurazione con riutilizzo delle acque depurate laddove non c'è necessità di acque potabili.



Per non parlare poi dell'“acqua invisibile”, cioè l'acqua che viene consumata in relazione ai prodotti che vengono acquistati, dalla cui analisi si comprende come ogni comportamento incide sulla disponibilità di risorsa; l'acqua consumata per produrre i beni, che non vediamo, e della cui quantità non ci rendiamo conto; quella il cui consumo rende critica la disponibilità di acqua in molte zone del pianeta.

Facendo sempre riferimento al consumo giornaliero di acqua invisibile per abitante equivalente possiamo confrontare i seguenti dati:
  • uso domestico 140 litri,
  • uso nei prodotti industriali poco meno di 200 litri,
  • uso per la produzione alimentare oltre 3000 litri.

Allora per la tutela della risorsa idrica non è solo l'utilizzo diretto che ci deve interessare, ma anche l'uso indiretto. Questa è una consapevolezza che deve guidare il comportamento quotidiano e spingere ognuno di noi ad un consumo critico. 

Rodolfo Collodi architetto 





giovedì 15 settembre 2016

RISCALDAMENTO RADIANTE: RISPOSTE A DOMANDE FREQUENTI

In un post precedente ho parlato della differenza tra riscaldamento a termosifoni e impianto radiante e ho messo l'attenzione solo sugli aspetti energetici, ma il riscaldamento radiante a pavimento, parete o soffitto ha anche altre caratteristiche che lo rendono preferibile all'impianto tradizionale a termosifoni per quello che riguarda la qualità dell'aria e quindi dal punto di vista del comfort interno e della salubrità. Purtroppo ancora oggi la bontà del riscaldamento radiante è messa in discussione da falsi miti o da osservazioni che, pur partendo da un fondo di verità, ormai suonano in modo bizzarro.



Mi pare doveroso precisare che vivo in un edificio ex industriale ristrutturato una decina di anni fa, isolato e dotato di impianto radiante a parete e soffitto con caldaia a condensazione, quindi quotidianamente sperimento questo tipo di riscaldamento.

Per essere più chiaro possibile cerco di rispondere qui a domande che ricorrono frequentemente:

L'impianto radiante è solo a pavimento?

La risposta è NO. Il riscaldamento a pavimento è forse il più noto e utilizzato, ma esistono altre soluzioni altrettanto interessanti. Il riscaldamento radiante può essere: a pavimento, a soffitto, a parete.
E' bene inoltre dire che non è assolutamente obbligatorio installarne solo uno, cioè è sempre possibile una combinazione di questi tra loro. Per la mia casa ho scelto l'installazione a parete e soffitto, ma ad esempio in caso di riscaldamento a pavimento in stanze piccole che però necessitano di una maggiore temperatura come i bagni, allora può essere utile integrare con una porzione a parete (senza aggiungere il maledetto termoarredo che sarà anche decorativo, ma riduce l'efficienza di tutto l'impianto).

Che caratteristiche devono avere le superfici da cui l'impianto irradia?

Partendo dal fatto che cerchiamo di trasferire il calore prodotto da una caldaia o altro sistema di generazione, attraverso l'acqua, al massetto e al pavimento o all'intonaco, tutti gli elementi che compongono questo sistema più sono conduttori e migliore è il risultato in termini di efficienza e anche di comfort.
Però se andiamo a fare il bilancio di tutto il sistema risulterà che le variazioni sulla resa, dipendenti dal tipo di tubo, o dal tipo di pavimento piuttosto che dell'intonaco, sono minime.
Tant'è che ad esempio tubi di distribuzione in rame vengono utilizzati molto raramente, più spesso si usa il polietilene certamente meno conduttore.

Da questa domanda ne discende subito un'altra molto frequente e cioè

E' vero che il riscaldamento a pavimento non funziona bene se è messo sotto il parquet?

E' vero che il parquet essendo di legno è meno conduttore di una piastrella in ceramica, ed è vero che il massimo irraggiamento si ha quando ogni componente del sistema è molto conduttore. Ma si deve considerare che tra il centimetro di legno e il centimetro di mattonella c'è una differenza di resistenza minima. Quindi se per te è indifferente il tipo di pavimento allora ti consiglio di scegliere la mattonella, ma se preferisci il legno non è certo da farne una malattia. L'importante è avere una distribuzione del calore uniforme e questo lo garantisce il massetto, se poi voglio essere sicuro di non avere una diminuzione di comfort posso maggiorare l'isolamento sotto all'impianto o installare le tubazioni del riscaldamento con un passo un pochino più ravvicinato (ovviamente a seguito di una previsione di progetto).
Qualcuno potrebbe osservare che rimane un altro rischio e cioè che il parquet si sollevi a seguito della dilatazione termica e del diverso comportamento all'umidità, ma questo può accadere più facilmente in caso di superfici ampie e si può risolvere scegliendo la posa flottante.

Il riscaldamento a pavimento porta problemi circolatori (gonfiore di caviglie e gambe)?

Il riscaldamento a pavimento ha origini antiche, ma la tecnologia ha avuto uno sviluppo e una crescente diffusione dagli anni 60-70 in poi. Da allora fortunatamente c'è stata un'evoluzione. All'epoca si facevano impianti con tubature in metallo, senza isolamento, con massetti da 10 cm, caldaie meno performanti e temperature superficiali molto alte. Questo ha portato, soprattutto in soggetti più sensibili, a seri problemi vascolari. Oggi non è più vero. Il controllo delle temperature è molto accurato e gli impianti funzionano comunque a temperature molto basse. Ricordo infatti che per normativa, a fronte di una temperatura di comfort di 20°C, il pavimento non può avere una temperatura superficiale superiore ai 29°C. Quindi molto inferiore anche alla nostra temperatura corporea di 36-37°C.

E' vero che il riscaldamento a pavimento fa risparmiare energia?

Sì il riscaldamento a pavimento e tutti gli impianti radianti permettono di raggiungere un'alta efficienza energetica con un conseguente risparmio di costi di gestione. Tutto questo però è vero se l'impianto radiante è completato da un generatore ad alta efficienza (pompa di colore, o caldaia a condensazione, o stufa a pellet, combinati magari a pannelli solari termici) e se la casa stessa richiede meno energia in riscaldamento, cioè non è un colabrodo. Se stai pensando di investire proprio in un nuovo impianto di riscaldamento per risparmiare energia e soldi in bolletta ti consiglio di valutare lo stato complessivo della tua casa. L'efficienza si ottiene non solo con impianti performanti, ma soprattutto dall'integrazione con l'edificio che deve richiedere meno energia per essere riscaldato, altrimenti non ha senso scegliere un impianto che funziona a bassa temperatura fornendo meno calorie. (Link al post precedente)

Con il riscaldamento a soffitto il calore rimane in alto?


La risposta è certamente NO. Gli impianti con i termosifoni scaldano gli ambienti attraverso il moto dell'aria, che riscaldata diviene più leggera, tende a salire, a volte anche a stratificare, mentre quella più fredda scende verso il basso in un circolo continuo detto convezione. I sistemi di riscaldamento radiante invece scaldano per irraggiamento, con passaggio di radiazione calorifica da un corpo caldo ad uno più freddo. Questo significa che dalla superficie in cui è integrato il riscaldamento (pavimento, parete o soffitto) il calore si irradia a tutto quello che si trova nelle stanze (oggetti e persone). Non viene primariamente scaldata l'aria, non ci sono grosse differenze di temperatura tra le varie zone di una stessa stanza, tutto è più omogeneo, confortevole e l'irraggiamento si avverte fino a 4-5 metri, quindi anche con i soffitti alti i benefici sono notevoli. Per questo non ci sono significative correnti d'aria, né stratificazioni. Anzi ad essere sinceri il soffitto è forse la superficie che permette di scaldare gli ambienti nel modo migliore dato che è sempre sicuramente libero da tappeti o arredi, inoltre in molti casi posso avere maggiore facilità di messa in opera perché non ci sono interferenze con altri impianti. Aggiungo anche che può essere il modo migliore per scaldare le camere perché è lì che ci troviamo sdraiati e quindi ortogonali all'irraggiamento con il massimo beneficio.

Il riscaldamento a parete non permette liberà di arredo e stringe le stanze?

Scegliere il riscaldamento radiante a parete significa non avere termosifoni in giro, quelli sì che ingombrano e limitano la libertà di arredo!

Però se sei ancora poco convinto ti dico che:
  • l'impianto può essere distribuito in tutte le pareti per cui non limita la libertà di arredo. A meno che non si voglia fare solamente armadiature a tutta altezza, ogni altro mobile o elemento di arredo non impedirà al calore di essere irraggiato all'ambiente.
  • i mobili o i quadri non vengono danneggiati dal riscaldamento perché la temperatura delle pareti è sempre molto bassa (prossima alla nostra temperatura corporea) per cui direi poco influente per gli arredi, in alcuni casi può addirittura essere un vantaggio. Hai mai visto delle macchioline dentro i quadri? Quelle dipendono dal fatto che il quadro appeso su una parete fredda, a causa della condensa che si forma su di essa con il riscaldamento a termosifoni, sviluppa la muffa e si rovina. Questo non accade su una parete con riscaldamento radiante.
  • per quello che riguarda mensole e arredi sospesi continuo dicendoti per esperienza (vivo con riscaldamento a parete in ogni stanza e a soffitto sul soppalco) che è possibile sapere dove si trova l'impianto sia perché si può richiedere il disegno “del come costruito” o le foto, sia perché esistono delle pellicole termosensibili o le termocamere che ti permettono di identificare le tubazioni sotto l'intonaco.
  • in caso di ristrutturazione è vero riduce la dimensione delle stanze, ma dipende sempre da quanto isolamento devo aggiungere. Esistono sistemi radianti costituiti da pannelli con integrate sia le tubature che l'isolamento, con spessore totale di 4 cm. Se ci pensi è quasi lo spessore richiesto per un intonaco! Quindi in caso di ristrutturazione togliendo il vecchio intonaco e posando i pannelli che poi vengono rifiniti e tinteggiati si ottengono stanze praticamente della stessa dimensione di partenza.

 


Il riscaldamento radiante è idoneo per chi soffre di asma e allergie specifiche?

Decisamente Sì. Laddove ci sono i termosifoni sono ben visibili i baffi neri che si creano dopo qualche tempo sulle pareti vicino ai caloriferi, questi sono la testimonianza non solo che si verificano i moti convettivi, ma anche che grazie a questi la polvere è in movimento e con essa gli allergeni. Il riscaldamento radiante irraggia il calore e non scalda l'aria quindi non innesca moti convettivi, questo significa anche che c'è meno movimento di polvere ed allergeni e quindi migliore qualità dell'aria interna alla casa. Ma c'è di più: l'aria cambia le sue proprietà a seconda della temperatura. Infatti la percentuale di vapore acqueo in essa contenuto corrisponde al tasso di umidità relativa e dipende proprio dalla temperatura. Questo significa che più scaldo l'aria più questa diviene secca generando discomfort (ad esempio con i termosifoni su cui spesso si mettono gli umidificatori), mentre se l'aria si mantiene “fresca” (come con il riscaldamento radiante) essa risulta più ossigenata e con un livello di umidità ottimale anche per chi soffre di allergie, asma e sensibilità particolari delle vie respiratorie.
Queste sono le caratteristiche del riscaldamento radiante che lo rendono preferibile all'impianto tradizionale a termosifoni per quello che riguarda la qualità dell'aria e quindi dal punto di vista del comfort interno e della salubrità.

Si può usare il riscaldamento radiante per raffrescare?

Sì, i sistemi radianti sono indicati anche per raffrescare. In pratica l'impianto che in inverno scalda la tua casa, può raffrescarla in estate facendo scorrere acqua fredda ( circa 15°C) nelle stesse tubature. In questo modo si sottrae calore agli ambienti producendo una sensazione simile a quella percepita nelle cantine. Senza bisogno di condizionatori con getti di aria fredda che possono anche causare dolori e raffreddori. Attenzione però a controllare in modo preciso la temperatura delle superfici e l'umidità relativa dell'aria per non favorire la formazione della condensa dell'aria calda e umida estiva sulle superfici fresche. Ti consiglio fortemente però di prevedere anche un sistema di ventilazione meccanica controllata che permetta il controllo del livello di umidità ambiente.
In caso si voglia raffrescare con l'impianto radiante l'ottimo è utilizzare una pompa di calore come generatore.

A questo punto allora parlo anche del tipo di generatore:

Che caldaia serve per un impianto radiante?


In linea generale la caldaia giusta è qualsiasi generatore di calore che abbia l'acqua come fluido vettore. Di fatto l'ideale per gli impianti di riscaldamento radianti è forse la pompa di calore. Ho già detto che i sistemi radianti funzionano a bassa temperatura e le pompe di calore danno il massimo della loro efficienza proprio in questi casi. Più frequentemente però i sistemi di riscaldamento radiante vengono associati a caldaie a condensazione perché anch'esse hanno ottime prestazioni alle basse temperature. Buoni risultati anche con caldaie a pellet. Tutti questi sistemi di generazione possono inoltre essere abbinati ai pannelli solari termici.
Ovviamente tutto questo presuppone che la casa sia correttamente coibentata altrimenti la dispersione è notevole e diventa inutile avere anche il migliore impianto del mondo che funzionando a bassa temperatura fornisce meno calorie. (Link al post precedente)

Tra tutte ho scelto le domande più frequenti che mi vengono poste da clienti e amici, ma la lista potrebbe essere ancora più lunga, se hai un quesito che non ho affrontato scrivilo nei commenti. Se il mio post ti è stato utile condividilo!



Rodolfo Collodi architetto


giovedì 1 settembre 2016

RISCALDAMENTO A PAVIMENTO O TERMOSIFONI: LA SCELTA MIGLIORE PER LA RISTRUTTURAZIONE

Recentemente è capitato di sentire frasi del tipo “sto per affrontare la ristrutturazione dell'appartamento di famiglia in centro storico e voglio mettere il riscaldamento a pavimento perché l'idraulico me lo consiglia e un'amica lo ha fatto di recente e sta benone”. Non mi pronuncio sul fatto che ogni volta i clienti cercano di fare ciò che gli amici e parenti hanno già sperimentato, o che gli consiglia l'artigiano di turno, invece che seguire i consigli del proprio tecnico, come se ogni caso fosse uguale all'altro e se per l'amica va bene allora deve per forza andare bene anche per te.

La realtà è che ogni situazione è diversa dall'altra e anche le esigenze, per questo il tecnico giusto consiglia in modo attento i propri clienti a fronte dell'analisi dello stato di fatto e di ciò che si vuole ottenere.

Questa premessa l'ho usata per introdurre l'argomento di questo articolo e cioè: il riscaldamento radiante è poi così “giusto”?




Quando si intraprende una ristrutturazione spesso il primo pensiero va al rinnovo dell'impianto di riscaldamento e alla caldaia a condensazione, che in questo momento è anche uno degli interventi di riqualificazione energetica incentivati. In teoria e in linea generale è effettivamente un miglioramento rispetto ai tradizionali caloriferi, perché può permettere di risparmiare energia e quindi avere minori costi di gestione in bolletta, ma anche di raggiungere un maggiore comfort nell'abitazione. Ma nella realtà è proprio così? E soprattutto in caso di ristrutturazione?

Che differenza c'è tra riscaldamento con impianto a termosifoni e impianto radiante a pavimento?
Si tratta di due tipologie simili e al contempo diverse. Simili perché in entrambi si utilizza l'acqua come fluido vettore del calore, ma per il resto molto diversi perché hanno temperature di esercizio molto differenti e modalità di funzionamento distinte.

Il sistema con i termosifoni si basa sul principio della trasmissione del calore per convezione. Il calore viene concentrato tutto nei termosifoni che sono costituiti da elementi appositamente conformati per favorire lo scorrimento dell'aria al loro interno. In questo caso per ottenere la temperatura ambiente desiderata c'è bisogno che l'acqua all'interno dei termosifoni sia scaldata almeno a 70°C, in modo che poi questi cedano il calore all'aria e questa a sua volta, messa in movimento, lo distribuisca agli ambienti. Il segnale del fatto che il movimento dell'aria avviene, e con essa anche quello della polvere, sono i “baffi neri” che si formano sulle pareti intorno ai termosifoni.



I sistemi di riscaldamento radiante si basano invece sul principio di trasmissione del calore per irraggiamento. Nessun moto d'aria, bensì superfici di distribuzione del calore ampie e temperature di funzionamento basse. Gli impianti radianti possono essere integrati nel pavimento, nelle pareti o nei soffitti, riscaldano le superfici e da qui irraggiano il calore nell'ambiente; è vero che in parte riscaldano anche l'aria che si trova nelle stanze, ma la temperatura è talmente bassa che i moti convettivi sono veramente trascurabili. L'irraggiamento si percepisce chiaramente anche a 4-5 metri di distanza. Viene subito alla mente l'esempio del sole in alta montagna in una giornata tersa che ci permette di stare in maglietta anche con temperature di 0°C. Quando si realizza un impianto di riscaldamento radiante in casa si ottiene proprio lo stesso effetto, cioè benessere senza scaldare eccessivamente l'aria. Ad esempio è possibile portare gli ambienti solo a 17-18°C per ottenere il comfort pari a 22°-23°C.

Detto questo però rimane ancora la domanda: ma in caso di ristrutturazione il riscaldamento a pavimento, parete o soffitto può essere una buona scelta?

Mi sembra il momento di dirti che personalmente vivo in un ex edificio industriale ristrutturato e dotato di impianto radiante a parete e soffitto, per cui parlo per esperienza e non per sentito dire.

Dato che il riscaldamento radiante è caratterizzato da temperature di esercizio basse, affinché funzioni correttamente, sia realmente conveniente dal punto di vista dei consumi e non generi discomfort è necessario che sia l'edificio stesso a richiedere meno energia per il riscaldamento. Altrimenti l'impianto non permetterà di scaldare tutte le stanze correttamente e saremo costretti in generale ad aumentare la temperatura per ottenere il comfort ambiente desiderato, con conseguente perdita dei vantaggi di risparmio energetico e qualità dell'aria interna che questo tipo di sistema assicura.

C'è poi da tenere presente che la normativa (UNI EN 1264) prevede dei valori limite di temperatura delle superfici per gli impianti radianti: 29°C per pavimento e soffitto, fino a 40°C per le pareti.

Nelle case vecchie di oltre 15 anni non si poneva molta attenzione alle prestazioni generali dell'involucro a livello termico per cui è molto probabile che la tua casa o appartamento non sia isolato. Adesso forse è più chiaro che scegliere un impianto di riscaldamento radiante (che lavora a minore temperatura rispetto al tradizionale a termosifoni) deve andare a braccetto con il generale risanamento dell'involucro, altrimenti sarà come mettere tanta acqua in un contenitore forellato e continuare ad aggiungerne per farlo rimanere pieno.

Diciamo che la risposta secca alla domanda di partenza è che non ha senso installare un impianto di riscaldamento radiante senza prevedere un efficientamento dell'involucro (almeno pareti esterne e tetto, meglio ancora se ci aggiungi le finestre).

E qui l'obiezione potrebbe essere: ma allora la ristrutturazione diventa più impegnativa e mi costa troppo. Già! Diciamo che sulla spesa complessiva ci si può lavorare facendo scelte miratissime per ottenere il migliore risultato di comfort e risparmio energetico commisurato con la spesa totale, ma alla fine ci sono cose che non si possono non fare.



Facciamo anche un'altra ipotesi
Vuoi ristrutturare solo una parte della casa e stai pensando che sarebbe bello, visto che fai i lavori, rinnovare anche l'impianto di riscaldamento e mettere un radiante. Oppure vuoi fare un ampliamento e nella nuova parte vuoi mettere un riscaldamento radiante che però non sia autonomo rispetto a quello esistente. Queste due cose si possono fare?

Fermo restando quanto già detto prima, la risposta è Sì. E' possibile “mixare” due impianti di tipologia diversa, e ne può valere la pena perché comunque è un buon miglioramento in termini generali di riduzione consumi, ma si devono avere delle cautele. Abbiamo detto che l'impianto con i termosifoni funziona con acqua calda almeno a 70°C, mentre il radiante mediamente ha una temperatura di 40°C, quindi per riuscire a gestire questa differenza è necessario mettere un miscelatore.

Voglio aggiungere però che, mentre nel caso precedente può valere la pena integrare gli impianti, non ha assolutamente senso chiedere di inserire un termoarredo/scalda salviette (che funziona con acqua a 70°C) in un bagno, laddove l'impianto di riscaldamento sia tutto radiante, magari dotato di caldaia a condensazione, perché per un solo elemento, la cui funzione peraltro può essere ottenuta in altro modo, si perde in rendimento totale dell'impianto che non da il meglio di sé in termini di efficienza e risparmio sui costi di gestione dovendo scaldare l'acqua per il termoarredo del bagno e poi “raffreddarla” per il resto dell'impianto.

Tutto quello che ho detto ha preso in considerazione solo l'aspetto dell'efficienza energetica, ma il riscaldamento radiante a pavimento, parete o soffitto ha anche altre caratteristiche che lo rendono preferibile all'impianto tradizionale a termosifoni per quello che riguarda la qualità dell'aria e quindi dal punto di vista del comfort interno e della salubrità, anche per chi soffre di asma e allergie.


Rodolfo Collodi architetto


giovedì 14 luglio 2016

COSTRUIRE IN PAGLIA

Perchè costruire una casa di paglia, quanto dura una casa così realizzata e che caratteristiche ha, questi gli argomenti che cerco di trattare in questo post legato alla pubblicazione di una importante appendice normativa nello stato del Nebraska di cui presto pubblicherò i dettagli.

    
Casetta di paglia in costruzione ... sotto il sole

Costruire in paglia è una buona alternativa ai metodi tradizionali.
Dire questo in un paese tra i primi produttori al mondo di cemento può apparire una sfida.
In linea generale si pensa che una casa di paglia debba assomigliare a quella dei tre porcellini, cioè poco stabile, in realtà le possibilità di gestione dei cantieri, anche in caso di autocostruzione, permettono di organizzare i materiali e comporre un edifico solido in breve tempo. Ho usato la parola comporre perchè trattandosi di una tecnica di costruzione, prevalentemente a secco, si basa proprio sull'assemblaggio di parti.

Un edificio in balle di paglia è una costruzione architettonica a tutti gli effetti: solida, efficiente, affidabile, confortevole.

La prima tecnica conosciuta risale alla seconda metà dell'800 ed è detta Nebraska, perchè proprio i pionieri americani che si trovavano in quella zona degli Stati Uniti, povera di pietre e legname, iniziarono ad utilizzare le balle di paglia pressata per costruire le loro case. In realtà la tecnica è stata poi modernizzata negli anni '60. In Europa invece il più antico edificio conosciuto, ed ancora in piedi, risale al 1921 e si trova in Francia, ma di fatto solo dagli anni '90 si è riscoperta la tecnica di costruzione in balle di paglia nel nostro continente grazie a Barbara Jones.

Ancora oggi la costruzione si basa sull'uso delle balle di paglia pressata come dei grossi mattoni con i quali comporre le pareti che possono anche essere portanti.

    1921 Maison Feuillet - Francia - Centre National de la Construction Paille Emile Feuillet


Se stai valutando di costruire la tua casa in paglia, e vuoi capire come farlo allora continua a leggere.
In estrema sintesi si possono avere due tipi di tecniche costruttive: load-bearing cioè portante, dove la paglia svolge anche funzione strutturale; not load-bearing e cioè non portante, dove la paglia è utilizzata come tamponamento di edifici a struttura generalmente di legno.
Nell'ambito delle possibilità costruttive in balle di paglia non portanti esistono vari sistemi che prevedono listellature in legno, a passo più o meno ravvicinato, che possono consentire la posa delle balle sia di piatto, che di taglio e in alcuni casi anche in verticale.
In molti paesi strutture in balle di paglia sono ufficialmente permesse, mentre in Italia si possono costruire case in paglia solamente del tipo non portante, perchè le balle ottenute dalla pressatura e impacchettatura dello scarto di coltivazione dei cereali non è ancora da noi riconosciuto come materiale strutturale. In ogni caso la paglia rimane un'ottima alternativa ai materiali da costruzione tradizionali.


Perchè costruire in paglia?

Queste le caratteristiche intrinseche:

E' leggera e facile da posare – le dimensioni di una balla prismatica sono 35x35x100 cm circa, con variazioni fino a 50x50x120 cm.

E' economica – una balla di paglia costa mediamente da 1 a 3 euro e consente di applicare diffusamente la modalità dell'autocostruione, permettendo di risparmiare moltissimo anche in mano d'opera.

E' ecologica – essendo un prodotto di scarto, usare la paglia significa dare una seconda vita ad un materiale che peraltro è ampiamente diffuso, quindi facile da reperire anche nelle vicinanze del cantiere e che non ha bisogno di lavorazioni aggiuntive.

E' traspirante – questo permette una maggiore salubrità degli ambienti interni.

E' flessibile – caratteristica che rende la paglia idonea anche per costruzioni antisismiche. Le masse di una casa in balle di paglia sono molto inferiori a quelle di un edificio in mattoni o cemento armato, quindi la sollecitazione che incide sulla struttura nel suo complesso è notevolmente inferiore.

E' inattaccabile dai roditori – i topi non si cibano di paglia, tanto meno quando è pressata in balle con densita di almeno 80Kg/mc. Al limite i topi potrebbero essere interessati a fare il nido in un muro di paglia, ma devono prima penetrare l'intonaco che generalmente è in spessore da 3 a 5 cm e ad oggi non è ancora avvenuto.

E' termoisolante – la trasmittanza termica della paglia è 0,06-0,045 W/mqK (variabile a seconda di come vengono disposte le sue fibre), questo rende più facile raggiungere le alte prestazioni richieste dalle ultime normative per il risparmio energetico, ed è perfettamente in linea con i più comuni isolanti naturali usati in edilizia.

E' ad elevato potere fonoassorbente - caratteristica che rende l'uso della paglia ancora più indicato per il comfort interno

E' a basso rischio d'incendio – le prove sperimentali sui materiali per ingegneria civile hanno dimostrato che la estrema densità delle balle di paglia determina la loro resistenza al fuoco. Il fuoco si propaga in presenza di ossigeno, all'interno delle balle questo è presente in scarsa quantità e non è sufficiente per alimentare un incendio. Sembra assurdo ma le costruzioni di paglia possono resistere come, se non più di ogni altra costruzione.

E' capace di immagazzinare la CO2 – considerando l'anidride carbonica emessa in fase di produzione e quella assorbita durante la crescita del cereale si ottiene un valore negativo, cioè la paglia sequestra 1,35 kg di CO2 per ogni Kg di prodotto.

Una volta capito che ci sono molti buoni motivi per costruire una casa in paglia, sicuramente ti stai chiedendo, ma quanto dura?

    2006 Esserhof - Italia - Arch. Schwartz & Shmidt

Durata di una casa di paglia

Dato che l'edificio del 1921 costruito in Francia è ancora abitato direi che le costruzioni in paglia possono dare buone garanzie di durata, ovviamente se si rispettano le regole corrette del costruire. Non pensare che siano necessarie grandi opere, già il solo garantire il confinamento delle balle di paglia con un buon strato di intonaco che le protegga dalle intemperie, il prevedere lo stacco da terra di almeno 20/30 cm per non avere il contatto diretto con il terreno e non incorrere così nell'umidità di risalita, il prevedere delle buone sporgenze di gronda per il tetto sono tre azioni sufficienti per garantirsi una buona durabilità.

Ovviamente non si deve trascurare la manutenzione altrimenti le infiltrazioni di acqua e l'umidità possono compromettere gravemente la salute della casa. Già perchè l'acqua è ciò da cui si deve proteggere la paglia, sia quella di infiltrazione che quella dovuta alle condense che si possono sviluppare all'interno delle pareti. Finchè rimane asciutta essa non marcirà e non ci sarà pericolo di sviluppo di muffe, per questo è molto importante preferire intonaci di argilla o calce e non utilizzare intonaci di solo cemento, ma al massimo intonaci di terra e cemento o calce e cemento in modo da mantenere la traspirabilità delle pareti a livelli accettabili. Anche scegliere di intonacare a terra l'interno della casa e usare il cemento all'esterno, per una maggiore resistenza agli agenti atmosferici, può in realtà portare danni peggiori, perchè la diffusione del vapore sarà impedita dall'intonaco esterno favorendo lo sviluppo di condense all'interno del muro.

Cosa fare però nei locali dove si sviluppa più vapore acqueo, tipo bagni, lavanderie o cucine? Qui è possibile e opportuno aumentare la resistenza alla diffusione del vapore dell'intonaco interno aggiungendo olio di lino o membrane a freno vapore sempre posizionate verso l'interno.

Si deve tenere sempre in considerazione che la permeabilità al vapore deve aumentare man mano che si va dall'interno all'esterno della parete, avendo cura di stratificare materiali che permettano la trasmigrazione del vapore verso l'esterno. Ad esempio non si può limitare la verifica del valore [mu] che definisce la permeabilità di un materiale, ma deve essere rapportata anche al suo spessore attraverso un parametro che si chiama Sd e si esprime in metri.

Sempre a titolo di esempio ho preparato questa tabellina che spero ti aiuti a capire meglio:

intonaco terra/argilla (spessore 3 cm) Sd = 0,24 m
intonaco cemento (spessore 2,5cm) Sd = 0,75 m
intonaco calce (spessore 2,5cm) Sd = 0,25 m
paglia (spessore 30 cm) Sd = 0,75 m

Costo di una casa in paglia

Per quello che riguarda il costo devo premettere che ogni caso va valutato attentamente perchè molti sono i fattori che entrano in gioco, come del resto negli altri tipi di costruzione. Ad ogni modo, generalizzando, si può dire che il costo di una casa singola di forma semplice, con struttura in legno e tamponamento in paglia, si aggira intorno ai 1000 euro al mq finita.

   2016 Casa en Casablanca - Cile - Broughton Asociados

Conclusioni:

Le case in balle di paglia sono edifici a tutti gli effetti e, per la realizzazione, sono soggette ai permessi autorizzativi ottenibili con la presentazione di un progetto completo firmato da un professionista abilitato, meglio se consapevole e pratico del costruire ecologico.
Per onestà è bene dire che progettare una casa in balle di paglia non è identico al progettare un edificio da costruire con materiali più tradizionali, quindi non si seguono gli stessi principi dell'edilizia convenzionale, un primo punto da tenere in considerazione per esempio è la dimensione e l'altezza dell'edificio che è condizionata dalla modalità con cui si sceglie di posare le balle.

In assenza di una normativa nazionale che indichi le caratteristiche per le balle di paglia da utilizzare in edilizia è possibile fare riferimento alla pratica e alla sperimentazione, ma soprattutto ai codici specifici della California e dell'Arizona, e all'ultima Appendice S pubblicata nello stato del Nebraska che fornisce i requisiti normativi per l'uso delle balle di paglia nelle costruzioni.
Si tratta di indicazioni prestazionali riguardo alla paglia e a tutti gli altri componenti necessari ad ottenere un edificio finito. Questa appendice d'oltre oceano è molto importante perchè norma per la prima volta in modo ufficiale le costruzioni in balle di paglia e affronta il tema dal punto di vista scientifico indicando spessori minimi per paglia e intonaco, dimensioni minime di perni, staffe, rinforzi, collegamenti e quant'altro necessario per la tenuta statica e sismica, fornisce anche le caratteristiche delle finiture ammesse e le composizioni per i vari tipi di intonaco idonei alle costruzioni in paglia, sia che si tratti di strutture autoportanti o solo di tamponamento.



Rodolfo Collodi Architetto

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giovedì 30 giugno 2016

IL PESO AMBIENTALE DI 'THE FLOATING PIERS' DI CHRISTO

Molti sono gli articoli in rete su The floating piers, installazione temporanea dell'artista Christo in questi giorni visitabile. Tutti hanno posto l'accento su come vivere nel modo migliore l'esperienza e nessuno si è chiesto cosa accade all'opera una volta dismessa? Qual'è stato l'impatto dell'installazione a livello globale? Io cerco di dare una possibile risposta a queste domande.



Essere parte di un'opera d'arte per un giorno? Non si può resistere! The floating piers è la ventritreesima installazione su larga scala che l'artista Christo Vladimirov Yavachev aveva ideato con la moglie Jeanne-Claude già nel 1970, ma solo adesso è riuscito a realizzare in Italia, dopo vari permessi rifiutati prima in Argentina e poi in Giappone.

Se ti stai chiedendo perchè ti parlo della passerella galleggiante e cosa ti posso dire di nuovo continua a leggere perchè ho fatto delle valutazioni sull'impatto ambientale dei materiali usati.

E' stato un lungo viaggio in una giornata di caldo umido spossante, ma una volta arrivati sul Lago d'Iseo tutto è andato per il meglio. Sarà che siamo arrivati all'ora della siesta, sarà che abbiamo scelto accuratamente un giorno settimanale, ma al contrario di quanto si legge in giro non siamo incappati in code e lunghe attese. Il sole al tramonto poi ha arricchito tutto della sua luce più intensa rendendo ancora più dorato il tessuto che ricopre la passerella.

Per quanto suggestivo possa apparire il panorama, vedere l'opera da fuori e dall'alto non rende quanto passeggiarci sopra. Lo stesso Christo ha dichiarato che la sua intenzione è quella di far vivere l'esperienza di camminare sull'acqua, o al limite la sensazione di camminare sul dorso di una balena. Direi che è più calzante questa seconda opzione.




La passerella è larga 16 metri ed è composta da cubi di plastica galleggianti le cui file esterne sono semiaffondate per raccordarle con il pelo dell'acqua. Purtroppo però non si può camminare a meno di 2/3 metri dal bordo, rimanendo quindi verso il centro l'esperienza è più quella di camminare su un grosso cetaceo che si inarca e affonda lievemente nell'acqua, in un movimento continuo che ti accompagna per tutto il tragitto. Penso che molti abbiano avuto il mal di mare e altri abbiano fatto l'esperienza del mal di terra. Cioè abbiano vissuto la sensazione del movimento e dell'instabilità del suolo anche una volta arrivati sulla terra ferma, sensazione tipica di quando si arriva in un porto dopo aver passato alcuni giorni in barca.

Ma veniamo al motivo per cui ho voluto scrivere di The floating piers. Se hai già letto qualche mio post, sai che il mio interesse è verso la sostenibilità e compatibilità con l'uomo e l'ambiente dell'architettura e dei prodotti che vengono utilizzati. Per questo, a parte la bella esperienza, sono stata molto interessata agli aspetti tecnici della realizzazione della passerella.

Una volta capito chi, cosa, come e quanto, è venuta spontanea una domanda: perchè tutto questo materiale non viene riusato, ma sarà rimosso e riciclato industrialmente? Il motivo è chiaro: niente deve rimanere eccetto i ricordi, le foto e i filmati, così si è certi che nessuno speculerà su un'opera d'arte rivendendosi le parti.



Una volta ritornata alla base però ho continuato la mia riflessione.

Nella gerarchia dei rifiuti della Comunità Europea la prima opzione è la riduzione degli scarti alla fonte; poi segue il riuso, cioè il riutilizzo tal quale e ripetuto dei prodotti e dei materiali; la terza opzione è il riciclo, cioè la trasformazione di prodotti che hanno terminato un primo ciclo di vita per produrne altri nuovamente utili; una quarta opportunità, da applicare se proprio non si è riusciti a ridurre riusare o riciclare, è il recupero di energia dai vecchi prodotti; infine la discarica, opzione però che non si dovrebbe nemmeno arrivare a considerare.

E' vero che una parte dei materiali durante i 16 giorni di installazione subiranno danni da usura come il telo e il feltro sottostante che scoloriranno, si macchieranno, si strapperanno e quindi è necessario per questi prevedere un riciclo. Altro ragionamento si potrebbe fare per gli elementi modulari galleggianti, in polietilene ad alta densità, e le relative corde di ancoraggio, che invece non subiranno alcun deterioramento (escludendo atti vandalici) per cui potrebbero essere riusati, opzione più virtuosa e meno impattante rispetto al riciclo.


Img credits:Wolfgang Volz

Ma come? Pensando a possibili riusi mi sono venuti in mente tutti quei circoli velici o di canottieri che sull'acqua svolgono le loro attività ed hanno sempre bisogno di punti di appoggio. Prevedendo un riuso dei cubi sarebbe possibile distribuire le migliaia di moduli galleggianti a molti circoli esistenti su tutto il territorio nazionale. Certo si tratta di luoghi dove l'accesso è limitato ai soci.
In alternativa, per un beneficio a favore di più persone, si potrebbe pensare alle zone umide e le oasi naturalistiche dove percorsi sull'acqua sono ammessi, ma i rigidi regolamenti giustamente non consentono la realizzazione di opere permanenti. Si sa che gli enti pubblici non se la passano molto bene quindi non investono in opere temporanee e allora in questi casi anche piccole porzioni del pontile galleggiante riusato tal quale, senza una spesa eccessiva, permetterebbe una facilità di fruizione da parte di chiunque. Se è vero che la conoscenza aiuta a stringere legami con i luoghi che saranno per questo più curati, allora non potrà che essere un vantaggio avere percorsi galleggianti che possano anche essere rimossi stagionalmente a seconda delle esigenze.

Dato che niente di tutto questo sarà fatto, ho cercato di capire che impatto The floating piers ha avuto per i soli 16 giorni di uso, andando a verificare un paramentro come la CO2 equivalente emessa in fase di produzione.


Img credits: Wolfgang Volz


I dati forniti dall'organizzazione e dai produttori sono sufficienti per calcolare in modo abbastanza preciso le quantità e la tipologia di materiali utilizzati e quindi la corrispondente quota di CO2 emessa:
ad esempio i 220000 cubi galleggianti in PEHD compresi i relativi pioli di connessione hanno prodotto 3326,4 Tonnellate di CO2 equivalente, il feltro (70000 mq) e il tessuto (100000 mq) con cui è rivestita la passerella hanno prodotto 1949 TCO2e, gli ancoraggi in calcestruzzo immersi a 90 metri di profondità hanno prodotto 4,1 TCO2e, infine le corde di ancoraggio in UHMWPE hanno prodotto 338,2 TCO2e, per un totale complessivo di 5617,7 Tonnellate di CO2 equivalente. Tutto questo calcolo non tiene in considerazione il trasporto e il montaggio dell'opera che non mi è possibile quantificare, ma che sicuramente hanno contribuito in modo sostanziale ad innalzare la quantità di anidride carbonica complessivamente emessa dato che le operazioni sono state svolte non solo con mezzi su gomma, ma anche con elicotteri e imbarcazioni. E dire che si potrebbe anche andare oltre ipotizzando le emissioni dovute all'affluenza di visitatori che hanno raggiunto il lago in auto, piuttosto che in treno o con altri mezzi.


Img credits: Wolfgang Volz

Non è facile rendersi conto a cosa corrisponda questa quantità, ma tutto è più facile se si pensa che per assorbire quella produzione di CO2 occorrono circa 3745 alberi di grande dimensione per 50 anni di vita, cioè un bel bosco attivo di quasi mezzo kilometro quadrato.

Avresti mai pensato che un'opera temporanea potesse avere così tanto peso ambientale?


Giulia Bertolucci Architetto