lunedì 8 giugno 2015

BIOCLIMATICA: ACCUMULO SOLARE ISOLATO

La concezione solare passiva prevede l'integrazione nella struttura di elementi captanti, che possono essere a guadagno diretto – come finestre solari e serre solari convettive – o a guadagno indiretto – come serre solari di accumulo, muro di Trombe-Michelle, accumuli isolati .
L'accumulo solare isolato è un sistema di captazione passiva dell'energia solare che abbiamo costruito in Perù per il progetto Inti Yatrai Wasi. Si tratta di un dispositivo bioclimatico che garantisce un guadagno indiretto, utile per riscaldare l'interno del locale laboratorio.



Trovandoci in una zona di estrema povertà ci siamo chiesti come fosse possibile raggiungere le migliori condizioni di comfort, sfruttando gratuitamente le risorse locali e senza impoverire il contesto.
Partendo dalla convinzione che alcune funzioni, spesso demandate agli impianti, possono essere trasferite all'edificio, pensandolo come un organismo che interagisce con il cambiamento delle condizioni climatiche, abbiamo valutato, attraverso simulazioni, alcune soluzioni di sfruttamento passivo solare che fossero integrate nella costruzione. In pratica abbiamo lavorato per rendere il più possibile efficiente l'edificio che stavamo costruendo attraverso interventi strutturali e non impiantistici.

Come funziona l'accumulo solare isolato.

Il trasferimento di energia dal collettore all'ambiente o all'accumulo, e dall'accumulo all'ambiente avviene solo attraverso la convezione e l'irraggiamento.
L'accumulo deve essere composto da: una camera esterna, esposta al sole, in cui viene scaldata l'aria; un accumulo per immagazzinare il calore prodotto; un sistema di distribuzione dell'aria scaldata.
L'aria riscaldata nel collettore, diventa meno densa, tende a spostarsi verso l'alto mettendosi in movimento; l'aria più calda trasferisce la sua energia all'accumulo isolato o direttamente alla stanza, qui si raffredda e ricade per essere ripresa dal collettore. Il ciclo continua fintanto che il collettore rimane sufficientemente caldo.




Come lo abbiamo realizzato con materiali facili da trovare e a basso costo.
All'esterno del laboratorio Inti Yatrai Wasi è stata predisposta una camera, cioè uno spazio cuscinetto, dove l'aria viene riscaldata grazie all'apporto solare che attraversa uno strato trasparente (lastre di resina ondulata e/o pellicola di plastica) ed il cui effetto è amplificato grazie alla presenza di una lamiera di base dipinta di nero, posata in due strati con interposto uno strato di terra, per aumentare l'inerzia (accorgimento utile in caso di cielo coperto).

All'interno del fabbricato è stato creato un solaio comprendente, dal basso verso l'alto: un sistema di canali di distribuzione dell'aria, in modo da garantire uno scambio diretto con il locale laboratorio da riscaldare, realizzati con mattoni cotti perchè posti a contatto con il terreno; un soprastante strato di accumulo con pietre miste che invece garantisce la possibilità di sfruttare l'inerzia del materiale per immagazzinare il calore rilasciato dall'aria e poterlo poi sfruttare in orari serali; un pavimento in tavole di legno sostenute da una struttura lignea leggera, posata in modo da non essere a contatto con il letto di pietre.
Le pietre sono contenute da una rete in modo da permettere la massima permeabilità all'aria.
La camera esterna è collegata agli strati del solaio attraverso condotti in plastica che attraversano il muro perimetrale, posti sia a livello delle canalizzazioni in basso che a quello dell'intercapedine tra letto di pietre e pavimento.

All'interno del locale laboratorio sono presenti delle griglie a pavimento che possono essere regolate manualmente per permettere l'ingresso di aria calda direttamente dal collettore o per agevolare il ricircolo dell'aria attraverso il letto di pietre.



(tutte le immagini in questi mix sono di Valentina Bonetti)

Da una verifica empirica in loco il dispositivo funziona molto bene ed ha già destato l'interesse dei lavoratori presenti. Purtroppo, per problemi locali nello sviluppo del progetto non è possibile proseguire con l'azione di monitoraggio prevista.


Giulia Bertolucci architetto


venerdì 15 maggio 2015

TECNOLOGIA APPROPRIATA

Una tecnologia è appropriata quando è commisurata al contesto sociale, culturale, ambientale, economico, organizzativo in cui viene utilizzata, quindi non solo quando risponde alle funzioni per cui è stata messa a punto.


Si ritiene che uno dei motivi determinanti la condizione di povertà di molti paesi sia la arretratezza tecnologica e che le innovazioni tecniche siano il motore dello sviluppo economico. Di fatto il modo in cui le innovazioni determinano lo sviluppo non è uniforme. Per questo trasferire nei paesi poveri tecnologie nate altrove ha spesso fallito, mettendo in evidenza come la tecnologia dipenda strettamente dalla conoscenza e dal livello di formazione di una popolazione.
E' lecito allora dire che le tecnologie proposte non sempre rispondono in maniera adeguata alle esigenze reali delle popolazioni in cui si pretende di inserirle e utili riflessioni in merito si possono dedurre dal pensiero gandhiano. Elemento chiave della economia per Gandhi è la autosufficienza. Per questo egli insisteva sulla necessità di fare largo uso di beni prodotti nel proprio territorio e promuoveva la ricerca di tecnologie dolci e sostenibili, l'impiego di soluzioni a piccola scala e sistemi cooperativi.


Non esiste uno schema valutativo della appropriatezza di una tecnologia applicabile, pertanto nell'ambito delle tecnologie appropriate le scelte devono prendere in considerazione tutti gli aspetti che ruotano ai bisogni delle persone, per arrivare a proporre scelte che mettano in primo piano gli aspetti ambientali, climatici, antropologici, sociali, economici, di disponibilità di materie prime e di energia, tenendo conto del livello tecnico e culturale dei destinatari.

Il progetto Inti Yatrai Wasi nasce nel 2010 proprio a seguito di una attenta analisi dei bisogni dei beneficiari che ha permesso di riflettere sulla necessità di giungere alla autonomia di gestione da parte della comunità locale e quindi ci ha sollecitato a tenere conto della prospettiva di praticabilità del progetto a medio e lungo termine.



Il progetto si basa sull'utilizzo di risorse umane, materiali ed energetiche reperibili sul posto, che siano a basso costo e di facile gestione, nella tutela del contesto ambientale in cui si opera e ponendo attenzione ai bisogni della comunità locale. 
In sintesi:
1_cantiere scuola con campesinos e volontari - per far apprendere pratiche innovative e migliorative per il comfort domestico e la salute, derivate da tecniche tradizionali locali
2_impiego di sistemi costruttivi non meccanizzati - struttura in adobe
3_uso di materiali naturali locali e recuperati - legno, terra, paglia, plastica riciclata, lamiera
4_applicazione di sistemi attivi e passivi a basso costo per lo sfruttamento dell'energia solare - accumulo inerziale delle pareti, accumulo solare isolato per la produzione di aria calda, pannelli solari termici per la produzione di acqua calda fatti con bottiglie di plastica riciclate
5_formazione e divulgazione - creazione di manualetti formativi illustrati e in lingua madre
6_impulso a nuovi canali di microimprenditoria - indicazioni per la realizzazione di piccole serre solari a gestione familiare destinate alla coltivazione di ortaggi per una maggiore varietà alimentare


Giulia Bertolucci architetto


giovedì 23 aprile 2015

LA NATURA NON SI RICICLA

La Giornata della Terra è l'occasione per sensibilizzare ed educare al rispetto del pianeta e per promuovere stili di vita più sostenibili, per noi è l'occasione giusta per parlare del nostro approccio progettuale e di alcuni micro progetti che nel tempo abbiamo fatto.



Ormai è chiaro: dobbiamo conciliare la finitezza delle materie e dell'energia con i nostri impatti ambientali. Ma ridurre gli impatti ambientali non significa necessariamente ridurre i consumi e gli acquisti; significa riqualificare gli edifici, cioè ridurne gli impatti attraverso l'efficientamento, l'innovazione e la ricerca, e significa anche riutilizzare e riciclare la materia.
La letteratura scientifica imputa all'edilizia l'impiego di oltre il 40% delle risorse naturali. Sappiamo che in termini energetici la fase di uso degli edifici genera impatti rilevanti che hanno portato agli adempimenti ed obblighi di efficientamento energetico; ma interessante, quanto in realtà poco approfondita (anche nella normativa), è l'efficienza di flussi di materia durante le varie fasi dell'edificio (costruzione, uso e dismissione).

A livello generale tra le misure individuate per la riduzione dell'impatto ambientale troviamo l'informazione e sensibilizzazione dei cittadini alla produzione sostenibile e riduzione dei rifiuti, anche attraverso agevolazioni economiche.
Per la gestione dei rifiuti la priorità è la prevenzione del rifiuto stesso e la facilitazione del riutilizzo della materia, ancor prima che diventi scarto, e quindi ancor prima della fase di riciclo o eventuale smaltimento. In sostanza l'obiettivo dovrebbe essere prevenire i rifiuti, eventualmente riutilizzarli, riciclarli o compostarli, al limite prevedere un recupero di energia dalla combustione degli stessi per non arrivare mai alla necessità di smaltimento in discarica.
Purtroppo ancora oggi la prevenzione è poco applicata: in Italia circa il 65% dei rifiuti è conferito in discarica, un 35% è avviato a riciclo, un 10-12% è inviato a combustione (senza recupero energetico), pochissimi sono i casi di impegno sul riuso e prevenzione del rifiuto.

Scommettendo sulla possibilità di compiere il ciclo di gestione della materia senza occuparsi di smaltimento, cioè pensando di chiudere il cerchio attraverso la prevenzione, il riuso e il recupero della materia, si ha un notevole cambio di prospettiva anche nel rapporto tra uomo e materia, fin'ora lineare: nascita/estrazione; vita/utilizzo; morte/smaltimento. Il cambio sta nella visione circolare della gestione della materia dove non esiste più la morte della stessa, ma il riuso e riciclo in una sequenza continua (un po' come avviene in natura).
 
 
Dal canto nostro siamo consapevoli dell'importanza dell'azione dei singoli e del fatto che alla fine la responsabilità del pianeta è solo nostra. Come consumatori che fanno delle scelte preferiamo sempre prodotti riciclabili o di seconda vita, sia in senso generale che nel campo edilizio.
Solitamente scegliamo tecnologie e materiali che permettono la posa a secco e quindi la disassemblabilità, con il conseguente reimpiego o riciclo a fine vita del fabbricato.



Nell'ambito del recupero di materia negli anni abbiamo portato a termine qualche piccolo progetto in cui elementi di scarto sono stati riutilizzati, riciclati e valorizzati conferendo nuova vita e nuovo uso. Come? Realizzando complementi di uso comune come lampade da barattoli e contenitori, sia in vetro che in cartone; poltrone con paglia, scarti di legno e kevlar (materiale di cui sono costituite alcune vele delle imbarcazioni); supporto per PC ottenuto da un cartolare da ufficio ormai rovinato, rivestito con uno scampolo di stoffa, ecc.



Le possibilità di riutilizzo dei materiali sono molteplici, con la fantasia e un po' di manualità è possibile realizzare di tutto.

 
architetto Giulia Bertolucci










mercoledì 25 marzo 2015

ACQUA RISORSA A RISCHIO

Ogni anno il 22 marzo è la Giornata Mondiale dell'Acqua. Per il 2015 il tema centrale è: acqua e sviluppo sostenibile, con particolare riferimento al problema dell’acqua potabile.
Come può essere l'acqua potabile un problema crescente? E' la domanda che ha strutturato una mia recente lezione riguardo alla gestione della risorsa idrica. Il fatto è che sopravvalutiamo la quantità di acqua che abbiamo a disposizione, senza conoscerne realmente lo stato di emergenza.

Dal 1900 il consumo di acqua è andato incrementando. A questo consumo ha corrisposto una restituzione in ambiente di acque inquinate e spesso non più utilizzabili. In pratica andiamo via via perdendo una fetta sempre più ampia di risorsa “buona” che non viene reintegrata. L’ONU ha recentemente ribadito il rischio di perdita per l’umanità di oltre il 40% delle riserve idriche potabili entro il 2030. In realtà già adesso gran parte della popolazione mondiale non dispone di acqua pulita (controllata o sanificata).
Eppure l'acqua è vita, è uno dei beni più preziosi in grado di trasformare qualsiasi cosa al suo passaggio; gli esseri umani stessi sono composti per il 90% da acqua, quindi non possiamo più permetterci di sottovalutarla e darla per scontata. Lo sviluppo della vita sul nostro pianeta dipende da essa; le comunità e le città stesse sono sorte in prossimità di corsi d'acqua e si sono sviluppate secondo la sua disponibilità; per questo motivo anticamente era rappresentata come una dea.

 
Forse la nostra disattenzione dipende dal fatto che siamo abituati a vedere il globo terrestre ricoperto per il 70% da acqua, ma dobbiamo riflettere che la maggior parte di questa è salata e non potabile. Approfondendo si scopre che solo lo 0,1% dell'acqua presente sulla terra è potabile.
Dato che parlare in senso generico e globale spesso non aiuta alla comprensione del problema, ho controllato i dati dell'ultimo rapporto dell'ARPA Toscana (annuario della Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) nel quale è riportato lo stato dei corpi idrici a livello regionale e le analisi affermano che il 42% dei corsi d'acqua toscani è inquinato chimicamente. Inoltre facendo riferimento alle classi di qualità con A1 ottima, A2 sufficiente, A3 mediocre e A4 pessima, tra tutti i monitoraggi in Toscana non risulta presente acqua eccellente, ma solo sufficiente o di qualità inferiore. Ecco perché localmente le amministrazioni tendono ad aumentare sempre più il livello di disinfettante nell'acqua distribuita, per renderla idonea al consumo umano. Ancora approfondendo i dati dell'ARPA Toscana si rileva che gli inquinanti presenti sono per lo più provenienti da attività antropiche.



Complessivamente il 70% delle acque consumate sono impiegate in agricoltura, il 20% nell'industria e solo il 10% in ambiente domestico, ma è anche vero che, tra tutti gli usi, il 95% non abbisogna di acqua potabile. E' opportuno allora parlare di acqua idonea all'uso specifico, cioè acqua di qualità inferiore che può essere impiegata laddove non c'è necessità di potabilità, ad esempio in ambito domestico è possibile utilizzare acqua non potabile per il giardino, la manutenzione degli spazi esterni, lo smaltimento dei reflui.



Dobbiamo quindi depurare gli scarichi in modo da ottenere risorsa adatta a specifici usi seppure non potabile.
In questo senso giocano un ruolo importante i sistemi di fitodepurazione che riescono in modo efficace, semplice e sostenibile a depurare le acque di scarico, permettendo anche un successivo riutilizzo in loco. In un prossimo post approfondiremo i sistemi e la tecnica costruttiva.


Rodolfo Collodi Architetto


giovedì 12 marzo 2015

L'ERBA DEI GIGANTI

Il Bambù si sta facendo strada nella vita di tutti i giorni: dai tessuti al cibo, dalle medicine ai pavimenti, questa pianta così versatile continua a stupire. Di fatto si tratta di una graminacea, proprio così il bambù è un'erba e non un albero.
Nel nostro continuo approfondimento riguardo a tecniche e materiali edili non convenzionali, ecosostenibili e biocompatibili, abbiamo partecipato ad un primo workshop sul bambù italiano nel 2011 e ad un secondo pochi giorni fa.


Bambù Italiano

Esistono oltre 1200 specie di bambù nel mondo, con così tante variazioni che può trovarsi sia in aree temperate che in climi tropicali o sub tropicali; elemento comune a tutte le specie è la facilità di coltivazione. Per questi motivi è molto diffuso come materiale da costruzione da centinaia di anni in molte zone della terra. E' resistente e flessibile, necessita di 8/10 anni di crescita per ottenere un prodotto utilizzabile ai fini costruttivi, è estremamente facile da lavorare, seppure richieda solo strumenti manuali, permette di costruire intere strutture.

Di fatto però è ancora da molti considerato un materiale per popolazioni povere, e quindi si pensa che non possa garantire le condizioni di sicurezza e comfort che vengono richieste oggi dalle costruzioni. E' certamente vero che in Italia, questo come altri materiali naturali, non è contemplato nelle norme tecniche per la realizzazione di strutture portanti, seppure abbia delle notevoli prestazioni, perchè non esiste un sistema di calcolo riconosciuto per questo tipo di materiale. Per avere una idea di quelle che sono le potenzialità strutturali ed estetiche del bambù si deve guardare all'Asia e all'America Latina.


Opere di Simon Velez

Le canne possono essere utilizzate tali e quali per strutture portanti, oppure per realizzare scenografie da interni ed esterni, arredi ed altri oggetti artigianali, ma possono anche essere lavorate per ottenere pannelli o travi lamellari. In pratica tutto quello che si può realizzare con il legno può essere ottenuto anche con il bambù. La combinazione della forma cilindrica, con l'alto contenuto di silice e l'orientamento dei tessuti vascolari lo rendono un materiale unico anche a paragone con il legno, la terra, il cemento o l'acciaio. Infatti il bambù ha una resistenza a compressione e trazione eccellente e per alcune specie è doppia rispetto alla tenuta dell'acciaio e mantiene sempre una estrema flessibilità che permette di lavorare il materiale anche con forme ardite, sia tramite l'utilizzo di canne intere che ridotte in striscie. Anche la NASA ha utilizzato il bambù, per la sua estrema leggerezza e resistenza, come materiale da costruzione per applicazioni spaziali.



Il Singapore’s Future Cities Laboratory sta portando avanti uno studio finalizzato a verificare il potenziale uso del bambù in sostituzione alle armature in acciaio del cemento armato, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove, pare assurdo, attualmente si utilizza il 90% del cemento e l'80% dell'acciaio consumato dal settore costruzioni.

Certo il bambù ha anche alcune limitazioni da tenere inconsiderazione al momento della progettazione e realizzazione di un'opera: il suo alto contenuto di zucchero rende la pianta soggetta ad attacchi di parassiti, che possono essere scongiurati con un idoneo trattamento (naturale e non necessariamente tossico) al momento del taglio; le canne hanno una notevole resistenza, ma molta attenzione si deve porre nelle giunzioni al fine di trasmettere i carichi nel modo corretto e per non indebolire la canna stessa con connessioni eccessivamente invasive.


Considerando il peso e la resistenza del bambù, e anche il poco sforso necessario per capitalizzare queste proprietà, si può dire sicuramente che questa erba gigante è un ideale materiale da costruzione. Inoltre guardando ai veri costi ecologici del settore delle costruzioni il bambù ha sempre una impronta ecologica inferiore ad ogni altro materiale convenzionale; è più accessibile e facile da lavorare rispetto alla maggior parte dei consueti materiali utilizzati in edilizia; comporta una minore emissione di CO2 per la produzione e, se si utilizza il bambù italiano, è possibile anche abbattere l'inquinamento dovuto ai trasporti. E' economicamente e ambientalmente sostenibile nonché biocompatibile.

(immagini dei due workshop cui ho partecipato)

Giulia Bertolucci architetto


giovedì 19 febbraio 2015

QUANDO LO "SPIFFERO" E' SALUTARE PER LA CASA

Accade sempre più spesso che le case siano afflitte dal problema della muffa negli ambienti interni.

Questo costituisce un problema da non trascurare in ambienti chiusi. Dapprima può creare solo sgradevoli macchie scure, ma con il peggiorare delle condizioni e il proliferare del fenomeno può arrivare a produrre un odore caratteristico, pungente e fastidioso, ma soprattutto può provocare allergie o problemi alle vie respiratorie.
La muffa può dipendere da un difetto strutturale (ponte termico, isolamento termico non efficace, eccessiva umidità da infiltrazione) o da cause accidentali (scarsa esposizione solare, insufficiente ventilazione).
Recentemente si è presentato il caso di una villa singola di due piani costruita nel 2007, con manifestazioni fungine in alcune stanze e crediamo che sia esemplare di una edilizia recente in cui chi ha realizzato l'opera non ha tenuto in dovuta considerazione l'involucro, considerandolo solo un contenitore senza che questo abbia la dovuta efficienza dal punto di vista energetico e di salubrità ambientale.
Per individuare le cause scatenanti di questo fenomeno e dare indicazioni di eventuali interventi correttivi, a seguito di un sopralluogo, abbiamo effettuato un monitoraggio ambientale. Nel nostro caso il rilevamento ha evidenziato che la manifestazione fungina è da ricondurre a muffa per condensa superficiale. Precisamente si tratta di sviluppo di muffa sulle pareti interne degli ambienti dovuto ad una condensa del vapore d'acqua presente nell'aria. Due i problemi sostanziali: la assoluta mancanza di isolamento termico di involucro e una ventilazione non efficace.



Può accadere infatti che, seppure si operino ripetuti ricambi di aria durante la giornata, non si riesca a risanare, ma solo ad arginare il problema. Ecco allora che viene spontaneo pensare alle case dei nostri nonni caratterizzate da spifferi fastidiosi, ma salutari per il continuo ricambio di aria che questi garantivano.
L'importanza del ricambio di aria è forse più chiaro se si pensa ad alcuni elementi che determinano le condizioni di comfort all'interno degli ambienti: temperatura, purezza dell'aria, umidità interna. Il ricambio costante dell'aria garantisce il “lavaggio” continuo degli ambienti con un effetto benefico anche per le superfici. 


Per contro le case dei nonni avevano condizioni ambientali che non corrispondono più agli standard di comfort desiderati oggi. Inoltre la consapevolezza dell'importanza del risparmio energetico non può che farci riflettere. In una casa isolata termicamente le perdite di calore causate dagli spifferi possono costituire anche il 30-40% delle perdite di calore totali. Per questo non si può pensare di tornare ai vecchi cari spifferi, ma gli edifici oggi devono essere dotati di sistemi che permettano di garantire la opportuna ventilazione senza perdite di calore e senza provocare discomfort. 

Rodolfo Collodi Architetto


giovedì 29 gennaio 2015

LA CITTA' HA IMPATTI SULL'AMBIENTE E SULLA NOSTRA SALUTE?

Gli ambienti urbani sono caratterizzati spesso dal sovraccarico edilizio, dalla incongrua disponibilità di spazi verdi fruibili, dall’irrazionale distribuzione di servizi essenziali, dalla mortificazione del senso di identità dei luoghi, dal rumore, dall’inquinamento atmosferico e visivo, dall’affollamento e dall’eccessivo riscaldamento nel periodo estivo. Queste situazioni sono favorevoli all’insorgenza di numerosi disturbi e patologie fisiche e psichiche.


L’ambiente può influire direttamente o indirettamente sulla salute. La relazione tra l’individuo e diversi fattori ambientali è una delle determinanti fondamentali dello stato di salute e può dare luogo a diversi stati di benessere o di malattia.
Questo è l'assunto da cui è partito il gruppo di lavoro nazionale a cui ho partecipato, coordinato da ISDE Italia, per la redazione del Position Paper in tema di Sostenibilità dell'ambiente abitato pubblicato da ENEA.

Considerando che circa la metà della popolazione mondiale (3,4 miliardi di persone) vive in aree urbane e il numero potrebbe raddoppiare entro il 2050 e che l’urbanizzazione determina consumo e cambiamento delle caratteristiche del suolo, se il consumo di suolo continua ad espandersi, le aree urbanizzate potrebbero occupare fino al 7% della superficie disponibile terrestre nei prossimi vent’anni.
Ma i suoli “sigillati” da cemento e asfalto difficilmente potranno tornare ad essere produttivi.

Secondo il Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo, l'Istituto Nazionale di Urbanistica e Legambiente in Italia ogni giorno scompare sotto il cemento una superficie pari a circa 100 ettari (in pratica, dagli 8 ai 10 mq al secondo).
Anche il 10° Rapporto ISPRA 2014 sulla qualità dell'ambiente urbano testimonia che la situazione è sempre più drammatica, con molte città (purtroppo non solo le maggiori e più note) che hanno consumato suolo dal 30 fino ad oltre il 60%. Un dato tra tutti: Roma oltre 33.000 ettari e Milano 11.000 ettari ormai persi.
Allora è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il suolo/territorio è una risorsa limitata e va trattata con ogni cura. Si dovrebbe riflettere sul fatto che per scavare 50 cm di terreno basta un colpo di ruspa, mentre per rigenerarne 10 cm occorrono 2000 anni.

Le aree urbane se da un lato offrono l’opportunità di vivere in un contesto che offre maggiori possibilità di accesso ad una molteplicità di servizi, dall’altro presentano rischi per la salute e nuove sfide sanitarie. La salute, infatti, intesa come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia” è determinata da una molteplicità di fattori che ricadono anche al di fuori del dominio strettamente biomedico e sui quali la città gioca un ruolo determinante. Negli ultimi 150 anni la ricerca, in continuo sviluppo sul tema, ha chiaramente dimostrato che il modo in cui le città sono pianificate e gestite produce sostanziali differenze nella salute dei propri abitanti.



L’abitato sostenibile sotto il profilo sociale, economico ed ambientale, si compone di tre elementi, interconnessi: il territorio che contiene lo spazio urbanizzato, l’area urbana e l’edificio in essa contenuto. In un certo senso, si potrebbe dire che la nuova città sarà sostenibile quando essa, con il suo territorio, favorirà un abitare sostenibile, aperto a nuovi stili di vita, a nuovi saperi, a nuovi valori, il cui centro sia occupato dall’uomo abitante, non solo dal consumatore (di risorse) o dal produttore (di rifiuti).

Con il termine “città sane” si indicano città che creano e migliorano continuamente l’ambiente fisico e il contesto sociale, mettendo le persone nelle condizioni di sostenersi a vicenda per realizzare e sviluppare al massimo tutte le attività della vita.
Lo sviluppo urbano diventa così una forma di prevenzione primaria che promuove comportamenti sani attraverso: un sistema di trasporto che incoraggia la mobilità pedonale e ciclabile, un’organizzazione funzionale della città che garantisce l'autonomia a ciascuna sua parte, un progetto di aree verdi che risponde alle esigenze di tutti i cittadini ed è indirizzato al benessere e l'interazione sociale.



All'interno dell'ambiente abitato un edificio dovrebbe considerare la relazione non più solo con il contesto ambientale, ma anche sociale e storico. Questo perché l’effettiva qualità non è riconducibile alla somma dei componenti, ma è determinata dalle relazioni che tra questi si stabiliscono.

Nel concreto, anche per la costruzione dei singoli fabbricati, non è più sufficiente parlare genericamente di sostenibilità, soprattutto riducendo il concetto di sostenibilità a quello di efficienza energetica.
Il miglioramento stesso della qualità dei singoli edifici, dal punto di vista della sicurezza, del benessere e della tutela dell’ambiente, non dipende solamente da nuove tecniche e materiali, bensì da un modo nuovo di pensare e progettare. Perchè oltre al consumo di suolo il settore edilizio è responsabile, in Europa, del 40% del consumo energetico totale e rappresenta la principale fonte emissiva di CO2 nell’Unione Europea. Ma non finisce qui, gli edifici producono ogni anno 450 milioni di tonnellate di rifiuti, cioè più di un quarto di tutti i rifiuti prodotti (anche perchè sono ancora pochi i materiali edili che possono essere riutilizzati o riciclati). Per questi motivi intervenire in edilizia presenta un potenziale notevole per quanto riguarda il risparmio energetico e la riduzione dell'impatto generale sull'ambiente.

In questa prospettiva è possibile allora dire che le preoccupazioni ambientali dovranno guidare le scelte per l'energia, la salubrità dei materiali, l'habitat confortevole, i rifiuti, la trasformabilità, spostando l'attenzione dalle necessità meramente tecniche-funzionali a quelle umane di salute, di relazione e di qualità di vita, che partono dall’edifico per coinvolgere tutta l’area urbana ed il suo contesto territoriale.

L’umanità dipende dall’ambiente in cui vive; non può modificarlo prescindendo da tale dipendenza e alterando gli equilibri che la regolano.


Giulia Bertolucci architetto

lunedì 29 dicembre 2014

RIQUALIFICARE L'EX MERCATO. OCCASIONE PERSA?

Il caso di cui parliamo costituisce senza dubbio un patrimonio da non perdre e da potenziare, per affiancare alla funzione originaria altre che, a differenza di quanto avvenuto fino ad oggi, rendano il luogo sempre accessibile a tutti e a servizio della cittadinanza.


Purtroppo l'immagine, scattata il mese scorso durante un giro per commissioni, crediamo sia già abbastanza triste, ma vogliamo raccontare qui la storia.

Oltre un anno fa siamo stati ricevuti in un comune della nostra provincia dal Vicesindaco, dal dirigente LL.PP ed alcuni tecnici del loro staff perchè interessati a conoscere il nostro progetto su un'area mercatale locale.
Non citeremo i protagonisti perchè non ci interessa incolpare nessuno, quanto rilevare l'ennesima scelta discutibile che peggiora il nostro territorio.

Un passo indietro.
Nel 2012 una associazione che si occupa di educazione ed accompagnamento delle coppie in attesa e/o con figli piccoli, ebbe l'idea di riqualificare il mercato locale, sottoutilizzato e poco curato, al fine di rendere l'area disponibile per attività e servizi a scopo sociale e culturale. Dopo vari incontri con le altre organizzazioni attive sul territorio e con il Comune, nel tentativo di attivare una procedura partecipata, l'associazione ci chiese di elaborare un progetto da proporre a tutti gli altri gruppi locali finalizzato alla riqualificazione e rifunzionalizzazione dell'ex mercato.
 


Dopo qualche mese, nello stesso anno, l'amministrazione comunale ebbe l'opportunità di intercettare un finanziamento regionale con un progetto mirato proprio alla riqualificazione dell'area mercatale, per finalità collettive.
Dopo l'annuncio, da parte del comune, dell'ottenimento del finanziamento regionale, l'associazione promotrice intensificò l'opera di sensibilizzazione delle altre associazioni e dei cittadini riguardo alla nuova idea. Tutti in verità si mostrarono contenti della proposta, seppure poco attivi a favore della stessa (probabilmente per divergenze politiche).
Evidentemente il nostro progetto suscitò interesse dato che a gennaio 2013 il Comune chiese un incontro con i progettisti (noi) per conoscere meglio la proposta. Sembrò un buon segnale. Anche i complimenti espressi dai presenti in quella occasione lasciavano molte speranze alla associazione promorice.


Di fatto però niente è cambiato dopo quello scambio di informazioni, se non che la grande copertura centrale, prevista originariamente in acciaio con pilastro centrale, è diventata di legno appoggiata sulle grandi tettoie ad ala esistenti.

Certo il risultato non è minimamente qualificante per l'area.
Probabilmente qualunque altro progetto sarebbe stato migliore. Magari uno dei vari che negli anni sono stati sottoposti alla amministrazione comunale. Già perchè la nostra porposta è stata la ultima di una serie di idee che i professionisti hanno fornito al Comune, il quale in passato aveva anche dichiarato di voler organizzare un concorso di progettazione per quel sito.

Un intervento di questa dimensione e con le potenzialità che esprime, sia in termini di riqualificazione urbana, sia in termini di ricaduta sociale, dovrebbe partire da una visione complessiva più ampia e organica. Interventi parziali e scollegati tra loro, perchè determinati da necessità di partecipazione a bandi di finanziamento, non possono ottenere il risultato di riqualificazione dichiarato, tant'è che questo enorme tetto in legno realizzato sopra le strutture esistenti non rispetta la dignità del luogo e della architettura mercatale preesistente.

Seppure coscienti delle difficolta degli enti pubblici nel reperire i fondi, crediamo che questa sia una opportunità persa per riqualificare dignitosamente un ex mercato che per definizione è area destinata a socializzazione, incontro e scambio. 
Giulia Bertolucci architetto


mercoledì 10 dicembre 2014

MA COS'E' QUESTA BIOARCHITETTURA?


Sempre più frequentemente sui giornali, alla tv, nei bandi di concorso, in corsi professionali e non, si parla di ecologia, sostenibilità, economie verdi, ambiente, qualità della vita. In realtà questi termini, utilizzati spesso in maniera indifferenziata ed equivalente, hanno significati ed atteggiamenti diversi e si rifanno magari a vere e proprie scuole di pensiero.


Facilmente individuabili sono le tematiche della bioedilizia e della architettura bioclimatica, meno semplice è la descrizione di cosa si intende per bioarchitettura senza essere fraintesi, ed essere catalogati nostalgici o all'opposto tecnocrati, quando non furbetti che cavalcano la moda. 

Fare bioarchitettura significa guardare all'uomo senza perdere di vista la natura, porre attenzione ai materiali ma anche alla complessità dell'abitare; in pratica si tratta di un atteggiamento, una filosofia quotidiana non immediatamente traducibile in numeri, quantità, tecnologie codificate. Questo perchè la bioarchitettura non tratta solo di inquinamento indoor, o di salubrità dei materiali, o di tecnologie costruttive dolci (temi tipici della bioedilizia che si basa sulla idea forte che l’involucro edilizio sia assimilabile ad una terza pelle per l'uomo, con cui deve mantenersi in equilibrio), ma non tratta nemmeno solo di risparmio energetico, o di utilizzo del solare e di altre fonti rinnovabili (argomenti tipici della architettura bioclimatica). 




Le due caratteristiche fondamentali della bioarchitettura sono la bio-compatibilità e l'eco-sostenibilità:
  • ECOSOSTENIBILITA’ è una caratteristica relativa all’ecosistema, quindi parliamo di energia, risorse, inquinamento ambientale. In sostanza agire nell'ottica della ecosostenibilità implica l’uso di poca energia fossile, l’utilizzo di materiali di provenienza locale, la scelta di materiali e tecnologie riciclabili o riutilizzabili, la valorizzazione delle risorse e il risparmio energetico.
  • BIO-COMPATIBILITA’ significa compatibile con la vita, quindi è una specificità che guarda a cicli vitali che non nuocciano all’uomo (e preferibilmente nemmeno all’ambiente), con interventi volti alla qualità ambientale e al benessere/salubrità del costruito.
In pratica la bioarchitettura comprende tutto questo e va oltre considerando ogni edificio come un organismo, con le sue relazioni geografiche e storico-culturali.

L'edificio viene progettato per essere costruito in un preciso luogo, inserito in un contesto climatico che deve essere utilizzato in modo corretto ed efficace, possibilmente minimizzando l'impatto ambientale. Per questo non esistono soluzioni preconfezionate in bioarchitettura, ma ogni situazione merita risposte specifiche che tengano in considerazione il rapporto edificio/uomo ed edificio/luogo.




Per noi fare bioarchitettura significa essere semplici e pratici attraverso l'utilizzo di materiali, spesso basici, dal basso impatto ambientale e salubri, ma anche tecnologici per poter individuare il corretto utilizzo dei materiali suddetti e delle tecnologie più idonee di volta in volta necessarie, nonché per poter controllare (attraverso programmi di calcolo) le caratteristiche energetiche, climatiche e di comfort che ogni edificio deve avere. Infine significa anche essere capaci di leggere il contesto geografico, climatico e culturale in cui si interviene per ottimizzare le caratteristiche dell'edificio, sia che si tratti di una nuova costruzione che di un edificio esistente.

Giulia Bertolucci architetto

giovedì 27 novembre 2014

ADOBE: POVERO MA NON ECONOMICO. La nostra esperienza




In uno dei progetti che stiamo realizzando, abbiamo deciso di usare pareti interne in terra cruda per sfruttare la proprietà igroscopiche del materiale a favore di un maggior comfort interno. Effettivamente non ci aspettavamo che i mattoni in in argilla cruda costassero più di quelli cotti, ma è così!

Se ci si pensa bene l'uso della terra cruda è una delle tecniche più conosciute, diffuse e antiche per realizzare murature. L'adobe è forse il componente da costruzione più diffuso e più povero. Anche in Italia (seppure con nomi diversi a seconda della zona – Adobe deriva dall'arabo al-tub che significa mattone) è un elemento da sempre molto utilizzato per costruire.
Il maggior prezzo dipenderà forse da una ridotta richiesta?

Negli scorsi anni abbiamo avuto modo di conoscere la tecnica di realizzazione dei mattoni e di costruzione in terra in modo approfondito. Esiste anche molta letteratura sull'argomento, seppure per la maggior parte straniera (Gernot Minke ).     
Il lavoro in Perù si è basato proprio sulla costruzione di un edificio in adobe, precisamente con mattoni di terra mista a paglia, realizzati in cantiere a piè d'opera e lasciati essiccare al sole. Proprio legato a questo lavoro, nel 2011 abbiamo organizzato, con Ingegneria Senza Frontiere di Pisa, un laboratorio sperimentale per la realizzazione di mattoni in argilla cruda e paglia.


Prima è stata studiata la idoneità della terra per il confezionamento degli adobe e poi sono state realizzate due serie di mattoni con tecnica manuale.

Una volta essiccati i mattoni (in quantità sufficiente per costruire due muretti da sottoporre a schiacciamento), assieme a campioni di terra, sono stati trasportati nei laboratori dell'Università di Pisa, dove sono state eseguite prove geotecniche per la definizione della curva granulometrica, dei limiti di Atterberg, del peso specifico di ogni provino, nonché prove di resistenza sia sul singolo mattone che su due muretti in adobe, allettati con un impasto di terra e acqua, molto simile a quello utilizzato per ottenere i mattoni stessi.

I risultati dei test presso il Dipartimento di Strutture sono stati parte della tesi in ingegneria edile di Elisa Orefice con oggetto lo studio strutturale ed energetico del progetto pilota in Perù.

In sintesi, in base alla nostra esperienza l'adobe è ecologico ed economico sicuramente quando i mattoni si realizzano prelevando il terreno al piede del fabbricato e alla fine del ciclo di vita può ritornare in ambiente senza inquinare. Un po' meno economico se lo si deve acquistare da una delle poche ditte oggi presenti sul mercato. Resta comunque un ottimo materiale che contribuisce al comfort interno grazie alla sua alta igroscopicità e inerzia termica, e per questo è certamente da inserire nei progetti, basta solo ottimizzarne l'uso.

Volendo fare un semplice conto, considerando che una persona in un giorno riesce a produrre mediamente 200 mattoni il costo del singolo mattone si dovrebbe aggirare al massimo intorno a 1,20 euro, pertanto molto simile al prezzo di quelli industriali cotti. Aggiungendo la possibilità di un po' di industrializzazione nella produzione dei mattoni crudi, si dovrebbe ridurre il costo anziché aumentare (vedi).

Altre nostre utili informazioni riguardo alla tecnica di autoproduzione manuale dell'adobe.
La tecnica in sintesi è semplice e, come si vede nelle foto sopra, basta prelevaredel terreno non organico, impastarlo con acqua fino ad arrivare allo stato plastico e poi aggiungere paglia. A questo punto si preleva l'impasto e si può mettere in uno stampo della dimensione del mattone, detto appunto "adobera". Una volta pressato dentro lo stampo si procede per sformarlo su un piano su cui passerà alcune settimane ad asciugare al sole.

1_ Dosaggio dei componenti: uno degli aspetti fondamentali cui fare attenzione è la percentuale di argilla nell'impasto che si deve mantenere intorno al 20%, perchè la possibilità di modificare le quantità dei singoli componenti (argilla, limo, sabbia e ghiaia) è molto difficile, a meno che non si disponga di elementi asciutti, finemente sgranati e ben lavorati.  Nei casi in cui la percentuale di argilla era maggiore di quella consigliata abbiamo "corretto" la terra aggiungendo della sabbia per rendere l'impasto meno soggetto a ritiro nell'essiccazione. In un caso in cui la percentuale di argilla era bassa invece abbiamo tentato di "correggere" aggiungendone altra ma, non avendo l'argilla perfettamente polverizzata e utilizzando il metodo tradizionale, è stato difficile ottenere un impasto uniforme.
2_ Come fare la miscelazione:per le operazioni di impasto il metodo tradizionale è con i piedi e risulta il più efficace, soprattutto per una produzione media, perchè permette di schiacciare bene anche le parti di argilla più compatta e di farla imbibire di acqua. Abbiamo verificato che la consistenza plastica rende difficoltosa la miscelazione con la pala e impossibile l'impasto in betoniera perchè si appallottola e si attacca alle pareti della betoniera stessa;  infine per realizzare l'impasto è possibile usare la molazza che permette di schiacciare molto bene l'argilla, anche quando questa è in blocchi, ma la miscela ottenuta tende comunque ad attaccarsi alle pareti della macina.
3_ Aggiungere la paglia: per la paglia i manuali indicano lunghezze ben precise, i fili devono essere non più lunghi dello spessore del mattone, ma il taglio a mano è quasi impossibile, quindi l'uso di un taglia siepi elettrico o di un devespugliatore posto in un contenitore di dimensioni limitate rende l'operazione fattibile.
4_ Lo stampo: è costituito da una scatola, aperta da un lato, in cui si comprime l'impasto. Alcuni manuali consigliano di praticare dei fori sul fondo per sformare meglio il mattone, ma in qualsiasi modo si realizzi il fondo, anche bagnando bene lo stampo, il mattone quando viene sformato tende a deformarsi rimanendo di forma meno precisa e più fragile. La soluzione migliore è avere uno stampo senza il fondo e comprimere l'mpasto direttamente sulla superficie sulla quale l'adobe rimarrà ad essiccare.

Rodolfo Collodi architetto