giovedì 30 marzo 2017

COME SCEGLIERE LE PITTURE DA INTERNI

E' primavera e stai pensando di rinfrescare la tua casa con una nuova pittura per interni? Le pareti sono un po' segnate dal passare del tempo? Il bianco si è ingrigito? Questo articolo ti sarà utile per sapere quale prodotto scegliere.
Sicuramente hai pensato al colore. Magari un nuovo bianco che non sia però troppo candido per avere un'atmosfera più accogliente. Oppure qualche tocco di colore per ravvivare le stanze o per accentuare dettagli. E poi avrai forse anche pensato al tipo di pittura da interni: traspirante oppure lavabile, con finitura satinata, o addirittura scrivibile per la cameretta dei bambini.

Ma c'è un altro elemento fondamentale a cui fare attenzione nella scelta di una pittura da interni: la composizione. Perché le pitture non sono tutte uguali. 

Esistono sostanze chimiche, che possono essere contenute nelle pitture e nelle vernici, che tendono ad evaporare facilmente a temperatura ambiente provocando disturbi. 

colori pitture fai da te

Hai dei bambini? A maggior ragione devi porre attenzione allle caratteristiche delle pitture da interni perché i piccoli sono più sensibili, come del resto anche gli anziani.

Il problema maggiore si ha in presenza di contenuto di formaldeide perché questa viene rilasciata anche per anni dopo la posa. Nonostante questo aspetto critico purtroppo la formaldeide è spesso usata come conservante delle pitture, grazie alla sua economicità.
Per quello che riguarda invece altre sostanze si può dire che la tossicità varia a seconda della composizione, ma in linea generale si ha un'emissione maggiore di sostanze nocive all'inizio, cioè subito dopo la posa, e una progressiva diminuzione nel tempo. 
Non credere però che basti arieggiare la casa per qualche giorno per risolvere il problema, perché la durata di questa emissione varia a seconda del composto chimico utilizzato e può essere anche di 6 mesi e oltre.

Se vuoi tinteggiare la casa e continuare a viverci devi assolutamente scegliere pitture da interni che ti garantiscano la salubrità.

rinnovare la pittura di casa

Una persona che non vedevo da tempo recentemente mi ha raccontato una sua esperienza che mi pare significativa a proposito di tinteggiare casa.

Ti racconto di Maria che, impegnata spesso in lavori fuori sede, ha approfittato di un periodo in cui non avrebbe avuto bisogno della casa per rinnovare la pittura della camera e dello studio.
Per lavoro lei si è spesso trovata ad affrontare il tema della salubrità dei luoghi di lavoro quindi, consapevole che le vernici non sono tutte uguali e che spesso possono dare disturbi, Maria si è rivolta con fiducia alla sua impresa di imbiancature chiedendo consiglio, non tanto sul colore, quanto proprio sul tipo di pittura murale da usare per evitare di andare incontro a situazioni spiacevoli.
Rassicurata circa i suoi dubbi ha lasciato casa nelle mani dell'impresa. Al suo ritorno il lavoro era perfetto, ma Maria ha sentito subito la necessità di arieggiare. L'odore della pittura era troppo penetrante, fortuna che ottobre permette ancora di stare con le finestre aperte per lungo tempo.
Dopo mesi però Maria ha capito che il problema non è l'odore di quella pittura all'acqua, ormai fortunatamente svanito, ma deve per forza esserci qualcos'altro dato che quando passa qualche giorno in più a casa le si presenta un pizzicore alla gola.

Ed è a questo punto che ci incontriamo e mi racconta questa storia. Le spiego così che il fatto che la vernice sia all'acqua non è garanzia di assenza di tossicità, perché anche le pitture all'acqua possono contenere sostanze irritanti per le mucose o per le vie respiratorie. Ci sono infatti varie sostanze che vengono utilizzate per migliorare l'aspetto della vernice, la velocità di essiccazione, la facilità di posa, che possono essere tossiche seppure ammesse dalla normativa.

Insomma le vernici all'acqua sono certamente meno pericolose, ma non del tutto innocue, come spesso invece viene sostenuto anche dai posatori.

Nel caso di Maria nonostante tutte le cautele, il prodotto che è stato consigliato evidentemente non è esente da emissioni tossiche. Certamente è possibile che lei stessa sia particolarmente sensibile. Sta di fatto però che, come è spiegato dettagliatamente nell'articolo “Le vernici all'acqua sono innocue?” , fidarsi solo del fatto che le pitture sono all'acqua non ne garantisce la totale innocuità.

prove colori pitture da interni

Conclusioni

E' possibile che non ti capiti mai di avvertire un malessere a causa di una tinteggiatura, ma è anche possibile che tu abbia una tosse di cui non riesci a capire la causa. Indagare meglio le condizioni degli ambienti in cui trascorri la maggior parte del tempo può essere una buona pista da seguire.

La parte più difficile è sempre trovare il prodotto giusto, nella moltitudine di quelli offerti dal mercato, che sia sicuro in relazione alle emissioni di composti organici volatili tossici per inalazione. Un modo per avere maggiori garanzie di bontà di una pittura o vernice dal punto di vista delle esalazioni è cercare il marchio EC1 di cui si è parlato in questo articolo, oppure potresti cercare un altro simbolo che deve essere riportato sulle confezioni: A+. Questo fa riferimento ad un sistema di marcatura obbligatoria in Francia, ma che si può trovare sulle confezioni delle pitture da interni commercializzate anche nei centri fai da te in Italia (dove invece l'obbligatorietà non c'è).
In generale però le ditte hanno anche altri modi per dichiarare che il contenuto delle pitture sia esente o a basso contenuto di VOC e che non fanno riferimento a marcature specifiche.

Per questo è sempre opportuno andare a vedere il contenuto, cioè la composizione della pittura che si vuole usare, per capire se può essere più o meno fonte di emissioni dannose per la salute.


Giulia Bertolucci architetto



giovedì 16 marzo 2017

STORIA DI UN EDIFICIO IN TERRA BATTUTA

Chi non conosce la Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp di Le Corbusier, oppure la Chiesa dell'Autostrada del Sole di Michelucci. Opere note certamente agli architetti che le hanno studiate all'università, ma conosciute anche da chi è meno addentro alla materia.
Ci sono edifici molto noti, vere e proprie icone dell'architettura, celebrati e documentati sulle riviste, nei libri, portate ad esempio nelle lezioni dei professori. Oltre il sensazionalismo esistono però anche altri edifici che, seppure siano ritenuti minori, in realtà sono molto rappresentativi.
Uno di questi è sicuramente la Cappella della Riconciliazione di Berlino realizzata in terra battuta
. Cosa ci racconta?
Questo edificio ci racconta di una comunità, della sua volontà di ricostruire e ricordare, del desiderio di farlo seguendo principi ecologici.

chiesa Berlino Terra cruda

La storia inizia nel 1949, anno della divisione della Germania in Repubblica Democratica Tedesca (Est) e Repubblica Federale Tedesca (Ovest) al termine della seconda guerra mondiale. La separazione a Berlino venne formalizzata nel 1961 con la costruzione del Muro e la creazione di quella fascia tristemente nota come “striscia della morte”. Terra di nessuno in cui venne ricompresa anche la Chiesa della Conciliazione. Grande edificio in mattoni in stile neogotico che era stato costruito alla fine dell'800. La comunità da quel momento non poté più accedere alla chiesa, né dall'est né dall'ovest, ed essa cadde in rovina. Nel 1985 il colpo di grazia, la Germania Est decise di demolire l'edificio per liberare l'orizzonte e avere una visuale migliore. Le macerie non vennero nemmeno rimosse.



Dopo la caduta del Muro nel 1989 e la formalizzazione della riunificazione tedesca l'area è ritornata accessibile e così nel 1995 il lotto dove sorgeva la chiesa venne restituito alla comunità a patto che mantenesse la destinazione d'uso. Molte le implicazioni pratiche, etiche e simboliche: la riunificazione e riqualificazione dell'area, la ricostruzione in un luogo denso di memoria e di significato assolutamente da non cancellare, il mantenimento della funzione religiosa, il rispetto di principi ecologici. Valutati alcuni progetti fu scelto quello di Sassenroth/Reitermann. Ma prima di costruirlo alcune modifiche furono necessarie.
La forma: due involucri ovali irregolari (uno ruotato secondo il vecchio edificio, l'altro con l'orientamento est-ovest tipico delle chiese), in mezzo ad un ampio spazio verde.
Il significato: il nuovo costruito posto in corrispondenza dell'altare e coro della vecchia chiesa.
I materiali: cemento armato per il nucleo interno e vetro per l'involucro esterno.
Sui primi due elementi ci fu accordo, ma le caratteristiche dei materiali non furono ben viste. Per i Berlinesi Cemento uguale Muro.
Quali potevano essere allora i materiali che meglio garantivano il mantenimento della forma e della semplicità della costruzione, oltre che essere più sostenibili sia in termini ecologici che economici? La terra battuta e il legno.

Berlino Chiesa Terra cruda interno

Il risultato?
Un edifico contemporaneo con un nucleo interno in terra battuta, realizzato sotto la guida di Martin Rauch, e un involucro esterno in listelli di legno, che crea uno spazio intermedio con una luce graduata che prepara al raccoglimento della preghiera. Il sistema di realizzazione utilizzato è molto simile a quello del cemento ma decisamente meno energivoro, con casseforme in cui viene gettata l'argilla umida appositamente selezionata, mista a fibre di lino, poi costipata per strati successivi ottenendo anche l'effetto decorativo rigato delle pareti. Nella miscela terrosa sono state aggiunte anche le macerie triturate della chiesa originaria aumentando il valore simbolico, estetico ed ecologico della costruzione.

Berlino chiesa terra cruda interni

La Cappella della Riconciliazione è uno dei più grandi edifici pubblici costruiti in terra battuta portante. Il cantiere è stato oggetto di sperimentazione dato che all'epoca (1999 – 2001) in Germania mancava una norma specifica che permettesse l'autorizzazione di tale tipo di costruzione – in Italia manca tutt'ora. Certo le complicazioni non sono mancate. Durante i lavori si dovette far fronte a problemi statici inserendo dei rinforzi in acciaio (poi annegati nella parete di argilla) che garantissero la tenuta soprattutto in prossimità delle aperture e al coronamento della cella interna.

Berlino chiesa rammed earth

Conclusioni
L'utilizzo di argilla naturale, materiale poco energivoro, rinnovabile e riutilizzabile perchè lavorato senza aggiunta di prodotti di sintesi agglomeranti ed essiccanti; la rinuncia a qualsiasi tipo di impianto di riscaldamento; il coinvolgimento di maestranze volontarie da tutta Europa in affiancamento a quelle professionali, testimonia la forza della scelta e la coscienza sociale ed ambientale della committenza.
Nel complesso quest'architettura considerata minore ci dimostra come si possa sempre fare meglio, e come la povertà di un materiale come la terra battuta possa costituire una ricchezza.

Da poco più di un secolo si costruisce con il cemento, considerandolo erroneamente un materiale migliore e più durevole di altri. Di fatto è un materiale rigido che ha sempre bisogno di maggiore ferro per poter resistere alle prove di forza imposte dagli eventi naturali e dalla normativa. Un materiale freddo prodotto con un notevole dispendio di energia. La terra invece è la materia che fin dalle origini si è prestata a vari usi, anche costruttivi, grazie alle caratteristiche di plasticità. Chi non ha mai messo una mano nel fango per gioco?

Purtroppo in Italia non è oggi possibile costruire in terra battuta portante, ma certo si possono realizzare tamponamenti e intonaci che permettono comunque di beneficiare delle notevoli proprietà igroscopiche dell'argilla cruda. Essa favorisce infatti la stabilizzazione della temperatura e il controllo dell'umidità all'interno degli ambienti che per questo risultano naturalmente più confortevoli con conseguente minor necessità di impianti. Per non parlare del bellissimo aspetto delle superfici in argilla cruda che risultano naturalmente accoglienti. 


Giulia Bertolucci architetto



giovedì 2 marzo 2017

COS'E' L'ARCHITETTURA BIOCLIMATICA

Inizio questo post con tre osservazioni: (1) l'essere bioclimatico NON E' una proprietà di un materiale, come vorrebbe farci credere un'azienda che marchia i propri prodotti in sughero come nell'immagine (ma forse non è l'unica); (2) architettura bioclimatica NON E' un sinonimo di bioarchitettura, come ho recentemente letto in un libro; (3) mettere i pannelli solari sul tetto NON E' fare architettura bioclimatica.

da quando il sughero è bioclimatico

Un buon edificio deve garantire condizioni di benessere per le persone e per questo il comfort dovrebbe essere una priorità per la progettazione e realizzazione di architetture. Banale? Non proprio dato che esistono molti edifici che funzionano male. Come dice il prof. Rogora “peggio del clima”. Tutt'oggi gli edifici raramente risultano dotati di un efficace isolamento termico ed ancora meno frequentemente sono dotati di sistemi per il guadagno termico.
Se, per avere condizioni di comfort, devo ricorrere a impianti e all'uso massiccio di energie esterne, magari non rinnovabili, significa che ho un edificio in cui devo investire costantemente molti soldi perdendo la possibilità di usarli per scopi migliori. Qual'è allora il modo di investire meglio i risparmi?

Esiste il modo per costruire correttamente gli edifici affinché siano efficienti dal punto di vista energetico e confortevoli?

Molti pensano ancora all'edificio come all'insieme di varie componenti di cui una parte sono le dotazioni tecnologiche, per cui quando vogliono ottenere riduzioni sui costi energetici fanno molta attenzione all'efficienza degli impianti. In realtà ciò che importa veramente è l'efficienza del sistema edilizio. Questo perché alcune funzioni che vengono demandate agli impianti possono essere trasferite all'edificio pensandolo come un organismo che percepisce le variazioni di temperatura, interagisce in modo positivo con il suo intorno ambientale e con il cambiamento delle condizioni climatiche.
E' certamente possibile progettare scegliendo sistemi impiantistici meno voraci di energia ma è possibile anche mirare a ridurne la necessità facendo attenzione alla forma e inerzia degli edifici, ai materiali, ai componenti. Come? Applicando scelte bioclimatiche.




Negli anni '70, nel momento in cui la crisi energetica portò alle stelle il costo dei combustibili fossili, i concetti bioclimatici e le tecnologie solari furono viste come una possibile soluzione per ridurre la domanda di energia e il ricorso alle fonti fossili. Dato che le scelte architettoniche e tecnologiche influiscono sull'efficienza energetica degli edifici, sulla salubrità degli ambienti interni e quindi sul benessere delle persone, l'architettura bioclimatica usa gli elementi naturali del luogo per costruire edifici termicamente efficienti e in grado di soddisfare le necessità di comfort per le persone, senza l’uso di impianti di climatizzazione.

Progettare con criteri bioclimatici significa avere a riferimento due fattori che sono espressi nella parola stessa: BIO cioè attenzione alla persona, al benessere umano + CLIMA cioè l'insieme degli aspetti climatici di un luogo, le risorse rinnovabili come sole, acqua, vento, e anche quelle fisico-ambientali del territorio come vegetazione, terreno, orografia.
Con una progettazione attenta è possibile allora controllare il microclima domestico, ottimizzare l'irraggiamento solare per raggiungere notevoli guadagni termici, e sfruttare le fonti naturali per l'illuminazione, la ventilazione e il raffrescamento degli ambienti interni. Il tutto sempre con l'obiettivo di creare spazi con le migliori condizioni di salubrità, di comfort (termico e igrometrico) indipendentemente dagli impianti di climatizzazione, e il minor consumo di energie.

definizione bioclimatica

Conclusione
La progettazione bioclimatica si basa sulla concezione passiva solare di un edificio e per questo se si vogliono ottenere degli effettivi vantaggi è necessario conoscere, saper interpretare i dati climatici, sapere effettuare i diagrammi, le simulazioni e le previsioni di comportamento dell'edificio, saper valutare l'efficienza di forma al sole e al vento, gli ombreggiamenti, la distribuzione ottimale degli spazi e degli accorgimenti di captazione passiva. Esistono molte esperienze e sperimentazioni che a partire dagli anni '60 hanno permesso di trarre informazioni utili, oggi riportare nella letteratura specialistica, ed esistono molte soluzioni bioclimatiche applicabili agli edifici. Tra i più noti: serre solari, muri di Trombe Michelle, accumuli isolati, finestre solari, sistemi di captazione del vento o di innesco per la ventilazione naturale, ma per poter essere applicate devono essere valutate per quello che riguarda l'efficacia in ogni caso specifico.

La bioclimatica è una vera e propria materia, per questo se si vuole ottenere il reale funzionamento bioclimatico di un edificio, o di un insediamento, si devono effettuare studi che non tutti sono in grado di fare. 


Giulia Bertolucci architetto





giovedì 16 febbraio 2017

ORIENTAMENTO OTTIMALE DEI PANNELLI SOLARI

Vorresti installare dei pannelli solari ma non sei sicuro di avere l'orientamento e l'esposizione giusti? Non sbagliare. In questo post cerco proprio di spiegare qual'è l'orientamento ottimale dei pannelli solari termici.
Spesso purtroppo si vedono pannelli posizionati sui tetti in modo “brutale”, estraneo, senza l'apparenza di una minima progettualità e senza attenzioni nei confronti del fabbricato e dei suoi abitanti, come se per godere di energia gratuita fosse giusto infischiarsene di tutto il resto e come se si volesse far vedere a tutti che si è fatta una scelta ecologica. Questo certamente non aiuta a promuovere l'uso del solare termico.

pannelli solari termici non integrati

Prima di tutto devo dire che adoro i sistemi solari in genere, dai semplici pannelli agli apparati bioclimatici complessi (cercherò nel prossimo futuro di fare un post sulla progettazione bioclimatica). Credo che siano l'elemento chiave per uno sviluppo sostenibile del prossimo futuro. Li adoro perché producono energia da una fonte inesauribile e gratuita, in assenza di qualsiasi tipo di emissione inquinante, quindi risparmio di combustibili fossili e nessuna emissione di co2.
Ho iniziato riferendomi ai pannelli solari genericamente, ma in questo post parlerò del solare termico (per produrre acqua calda) e non fotovoltaico (per produrre energia elettrica). Hanno in comune la necessità di essere esposti al sole, ma nel dettaglio sono molto diversi.

Qual'è l'orientamento ottimale dei pannelli solari termici?
Non esiste un'unica soluzione per installare i pannelli solari e che sia valida per tutti i casi che si possono presentare. Quando si progetta questa tipologia di impianti bisogna assolutamente pensare allo scopo che andranno a soddisfare, perché il posizionamento più efficiente sarà molto diverso se vogliamo utilizzarli per integrazione al riscaldamento invernale, oppure per la produzione di acqua calda in estate (cosa che può essere utile in caso di stabilimento balneare o casa vacanza).
Credo che nessuno abbia bisogno di una doccia bollente in estate, eppure la realtà dice che abbiamo più disponibilità di acqua calda nelle ore e nei mesi estivi in cui ne faremmo volentieri a meno.

La cosa che comunemente viene fatta nel dimensionamento standard di un impianto a pannelli solari termici è prendere a riferimento una media annuale di produzione e consumi e, sulla base di quelli, stabilire la superficie necessaria. Questa di fatto è una soluzione sommaria che non garantisce l'ottimizzazione delle prestazioni.

Recentemente ho fatto delle verifiche per un impianto da realizzare in centro Italia (latitudine 43°) con superficie captante di circa 2 mq e un rendimento medio in base al dimensionamento standard pari al 77%. Ma questo valore percentuale non è rappresentativo di ciò che realmente avverrà e la lettura del grafico di dettaglio fornisce utili indicazioni.

grafico dimensionamento standard pannelli solari termici

Considerando un'inclinazione standard (33°) e confrontando i fabbisogni (curva blu) con la produzione durante l'arco dell'anno (curva gialla) si evidenzia un'ampia area (righe rosse) che corrisponde al surplus di produzione di acqua calda. Nello specifico caso la sovrapproduzione raggiunge anche i 100 litri al giorno in estate. Esattamente quello che dicevo prima: molta acqua bollente quando in realtà non mi serve.

C'è poi un'altra riflessione da fare e che non emerge dal grafico, relativa alla ulteriore e maggiore produzione che si verifica in caso di assenze prolungate (per esempio vacanze) che rischia di dare seri problemi al sistema. All'opposto nei mesi più freddi, da novembre a febbraio, l'impianto non garantisce nemmeno la copertura del 50% del fabbisogno.

Per approfondire faccio una simulazione riguardo all'irraggiamento solare in wh/mq nelle varie ore, per tutto l'arco dell'anno e per diverse inclinazioni. Nei grafici l'area blu corrisponde alle ore notturne, la parte celeste ha una radiazione solare da 158 a 316 wh/mq, quella rossa da 316 a 474 wh/mq, mentre il rosso più scuro ha valori di radiazione superiori a 474 wh/mq.

simulazioni irraggiamento per pannelli solari termici

I primi tre grafici corrispondono alla situazione in caso di esposizione a sud e inclinazione di 0°(orizzontale), 30° e 60°. Da questi si capisce come all'aumentare della pendenza diminuisce il picco massimo estivo e allo stesso tempo il rendimento si distribuisce più uniformemente durante tutto l'arco dell'anno.

I tre grafici in basso invece mettono a confronto il possibile rendimento di superfici verticali rivolte sia verso sud, che verso est ed ovest. Nel caso di esposizione a sud l'irraggiamento ha un picco massimo in estate, che però è quasi la metà rispetto all'esposizione orizzontale (451 wh/mq) e valori costanti durante tutto l'anno e tutte le ore del giorno, che superano di poco i 250 wh/mq.

Allora posso dire certamente che ci sono delle inclinazioni per il posizionamento dei pannelli solari termici che, seppure con valori di picco minori, assicurano una captazione più costante durante l'anno. Fattore decisamente auspicabile per evitare la sovrapproduzione estiva di cui vi ho detto prima e anche per scongiurare il pericolo di ebollizione. Per arrivare alla copertura del fabbisogno nei mesi invernali è allora necessario aumentare la superficie esposta.

C'è poi un altro elemento da considerare per capire qual'è l'orientamento ottimale dei pannelli solari termici ed è riferito ai possibili problemi di un tale tipo di impianto, che si voglia far funzionare correttamente in tutte le stagioni.

I due rischi principali che devono essere affrontati quando si installa un impianto solare termico a circuito chiuso, sono il congelamento del fluido vettore in inverno e l'ebollizione in estate.

In che modo si possono risolvere questi problemi del solare termico?

  1. Un primo modo, il più usato, è quello dell'inserimento nel circuito, assieme al fluido termo-vettore, di un glicole, liquido identico a quello che si usa nel radiatore della macchina per aumentare il range di temperatura di utilizzo (e cioè ha il punto di congelamento a circa -50° e punto di ebollizione a circa + 190°). E' un'ottima soluzione, ma che comunque non risolve definitivamente il rischio di surriscaldamento nel periodo estivo, sopratutto se l'efficienza invernale è ottenuta grazie ad un sovradimensionamento delle superfici esposte.
  2. Un secondo modo, poco comune, vede l'uso del glicole in abbinamento ad un sistema di schermatura dei pannelli come tende automatiche o manuali, da sfruttare per modulare la produzione. Non conosco però aziende che prevedono l'integrazione con schermature, perciò la scelta di questa soluzione è resa più rischiosa per quello che riguarda la gestione.  
  3. Un terzo modo è quello di realizzare un impianto a svuotamento. In questo caso si utilizza come liquido termo-vettore solo l'acqua e nei momenti critici il circuito si svuota nell'accumulo, eliminando cosi alla fonte i rischi di surriscaldamento e congelamento. Un difetto però è nel fatto che il sistema è un po' più energivoro a causa della presenza di due pompe sull'impianto, una di ricircolo (come negli altri sistemi) e una di riempimento. I vantaggi sono notevoli perché il sistema permette di realizzare grandi superfici di pannelli che garantiscono un ottimo contributo in inverno abbattendo i rischi.



Quanto è la perdita di rendimento in base alla posizione dell'impianto?

Molti fanno riferimento solo al rendimento al fine di ottenere la massima produzione dall'impianto e ogni possibile perdita di efficienza viene mostrata come assolutamente negativa. Questo modo di pensare porta a tutti quei pannelli che svettano in vario modo sui tetti, ma la perdita data da un'esposizione non perfetta è molto meno di quello che si può pensare.

Faccio un esempio: prendo a riferimento l'orientamento verso sud con inclinazione rispetto all'orizzontale tra 30° e 50° che garantisce un rendimento del 100%, mantenendo la stessa inclinazione rispetto all'orizzontale posso posizionare i pannelli fino a 30° verso est o verso ovest senza alcuna perdita in rendimento, se mi sposto di altri 10° mantengo comunque una resa del 95% , spostandomi ancora di 10° ho un rendimento del 90%. In sintesi una rotazione dei pannelli solari fino a 50° rispetto al sud genera una perdita di produzione limitata al 10%.

Può sembrare molto, ma considerando che i prodotti in commercio sono costituti da moduli di 2mq è chiaro che con molta facilità si verificherà un sovradimensionamento anche maggiore del 10% rispetto alla superficie necessaria a coprire il fabbisogno.

Conclusioni

Dopo tutto questo alla domanda riguardo alla posizione ottimale dei pannelli solari termici rispondo che:
  • è fondamentale avere a disposizione una superficie senza grandi ostacoli che possano creare ombreggiamento
  • è opportuno integrare i pannelli sulle falde del tetto o in facciata migliorando la resa estetica e la semplicità d’installazione
  • è necessario avere esposizione prevalentemente a sud, ma sono idonei anche orientamenti a sud-est o sud -ovest ammettendo limitate perdite di produzione
  • in caso di fabbisogno costante di acqua calda durante l’anno, l’inclinazione consigliata è pari indicativamente alla latitudine del luogo (per l'Italia da 35° a 45° circa)
  • in caso di fabbisogno di acqua calda prevalentemente estivo, l’inclinazione consigliata è pari alla latitudine del luogo diminuita di un valore compreso tra 15° e 30°
  • in caso di fabbisogno di acqua calda prevalentemente invernale, tipicamente per sistemi solari per il riscaldamento degli ambienti, l’inclinazione consigliata è pari alla latitudine del luogo aumentata di 15° (50°-60°).
Come hai visto esistono molte soluzioni tecniche e costruttive che permettono di soddisfare le varie esigenze, con un funzionamento semplice, senza troppe necessità manutentive, permettendo di risparmiare e ottenendo l'integrazione nel fabbricato, ma tutto questo e possibile se progettato con competenza.


Rodolfo Collodi architetto





giovedì 2 febbraio 2017

LA LUCE NATURALE: IL MAESTRO ALVAR AALTO

Viviamo fortunatamente in un paese baciato dal sole e spesso ne sottovalutiamo l'importanza, ma laddove scarseggia, la luce naturale è considerata un bene prezioso.
Ottimizzare l'apporto di luce naturale nelle nostre case non porta vantaggio solo per il risparmio energetico, ma permette anche di influenzare il nostro stato di benessere.

luce naturale copertina post

I maestri che hanno vissuto la mutevolezza della luce nordica hanno sperimentato molteplici soluzioni luminose anche in relazione alle tessiture materiche, alle dimensioni delle finestre, ai colori e alle forme dell'architettura. Questo ha prodotto edifici in cui ogni elemento è teso a massimizzare la quantità di luce naturale e la sua armoniosa distribuzione. Utili esempi in questo senso ci vengono da Alvar Aalto.

Per lui la luce ha una potenza vivificatrice, per questo spesso e volentieri utilizza sistemi integrati di illuminazione zenitale naturale e artificiale per ottenere una luce mista, riflessa e diffusa dalle pareti dei lucernari, che risulta armoniosa e dinamica.
In Italia abbiamo due sue opere che ho avuto il piacere di visitare: il Padiglione Finlandese alla Biennale di Venezia e la Chiesa parrocchiale a Riola di Vergato in provincia di Bologna. 

 

luce naturale padiglione finlandese venezia

Il Padiglione Finlandese alla Biennale di Venezia è nato nel 1956 come edificio temporaneo per esposizioni, completamente smontabile, per questo assolutamente senza impianti di climatizzazione e di illuminazione artificiale.
L'ambiente unico è dominato dal colore bianco e la unica fonte di luce è un lucernario a doppio affaccio, disposto in lunghezza, che diffonde la luce naturale all'interno dell'edificio tramite un diffusore e proiettandola sui muri perimetrali. Seppure il padiglione non sia stato realizzato secondo il progetto originario con asse nord-sud, e sia collocato sotto gli alberi nel giardino della Biennale, i diffusori riescono a mitigare effetti di illuminazione disomogenei.
Nel 1976 il padiglione è stato reso permanente e l'illuminazione naturale è stata integrata con faretti nascosti nel diffusore.
Seppure senza le classiche finestre e senza un rapporto diretto con l'esterno, la condizione di luminosità è ottima, senza disturbi e abbagliamenti, caratteristica importante per un padiglione espositivo. Avendolo visitato nel pomeriggio ho potuto anche apprezzare la qualità della luce mista, che permette di passare da fuori a dentro senza accorgersi che l'illuminazione naturale è integrata con il sistema a faretti orientabili nelle ore prossime al tramonto.




luce naturale chiesa Riola Alvar Aalto

La Chiesa parrocchiale a Riola di Vergato (BO) è stata costruita, dopo la morte dell'architetto, da un progetto del 1966. A dirigere i lavori è stato Vezio Nava ex collega di Aalto. E' nota come la chiesa della luce proprio per la cura del gioco delle riflessioni, a cui l'architetto si dedicò realizzando in fase di progetto approfonditi modelli in scala per ottenere gli effetti desiderati. Si tratta di una delle poche chiese di Alvar Aalto realizzate fuori dalla Finlandia.

luce naturale interno Riola Alvar Aalto

L'ambiente è illuminato completamente con luce naturale proveniente dai candidi lucernari curvi della copertura, rivolti a nord, che diffondono la luce in profondità. Oltre alla variazione di luminosità durante il giorno, la chiesa è caratterizzata da una progressione luminosa in corrispondenza dell'altare grazie ad ulteriori aperture verticali che intensificano il campo luminoso. All'interno dei lucernari è alloggiato anche il sistema di illuminazione artificiale che permette così di integrarsi con la luce naturale, senza modificare le condizioni di luminosità della navata. 
La luce è sempre riflessa e proviene solo dall'alto, abbinando la piacevolezza di una luce morbida al simbolismo religioso. Trascorrendo un po' di tempo nella chiesa si ha proprio la sensazione di pace, non c'è la pesantezza che spesso caratterizza le chiese antiche in cui le zone di luce ed ombra sono più marcate, ma gioia e lievità. Una sorpresa dopo l'impatto un po' forte dell'esterno che ti accoglie sul sagrato con un alto muro uniforme.

Riola chiesa Alvar Aalto esterno

Ho voluto realizzare questo post prevalentemente fotografico in occasione della ricorrenza della nascita di Alvar Aalto (3 febbraio 1898), un mio piccolo tributo a questo grande maestro.


Giulia Bertolucci architetto



giovedì 19 gennaio 2017

LA SCALA PERFETTA PER LA TUA CASA

Devi realizzare una scala interna alla tua casa e vuoi che sia ergonomica e integrata nell'ambiente?
Ci sono molti aspetti da considerare, più di quanti si possa credere. La scelta di una scala ovviamente è dettata prima di tutto dalla necessità di superare un dislivello all'interno o all'esterno di un edificio, ma oltre a questo entrano in gioco molti fattori quali: la normativa, il tipo di utilizzatore, le dimensioni e lo spazio a disposizione, la tipologia, lo stile, i materiali, il costo.

immagine scala interna

Se la funzione primaria di una scala è quella di consentire il passaggio tra i piani, il suo rapporto con gli ambienti in cui è inserita va ben al di là dell'aspetto pratico. Una scala ben progettata risolve i problemi e allo stesso tempo diventa una caratteristica visivamente piacevole di un luogo. Al contrario, una scala interna mal progettata può creare degli spazi difficili da arredare, oppure può determinare una circolazione inefficiente, o produrre ingombro visivo.

Alcuni pensano di risolvere ogni problema scegliendo scale a catalogo, ma se è vero che chi vende scale interne prefabbricate può sicuramente garantire l'adattamento del modello che scegli al tuo caso specifico, è anche vero che il risultato potrebbe essere molto sgraziato e fuori luogo per la tua casa.

Esiste una normativa specifica per le scale?

Facendo delle ricerche in rete si trovano immagini di ogni tipo: scale interne sospese, super sottili, molto creative, alcune anche scultoree, spesso senza parapetto di protezione, che sfidano la gravità a sbalzo su piscine mozzafiato. Il corrimano poi è considerato qualcosa che disturba la composizione quindi è spesso ridotto a un semplice filo di acciaio che delicatamente scivola lungo la rampa. Ammettiamolo queste immagini sono affascinanti.

Vale la pena di notare però che queste scale non sempre si possono realizzare in Italia dovendo rispettare la normativa vigente.
Già perché esiste una normativa specifica che indica la larghezza minima di 80 cm per scale interne domestiche e 120 cm per scale condominiali o comunque pubbliche, indica una dimensione minima nel rapporto alzata/pedata per garantire una percorribilità ottimale. In relazione alla percorribilità c'è da dire che esiste un'indicazione, derivante dalla norma antincendio, secondo la quale è opportuno non avere salite con più di 13 gradini in sequenza. In alcuni regolamenti edilizi locali è capitato anche di trovare limitazioni riguardo allo sviluppo delle rampe - rettilinee piuttosto che a chiocciola, siano esse a pianta rotonda o quadrata - e soprattutto divieto di realizzare scalini a ventaglio, che invece sono utili quando lo spazio per posizionare la scala non è grande. Proseguendo, la norma Italiana prescrive anche l'obbligatorietà di un parapetto di altezza minima 1 metro, che garantisca la protezione dal pericolo di caduta anche di bambini molto piccoli. Per questo vige la prescrizione dell'inattraversabilità da una sfera di 10 cm di diametro. Ecco perchè spesso si vedono proposte “standard” di parapetti a griglia, orizzontale o verticale, con passo 10 cm. Ma considerando che il parapetto è un elemento estetico oltre che di sicurezza si possono certamente ottenere variazioni più creative. Come nel caso di questa scala interna progettata qualche anno fa.

dettaglio ringhiera scala interna

Insomma hai capito che se hai pensato (o visto) la scala dei tuoi sogni devi comunque verificarne la fattibilità per inserirla nella tua casa e fare in modo che sia anche rispondete alla norma.

E' possibile non rispettare la norma?

Con tutte queste limitazioni viene spontaneo chiedersi, ma c'è un modo per non dover rispettare le restrizioni?
Direi di sì perché la normativa lascia più libertà in caso di scale secondarie, o verso ambienti secondari, per le quali non vige l'obbligo del rispetto dei limiti suddetti. Bisogna però ricordare che la sicurezza è comunque prioritaria.

Scegliere la scala in base a spazio e dimensioni

La necessità di verificare l'applicabilità delle tua scala dei sogni, magari aiutato da un professionista, ti permette di capire se effettivamente quella che hai visto in foto o in una mostra è realmente replicabile per la tua casa. Ti permette anche di evitare l'installazione di scale non proporzionate con il tuo ambiente perché quello che ti sembra bello in una mostra potrebbe risultare sovradimensionato per la tua casa, e non parlo di larghezza, ma dei componenti e ancoraggi della scala che pur avendo prevalentemente una funzione pratica in realtà incidono sull'aspetto finale.

L'ottimo è scegliere di realizzare, o far realizzare, una scala su misura in modo che la posizione, la dimensione e lo spazio a disposizione siano rilevati e valutati correttamente da un professionista, e la scala progettata e realizzata ad hoc. Questo perché come detto prima una scala mal progettata può creare più problemi di quanti ne risolva.

Consiglio pratico
A questo proposito voglio dire una cosa che spero ti risulti banale: i gradini devono essere tutti uguali altrimenti è compromessa la percorribilità della scala e la sicurezza. E questo vale fin dall'inizio della costruzione della scala. L'esperienza purtroppo ha insegnato che questo non è per tutti un fattore chiaro. Infatti c'è chi ha scelto di fare autonomamente la supervisione di alcuni lavori interni alla propria abitazione e poi è dovuto correre ai ripari al momento in cui si è aperto un contenzioso con il muratore che ha realizzato la nuova scala verso la mansarda. Gli scalini erano tutti diversi, ma il proprietario si è fidato del muratore quando gli ha assicurato che avrebbe aggiustato tutto con il rivestimento. Non è così! E infatti non è stato possibile aggiustare niente con il rivestimento.

scala interna sicurezza

Le scale possono essere di tipologie differenti per adattarsi alle diverse esigenze e spazi più o meno angusti: a rampa continua oppure a giorno, tra due pareti o a sbalzo o addirittura sospese, rettilinee o a chiocciola. Le variazioni sono praticamente infinite se si considerano anche i parapetti e i materiali con cui le scale possono essere realizzate.

Quello che mi pare importante sottolineare è che la scala non è un semplice elemento di arredo, come molti pensano, ma una parte che deve sostenere il peso di più persone, sopportare l'usura continua, resistere alle sollecitazioni laterali dei parapetti, per questo motivo vanno fatte delle valutazioni statiche. Anche in caso di inserimento di una nuova scala in un edificio esistente, a seguito del cambio di destinazione d'uso o di un frazionamento interno, è importante valutare se la struttura esistente è in grado di sopportare un aggravio di carico nel punto in cui si vorrebbe porre la scala.

La scelta sostenibile di materiali e assemblaggio

Le scale interne di legno forse sono le più facili a cui pensare, ma ci sono altri materiali che in realtà possono offrire soluzioni interessanti dal punto di vista sia statico che estetico. Anche qui le possibilità sono molte: vetro, metallo, cemento, marmo, mattoni, materiali compositi o ricomposti, e ovviamente legno. La scelta del materiale sicuramente influisce sull'aspetto finale della scala e sulla sua integrazione nell'ambiente o sul suo aspetto caratterizzante.

A questo punto voglio fare una riflessione ulteriore che è legata alla sostenibilità. Ti chiederai come può essere sostenibile una scala?

Sicuramente sai che ogni materiale ha in sé un impatto ambientale dovuto ai procedimenti di produzione, trasporto e smaltimento, per questo è opportuno conoscere la provenienza dei materiali utilizzati, avere almeno un'idea di come vengono estratti e scegliere quelli che hanno la minor quantità di energia incorporata. Nel caso del legno può essere relativamente facile avere la garanzia di sostenibilità del prodotto dato che esistono le etichettature FSC e PEFC. Più difficile in tutti gli altri casi, in cui l'estrazione implica un impatto territoriale non trascurabile e alta incidenza dei trasporti. A questo proposito potrebbero risultare interessanti i materiali ottenuti da procedimenti di riciclo della materia, ma si parla sempre di prodotti da rivestimento e non strutturali.

Ma la sostenibilità si persegue anche con un'attenzione all'assemblaggio e allo smontaggio. Scegliendo modalità di posa a secco è possibile rendere ogni componente della scala separabile e smaltibile nel modo corretto, prediligendo sempre l'opzione di riuso e riciclo rispetto al conferimento in discarica.

foto dettaglio scala interna

Esiste poi anche l'aspetto di biocompatibilità di cui ho già parlato in altre occasioni, da curare soprattutto in caso di scala interna. In questo caso le valutazioni vanno fatte in merito ai materiali e soprattutto alle finiture utilizzate. Queste, oltre a garantire l'ottima resistenza all'usura, dovranno essere il più possibile esenti da emissioni tossiche e nocive per le persone. Se vuoi approfondire ti consiglio la lettura di “3 elementi chiave per una casa sana” e “i rischi nascosti dei pavimenti”.

Quanto costa una scala?

Contribuiscono al costo di una scala interna tutti gli elementi di cui ho parlato, cioè la dimensione, la tipologia e i materiali scelti. Non è facile quindi indicare un costo, perché di fatto questo è molto variabile a seconda dei casi. A questo si aggiunge il costo determinato dalla necessità del rispetto della normativa e di una autorizzazione sia edilizia che statica. Ma questo può apparire un tentativo di non rispondere e per questo faccio un esempio basandomi sul costo di una scala su misura recentemente progettata, che rispetta tutti i principi appena descritti. Si tratta di una scala interna a giorno con struttura e parapetto metallici, e con scalini in legno massiccio, il tutto rifinito con prodotti esenti VOC. In questo caso il costo è stato di 900 euro al metro lineare.

Va detto poi che a questi costi sono da aggiungere eventuali nuove spese per ripristino di malcapitati danni provocati da maldestri posatori.

Conclusione

Per avere la scala perfetta è bene avere un progetto su misura che tenga conto sia dell'aspetto pratico che di quelli estetici e di sostenibilità. Inoltre è fondamentale avere la capacità di coordinare gli artigiani che intervengono nella realizzazione della scala, dato che spesso capita che ognuno pensi solo al proprio dettaglio perdendo di vista il lavoro complessivo, a volte causando anche qualche danno. Ma questa è un'altra storia.


Giulia Bertolucci architetto
 


giovedì 29 dicembre 2016

COME MIGLIORARE LA QUALITA' DELL'ARIA E RIDURRE LE EMISSIONI DI CO2

La fine dell'anno è solitamente il momento in cui ognuno riflette su quanto fatto per capire se possiamo congratularci con noi stessi o per trovare nuovi modi per fare meglio in futuro.
Ti sei mai chiesto quanta CO2 produci con i tuoi spostamenti?
Se è vero che l'edilizia ha un notevole impatto ambientale sia in fase di costruzione, che di gestione, che di smaltimento, è vero anche che il comportamento delle persone incide moltissimo sia sulla corretta gestione di un edificio sia sul contenimento delle emissioni di gas serra in generale dovuti agli spostamenti.

 mobilità sostenibile

A questo proposito voglio prendere spunto dal report “Verso una mobilità pulita e intelligente”, recentemente pubblicata, per riflettere sull'impatto dei miei spostamenti in termini di CO2 emessa durante l'anno.

Ogni anno l'Agenzia Europea dell'Ambiente (EEA) pubblica “Segnali”, un rapporto che riassume i temi di interesse sia per il dibattito ambientale che per il grande pubblico. L'edizione del 2016 ha come tema centrale i trasporti e la mobilità.

In sintesi cosa dice il Report Europeo?
I trasporti collegano persone, culture, luoghi, merci, servizi e per questo possono contribuire a migliorare la qualità della vita, ma hanno anche un ruolo decisivo nel plasmare il modo in cui viviamo. Grazie alla mobilità oggi ci è possibile percorrere quotidianamente tratte più lunghe rispetto al passato e possiamo acquistare prodotti che solo alcuni decenni fa non sarebbero stati disponibili. Tuttavia, il nostro attuale modello di trasporti ha un notevole impatto negativo sull’ambiente e sulla salute umana, generando un quarto delle emissioni di gas serra dell’Unione Europea, causando inquinamento atmosferico (metalli pesanti e miscele varie di idrocarburi, di idrossidi di azoto, di monossido di carbonio ecc), inquinamento acustico e frammentazione degli habitat. A questo si aggiunge una vulnerabilità intrinseca dovuta sia alla dipendenza dalle fluttuazioni dei prezzi del carburante, poiché il 90 % del petrolio necessario è importato, sia alle variazioni e all’instabilità del mercato globale dell’energia.


mobilità sostenibile 2

Se è vero che i mezzi di trasporto sono sempre più efficienti, per ogni chilometro percorso consumano meno carburante e rilasciano meno inquinanti rispetto al passato, è anche vero però che il numero di veicoli su strada è in continuo aumento e anche le distanze percorse sono sempre maggiori. Secondo le stime della Commissione europea, la domanda di trasporti, già significativamente alta, tenderà a crescere in futuro: il trasporto passeggeri avrà un incremento del 50% entro il 2050 e il trasporto merci dell'80 % rispetto al 2013. Anche per l'Italia la previsione non è diversa. Tra l'altro ti sarà sicuramente capitato di leggere o sentire al TG di città grandi e piccole, magari anche la tua, che a causa di superamenti del livello di criticità della qualità dell'aria pongono periodicamente divieti di circolazione.
Ecco perché l’Unione europea guarda con interesse alla decarbonizzazione del settore dei trasporti. Ma il procedimento sicuramente richiede tempo.

In generale cosa si può fare per migliorare la qualità dell'aria e ridurre le emissioni di CO2?
È necessaria una combinazione di misure, tra cui una migliore pianificazione urbana, miglioramenti tecnologici, un uso più ampio dei carburanti alternativi. In termini di mobilità, è necessario creare reti di trasporto ben costruite per garantire ad esempio che la città e il suo immediato intorno sia percorribile a piedi e in bicicletta.
Le persone dovrebbero essere in grado di spostarsi facilmente e in modo leggero, non solo nel loro quartiere ma anche in zone a distanze comprese tra i 5 e i 10 chilometri. Si può arrivare anche a 20 Km con una rete di piste idonea e con una bicicletta ben mantenuta (non è necessario che sia professionale).

Come compiere delle scelte ecologiche tra le varie possibilità di trasporto?
Esistono diverse opzioni di trasporto: dagli spostamenti a piedi alle auto elettriche, ai treni ad alta velocità. Ma alcune soluzioni sono più ecologiche di altre e scegliere quella che genera la minore quantità di emissioni non è sempre facile. Un modo semplice per misurare l’impatto ambientale è prendere in considerazione le emissioni di CO2 per passeggero a chilometro percorso.

grammi CO2


Come si possono calcolare le proprie emissioni di CO2?
Io ho fatto così: in base a quanto riportato nel rapporto dell'Agenzia Europea per l'Ambiente dove vengono prese in considerazione diverse modalità di trasporto, utilizzando il numero medio di passeggeri per ciascuna modalità, ho calcolato le emissioni correlate ai chilometri percorsi in auto e con gli altri mezzi che ho utilizzato.

Durante l'anno capita a tutti di fare spostamenti più o meno lunghi, viaggi di lavoro e per svago, nel mio caso in base ai vari impegni lavorativi in città, che solitamente sbrigo a piedi o in bicicletta entro i 7 km di distanza o in auto per distanze maggiori, e calcolando i viaggi fatti in treno e aereo ho ricostruito la mappa dei km percorsi. In totale nel 2016 ho percorso 18000 km, di cui 7000 km a piedi o in bicicletta con conseguente nessuna emissione di CO2, 2000 km in aereo, circa 1700 km in treno, ma soprattutto altri 7300 km in auto singola o di gruppo con conseguente significativa produzione di CO2. In sintesi la mia produzione annuale di anidride carbonica è di 1400 kg. Dato che la cifra in se può apparire poco significativa ho calcolato la corrispondente quantità di alberi necessaria per compensare il mio impatto ambientale. Il risultato è che sono necessari 47 grandi alberi per pareggiare il conto con l'ambiente. Questo corrisponde circa a 470 mq di bosco se si considera un grande albero ogni 10 metri quadrati.

Ovviamente non possiedo un bosco. A dire la verità ho solo un piccolo giardino, un francobollo direi. Quindi è evidente che dovrò fare miglioramenti nel 2017 per quello che riguarda l'impatto dei miei spostamenti di lavoro e di svago prediligendo ancora di più la mobilità leggera e i mezzi meno inquinanti.


Verifica anche tu la tua impronta di carbonio attraverso questo foglio elettronico per calcolare le tue emissioni di CO2 e fammi sapere il risultato.

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Giulia Bertolucci architetto

giovedì 8 dicembre 2016

COME INDIVIDUARE I COSTI NASCOSTI DI UNA CASA

Scegliere la casa in cui vivere comporta un ingente investimento di denaro e pazienza, per questo prima di spendere è bene fare tutte le valutazioni del caso per poter scegliere in modo consapevole. Hai intenzione di comprare casa o affittarne una? Allora ti consiglio di leggere attentamente l'attestato di prestazione energetica perchè quello ti dirà molto della casa che ti interessa.

costi gestione casa

Incidenza dei costi di gestione di una casa:
mutuo 53%; riscaldamento 16%; tasse 7%; energia elettrica 5%; gas 4%; manutenzioni 4%; acqua 3%; telefono 2%   
    (img. credits: AxS)

La norma ha reso obbligatorio allegare all'atto di compravendita o di affitto l'attestato di prestazione energetica. Gli annunci immobiliari devono obbligatoriamente dichiarare la classe energetica dell'immobile. Ti consiglio di prestare molta attenzione alla classificazione dell'immobile che ti interessa perché ti può rivelare costi nascosti che dovrai sostenere in seguito.

Documentandoti hai sicuramente capito che la classe energetica A è la migliore dal punto di vista dei consumi e la G all'opposto è la peggiore, ma se ti chiedessi: la classe B ha consumi più bassi della D? Forse risponderesti che la prima è meglio della seconda. Non è sempre vero, perché all'interno delle varie classificazioni esistono diversi livelli di consumi e può accadere che una casa classe B abbia consumi più alti rispetto ad una classe C o D.

Questo dipende dal sistema di certificazione. La normativa italiana definisce i limiti delle classi energetiche in base al rapporto tra la superficie disperdente e il volume dell'edificio. Questo porta ad avere scale di classificazione diversa, con limiti di riferimento per l'EPi differenti, a seconda che si tratti di appartamenti, case a schiera, case singole ecc.
Inoltre per la stessa classe G, sempre la più energivora, esiste un valore limite e non un intervallo di riferimento, per cui si possono avere diversi livelli di consumo e quindi diversi costi annuali in bolletta.

Attenzione però la classe energetica da sola non ti dice quanto consuma un edificio, ma il numerino che è scritto a fianco, espresso in kWh/mq anno, certamente sì. Mi riferisco all'EPi che dal 2012 deve essere esplicitato assieme alla classe energetica anche negli annunci immobiliari. Attraverso quello, con una trasformazione, è possibile quantificare il costo di riscaldamento e produzione di acqua calda sanitaria annuale.

Cos'è l'EPi? Per esteso è l'indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale ed è un parametro utilizzato proprio per valutare l'efficienza energetica di un edificio. Nello specifico esprime il consumo totale di energia primaria per il riscaldamento invernale. Questo indice infatti tiene conto del rapporto tra l'energia necessaria per portare un ambiente alla temperatura di 18°C e la sua superficie utile o volume.

Un utile esempio:
ho preso degli annunci immobiliari della mia città e li ho messi a confronto.
Ho selezionato 4 case con caratteristiche identiche, cioè tutti appartamenti posti in zona residenziale, prossimi al centro storico, nella stessa fascia di prezzo e la stessa dimensione (tra 50 e 60 mq), identica tipologia d'impianto di riscaldamento ma con classi energetiche e consumi diversi.

confronto costi classi energetiche
La prima cosa, forse scontata, che salta all'occhio è la notevole differenza in termini di costi di gestione tra classe energetica A, classe C e classe G.

La seconda cosa importante è che le due classi G non sono identiche, cioè i due appartamenti non hanno lo stesso valore di EPi, anzi sono notevolmente diversi. Di conseguenza saranno molto diversi i costi di gestione, cioè la bolletta energetica. Questo significa che nel primo caso la spesa stimata in bolletta sarà oltre i 1000 euro l'anno, mentre per il secondo caso saranno inferiori ai 700 euro l'anno. Da notare che sto parlando di spese per un appartamento medio piccolo, tra 50 e 60 mq. Ovviamente a parità di caratteristiche, all'aumentare della superficie i costi della bolletta aumentano notevolmente.

Per farti capire bene l'importanza del valore EPi ho scelto di non mettere in gioco altre variabili valutando case identiche, ma deve essere chiaro che questo è il valore da guardare in ogni caso in cui tu voglia valutare il costo aggiuntivo per il mantenimento di una casa.

Proseguendo con l'esempio: gli appartamenti selezionati rientrano tutti nella fascia di prezzo tra i 140 e i 150.000 euro, è possibile quindi fare un'ipotesi di mutuo. Supponendo di fare un mutuo a tasso fisso per trent'anni, la rata annuale sarebbe intorno ai 7000 euro a cui aggiungere le spese di gestione tra cui quella per la bolletta energetica che può variare da oltre 1000 euro/anno per il classe G a circa 170 euro/anno per la casa classe A. In sostanza è come incrementare il mutuo del 14% per il classe G e solo del 2% per il classe A. Questo ovviamente è un dato molto semplificato che non considera l'aumento del prezzo dell'energia che si potrà verificare nei trent'anni, l'inflazione, gli interessi, il tasso di rendimento interno ecc, ma mi serve per evidenziare che ci sono costi spesso sottovalutati in fase di acquisto di una casa e che hanno un peso notevole negli anni.
Conclusioni:

Nella scelta della casa dove vivrai certamente hanno un notevole peso considerazioni legate agli aspetti estetici e percettivi, lo stato di manutenzione, le condizioni di salubrità, la vicinanza con il posto di lavoro o la scuola dei figli, ma di sicuro riflettere sul tema dei costi di gestione ti permette di fare una scelta più consapevole per il tuo futuro.

Certamente ti consiglio di richiedere l'attestato di prestazione energetica PRIMA dell'atto di transazione (acquisto o affitto che sia non importa) in modo che tu possa visionare il documento e capire i consumi stimati e quali sono gli interventi raccomandati. Così potrai farti un'idea di quanto ti costerà in futuro l'immobile, sia in mantenimento/gestione sia per le migliorie. Se non ti senti sicuro devi farti assistere da un professionista specializzato che sappia veramente capire la correttezza delle informazioni che vengono fornite e interpretare i dati.

Inoltre non ti puoi fermare a considerare solo la cifra che pagheresti per l'acquisto della casa, ma è meglio valutare anche il costo che dovresti sostenere annualmente per la bolletta energetica. Questo ha ancora più impatto se lo aggiungi al costo annuale del mutuo che probabilmente farai per l'acquisto.


Rodolfo Collodi architetto



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giovedì 24 novembre 2016

COME RICONOSCERE I MATERIALI SOSTENIBILI?

E' molto diffusa l'esigenza di comunicare le prestazioni ambientali, così tutto sembra sostenibile o viene dichiarato tale, ma è possibile misurare la sostenibilità? Sulla base di quali valori un prodotto, un edificio, un servizio, un'attività può essere dichiarato sostenibile? Sul mercato esistono fin troppe etichette ecologiche che non si riesce più a capirne il reale valore e l'affidabilità.

materiali sostenibili?


Per quello che riguarda la salute e la salubrità ci sono degli indicatori, dei segnali che riconosciamo e ci dicono che un alimento o un prodotto è ammalorato: muffa, cattivo odore, acidità ecc.
Ma la sostenibilità come si valuta?

Basandomi sul fatto che gli edifici non devono essere solamente efficienti energeticamente , ma sostenibili, oggi condivido un po' di riflessioni e informazioni che forse porteranno anche a successivi sviluppi del tema.

In edilizia i prodotti disponibili sono moltissimi, ma per la maggior parte di questi non è chiaro il rispetto della sostenibilità ambientale, aggiungo anche che gli elementi per orientarsi di fronte a tutto questo sono purtroppo scarsi e fuorvianti. Quante volte infatti hai pensato che “naturale” fosse sinonimo di buono per l'ambiente e sano per l'uomo?
In realtà presupporre che un prodotto sia innocuo perché di provenienza naturale è un comportamento abbastanza miope.
Poi esiste il fenomeno definito “greenwashing”, cioè la pratica di mentire volontariamente, finalizzata a costruire un'immagine positiva, di un prodotto o azienda, sotto il profilo dell'ecosostenibilità allo scopo di distogliere l'attenzione dai difetti del prodotto o dell'azienda stessa proprio in riferimento a fattori ambientali. Fenomeno tra l'altro affatto trascurabile dato che le statistiche riportano una tendenza all'aumento nell'uso di false eco-etichette.
L'ottimo sarebbe conoscere nel dettaglio le caratteristiche dei vari prodotti edili che si decide di utilizzare e imparare a leggere le composizioni dichiarate sulle schede tecniche.
Dato però che non sto parlando di alimenti so che non sempre tutti i componenti sono dichiarati quindi nel dubbio ci si può affidare a certificazioni ambientali.

Da un punto di vista generale per la valutazione della sostenibilità sono utili i metodi dell'Impronta ecologica, Impronta Idrica, Impronta di Carbonio; per gli edifici ci vengono in aiuto le certificazioni energetiche e ambientali (LEED, ITACA ecc); per quello che riguarda i prodotti si possono ricercare le etichette ecologiche.

Come orientarsi?

Considerata la grande quantità di prodotti disponibili un criterio per orientarsi verso la scelta giusta può essere quello di optare per materiali che abbiano ottenuto un riconoscimento di qualità, meglio se da parte di un ente terzo. Ho aggiunto questa ultima specifica perché è importante sapere che, dei tre tipi di etichetta ecologica che esistono, una è autocertificata dal produttore. Importante anche ribadire che le “ecolabels” sono tutte di tipo volontario, cioè non esiste una norma che ne imponga l'applicazione per i prodotti messi in commercio, ma solo una norma che stabilisce i criteri per l'assegnazione. L'unica etichetta imposta è il “marchio CE” per i prodotti che vengono commercializzati nella comunità europea che però non è relativo al rispetto di requisiti di sostenibilità ambientale.

Di marchi ecologici ne esistono molti per cui è lecito chiedersi: forniscono le stesse informazioni? Sono confrontabili? Sono equivalenti? Sono tutti validi allo stesso modo sul mercato nazionale o internazionale?

Qui cominciano le questioni perché di marcature ecologiche ne esistono di tre tipi, tra di loro non equivalenti, peraltro tutte di tipo volontario. Si tratta delle etichettature di tipo 1, tipo 2 e tipo 3.

etichette ecologiche   

In sostanza esistono:
  • Etichette di Tipo 1 (UNI EN ISO 14024:2001) che vengono assegnate sulla base di un'analisi applicata a tutte le fasi di vita di un prodotto e che tiene in considerazione molteplici criteri e limiti di soglia, diversi a seconda della categoria di prodotto esaminato. Queste etichette possono essere emesse da organismi indipendenti (privati o pubblici) diversi dal produttore, fornitore, distributore o acquirente. Il marchio di qualità ecologica riconosciuto a livello europeo è l'Ecolabel, applicato a prodotti e servizi (non ad edifici!), ne certifica il ridotto impatto ambientale nell'intero ciclo di vita, dall'estrazione delle materie prime fino alla produzione, utilizzo e smaltimento, in relazione a: consumo di energia, inquinamento di acqua e aria, protezione dei suoli, produzione di rifiuti, gestione e risparmio delle risorse naturali, sicurezza ambientale, protezione della fascia di ozono, protezione della biodiversità. L'ente di riferimento in Italia per il rilascio della marcatura Ecolabel è Ispra.

  • Etichette di Tipo 2 ( UNI EN ISO 14021:2002) sono autocertificazioni emesse da parte di produttori, importatori o distributori di prodotti, senza che vi sia l’intervento di un organismo indipendente di certificazione. Queste auto-dichiarazioni riguardano generalmente un singolo aspetto del prodotto: contenuto di materiale riciclato, riuso, riciclo. Trattandosi di dichiarazioni non soggette a convalida da enti terzi la responsabilità relativa al loro impiego è tutta di coloro che la utilizzano. L’assenza di un organismo indipendente di certificazione non implica la non scientificità di tali auto-dichiarazioni, in quanto la norma prevede comunque che debbano essere verificabili, cioè deve essere messa a disposizione la documentazione su cui queste si basano. Uno dei simboli più comuni è il “Ciclo di Moebius”, che indica la “riciclabilità” di un prodotto, se invece il simbolo è associato ad una percentuale allora indica il “contenuto riciclato” di un prodotto. In realtà non è però del tutto chiaro perché il simbolo può infatti riferirsi anche solo all’imballaggio fatto di materiale riciclato o riciclabile.

  • Etichette di Tipo 3 (UNI EN ISO 14025:2006) sono dichiarazioni ambientali basate su parametri stabiliti, presentate in forma chiara e confrontabile, in modo che si possa fare un parallelo tra prodotti diversi ma appartenenti alla stessa categoria e sono sottoposte a un controllo indipendente. Tra di esse rientra la dichiarazione ambientale di prodotto EPD (Environmental Product Declaration) che consiste in una scheda di prodotto, registrata dallo Swedish Environmental Management Council, relativa ai potenziali impatti ambientali associati all’intero arco del ciclo di vita di un materiale o prodotto, il tutto valutato con una metodologia stabilita secondo la norma ISO. Nello specifico ad oggi sono rari i prodotti dotati di EPD e comunque non sono di interesse per i consumatori finali.
  

Conclusioni

In tutta sincerità è bene dire che l'Ecolabel, nonostante sia riconosciuto a livello europeo, non è molto utilizzato dalle ditte del settore edile che devono sostenere un costo per ogni certificazione. Tutto questo si traduce in una scarsità di offerta sul mercato di prodotti per edilizia marcati. Per individuare i prodotti che hanno la marcatura ecolabel è possibile consultare il sito europeo di Ecolabel  oppure il sito italiano dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA, ma una volta individuato il prodotto che serve io consiglio di verificare e richiedere il certificato alla ditta perché i siti potrebbero non essere aggiornati e il certificato potrebbe non essere più valido. Come mi è recentemente capitato sia per piastrelle che per pitture murali da interni.
Per quello che riguarda le etichette di tipo 2 in edilizia non le reputo di qualche utilità, sono da considerare poco più che informazioni sintetiche riportare sull'imballaggio di un prodotto, ma non danno garanzia di sostenibilità.
Le dichiarazioni ambientali di prodotto DAP o EPD sarebbero auspicabili, probabilmente in un futuro si svilupperanno visto la crescente richiesta in altri paesi europei, ma ad oggi sono ancora molto rare.

A questo devo aggiungere che con l'esperienza ho sperimentato che esistono sul mercato prodotti notevolmente superiori in termini di salubrità, benessere e anche sostenibilità ambientale rispetto a quelli marchiati. Solo la conoscenza dei materiali e la lettura critica delle informazioni fornite può ad oggi dare maggiore certezza di rispetto ambientale e qualità indoor.



Giulia Bertolucci architetto


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AGGIORNAMENTO: Se sei interessato puoi trovare un aggiornamento sui marchi NaturePlus ed AnabIcea nell'articolo "riconoscere subito i materiali ecologici"



giovedì 10 novembre 2016

ELIMINARE I PROBLEMI DI MUFFA

Si può morire a causa della muffa? Anni fa è arrivata anche in Italia la notizia di due vip morti nella loro casa a Beverly Hills a distanza di pochi mesi uno dall'altra. Quelle che potevano apparire come morti sospette, dovute ad eccesso di farmaci o di droghe, in realtà si sono rivelate causate da una muffa (probabilmente quella che negli Stati Uniti è nota come muffa killer o muffa nera tossica) che aveva causato problemi polmonari fino a divenire letale.


Img credits: 123RF Immagini Royalty Free

Inizio col dire che in generale c'è già la consapevolezza che gli edifici sono responsabili di un notevole consumo di energia e risorse, con una conseguente produzione di rifiuti ed emissioni inquinanti in atmosfera. Forse quello che è meno comune è la consapevolezza che gli edifici influiscono sulle condizioni di salute e benessere delle persone che vi si trovano all'interno, questione ancor più importante se si considera che trascorriamo oltre il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi (casa, lavoro, scuola, svago) e solo il 6-8% all'aperto (Fonte:OMS).

Ho già parlato in “3 elementi chiave per una casa sana” e in “I rischi nascosti dei pavimenti”di quelle che sono le cause di inquinamento indoor e sopratutto ho parlato dei composti organici volatili. Ma per quello che riguarda la qualità dell'aria interna, oltre ai VOC, ci sono altre sostanze considerate inquinanti indoor, si tratta delle fibre, del radon e delle muffe. Oggi voglio parlare proprio di queste ultime.

Le muffe, così come i funghi, gli acari e i batteri, proliferano se c'è un livello elevato di umidità negli ambienti interni. Quindi per prevenire la crescita di questi organismi l'obiettivo è controllare l'umidità interna, cioè:
  • prevenire e controllare l'umidità di risalita
  • mantenere l'umidità dell'aria al di sotto del 60%
  • controllare i fenomeni di condensa superficiale e interstiziale
  • curare attentamente la ventilazione dei locali.
Andiamo per gradi:

La quantità di umidità che si trova all'interno degli ambienti dipende dal vapore acqueo che producono le attività che vi si svolgono all'interno. Ricordando che ognuno di noi produce fino a 1 litro e mezzo di vapore acqueo al giorno, ma se facciamo la doccia ne produciamo un litro in più, e se facciamo il bucato ed usiamo l'asciuga biancheria si può arrivare a produrre fino a 3 litri e mezzo di vapore acqueo, allora è chiaro perché in un'abitazione ci sarà più umidità in cucina o bagno piuttosto che in soggiorno. Inoltre da qui si capisce anche che l'umidità nei vari ambienti non è mai costante perché il contenuto di vapore acqueo nell'aria interna cambia in base all'utilizzo degli ambienti stessi, cioè in base alle attività che vi si svolgono, al numero di persone presenti ecc. Se l'umidità supera il 50-60% allora si deve prevedere la possibilità di smaltire l'eccesso.


Img credits: Stefania Verona

Come si smaltisce l'eccesso di umidità dell'aria interna?

Molti parlano della traspirazione delle pareti come la soluzione ideale, ma non dicono mai che di fatto questa possibilità è molto ridotta e soprattutto dipende dai materiali che vengono scelti per costruire e rifinire gli edifici. I materiali hanno differente permeabilità al vapore acqueo e anche un diverso comportamento per ciò che riguarda la igroscopicità (quello che viene definito effetto spugna) cioè la capacità di assorbire un eccesso di umidità ambiente per poi restituirlo nel momento in cui i livelli sono rientrati nella norma. Esempio: volendo sfruttare questa proprietà gli intonaci di calce o di argilla sono ottimi, per niente consigliabili invece le finiture a cemento.
La traspirabilità e igroscopicità dei materiali è spesso sottovalutata. Oggi si prendono a riferimento di qualità le prestazioni indicate dalle norme per quello che riguarda il risparmio energetico, ma la composizione di una parete, anche la migliore per tenuta termica, può favorire il proliferare delle muffe.

Il modo migliore per smaltire l'umidità interna è areare gli ambienti e ricambiare l'aria attraverso l'apertura delle finestre in ogni stagione, oppure tramite un impianto di ventilazione meccanica. Nonostante esistano due filoni di pensiero riguardo alla casa interpretata come sistema aperto, tipicamente mediterraneo, o come sistema chiuso ed energeticamente ottimizzato, tipicamente nordico, il tema della ventilazione è comunque importante perché permette la regolazione dei livelli di umidità interna e quindi il controllo della proliferazione delle muffe, e anche lo smaltimento degli altri inquinanti indoor.

La ventilazione tramite le finestre è considerato sicuramente il modo più economico, ma per ottenere veramente la riduzione della proliferazione delle muffe si deve rispettare una regola: aprire le finestre, per poco tempo, più volte nella giornata.
Può accadere infatti che seppure si aprano le finestre al mattino per areare non si riesca ad impedire la formazione delle muffe.
Da cosa può dipendere? Ecco un esempio: siamo in inverno, al mattino arieggiamo la casa mentre facciamo la colazione e ci prepariamo ad uscire. Diciamo che le finestre stanno aperte circa mezz'ora. In questo tempo è vero che l'aria viene ricambiata, ma è vero anche che le superfici si raffreddano e nel momento in cui la finestra viene richiusa il riscaldamento scalda prima l'aria e poi le superfici. Si verifica così una notevole differenza di temperatura tra le superfici e l'aria che quindi tende a condensare sui muri e le altre superfici. La condensa che si forma favorisce la proliferazione delle muffe. Ecco perché la regola migliore è arieggiare frequentemente durante la giornata per pochi minuti. In questo modo non si determina quel salto termico tra l'aria interna e le superfici e quindi non si verifica la condensa superficiale.

Come ottenere il ricambio d'aria costante quando non si è sempre a casa?

La soluzione idonea è proprio un impianto di ventilazione meccanica controllata che permette il costante smaltimento delle sostanze inquinanti e il controllo del livello di umidità interna.
Attenzione però che quando si parla di ventilazione meccanica non si intende solo quella a doppio flusso e magari con recuperatore di calore. Si può scegliere una ventilazione meccanica a flusso semplice caratterizzata da qualche bocchetta di estrazione e qualche griglia di immissione, per avere la garanzia del costante ricambio d'aria e controllo degli inquinanti interni e del livello di vapore acqueo (quindi delle muffe), senza compromettere le prestazioni termiche e senza generare correnti d'aria fastidiose.

E' bene dire però che la differenza di temperatura tra l'aria e le superfici si può verificare anche per cause costruttive, non solo per l'errata ventilazione. Il fenomeno di condensa infatti è frequente anche in quei punti freddi della costruzione - i ponti termici - che si manifestano in assenza di isolamento termico o in punti geometricamente più esposti di un edificio. Laddove si verifichino condense superficiali così determinate, oltre a ventilare correttamente, si deve prima di tutto intervenire sull'involucro dell'edificio per risolvere i punti critici.


Img credits: Opuscolo Ufficio Federale Svizzero della sanità pubblica

Riassumendo

Si può morire per la muffa? Non so. Chi ha dovuto correre all'ospedale con il proprio figlio in stato di shock a causa della muffa o di spore inalate direbbe di sì!  Di certo le spore inalate possono causare infiammazioni a livello polmonare, possono portare ad asma ed allergie (con sintomi simili al raffreddore e per questo spesso scambiati per tali). Può apparire scontato dire che la gravità dipende dall'estensione del problema e dalla frequenza di esposizione, ma è certo che in casi più delicati (soggetti sensibili, bambini, anziani, ammalati) la tossicità delle muffe può causare affezioni croniche importanti.
Per questo si deve prevenirne la proliferazione o eliminare i problemi di muffa in casa al primo manifestarsi, verificandone la causa e quindi intervenendo sull'isolamento dell'involucro, oppure sul controllo dell'umidità interna e sulla ventilazione.


Giulia Bertolucci architetto


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Ultimo suggerimento: per approfondimenti puoi leggere la guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità proprio sull'umidità e le muffe.